Si fa presto a dire stronzo

Mario Grossi

il fascino discreto degli stronzi_fondo magazineIn molti ormai sostengono che il termine è stato sdoganato. Da quando Gianfranco Fini l’ha utilizzato si è aperto il dibattito. Qualche giorno fa ho visto un Blob in cui, in realtà, c’era la testimonianza dell’uso indiscriminato dell’epiteto in televisione. Tronisti, starlette, calciatori, familiari di partecipanti a trasmissioni di ogni genere, ma anche famosi come Sgarbi ed Achille Bonito Oliva lo hanno usato senza alcuna parsimonia nelle loro urlate dispute televisive.

La differenza, si è premurato qualcuno di sottolineare, è la sede. Gianfranco Fini l’ha usato in un contesto ufficiale, non come un semplice cittadino ma come Presidente della Camera, a cui è richiesta, sempre secondo alcuni, una sobrietà diversa rispetto al tronista tatuato. Questione di sensibilità individuale. A me non importa granché. Mi fa sorridere il fatto che lo sdoganato per eccellenza si prenda a sua volta la briga di sdoganare qualcuno o qualcosa, come se fosse affetto da una sindrome che ho chiamato “sindrome del liberto” che si materializza in una deformazione caratteriale che rende lo schiavo, reso libero, più realista del re.

Comunque sia, sul Fini sdoganato e sdoganatore sono piovuti gli strali dei soliti ipocriti usi a condire i loro discorsi con un turpiloquio ben più triviale di quell’innocente e familiare “stronzo” usato da Fini.

In molti articoli di giornale si è sottolineato il poliedrico utilizzo del termine, usato naturalmente per insultare un avversario, ma anche per salutare un amico di vecchio data o semplicemente per sottolinearne le sfumature furbesche del carattere. “Sei proprio uno stronzo” acquista in molti contesti un sapore picaresco. Le note che hanno seguito l’uscita di Fini sono state però, per me, molto istruttive perché mi hanno permesso di apprenderne, per esempio, l’etimologia che sembrerebbe derivare dal longobardo strunz che significa sterco. Così il cilindrico eietto acquista anche nobiltà linguistica dopo essere stato esaltato nel campo delle arti figurative alla Biennale di Venezia con la nota “merda d’autore” ed essere stato motivo d’ispirazione di molte canzoni, la prima che mi viene in mente è di Elio e le Storie tese “c’è un dirigibile marrone senza elica e timone dentro meeeee”.

A questo punto, dopo tutte le spiegazioni sociologiche, lessicali, etimologiche, artistiche, mi verrebbe da dire “si fa presto a dire stronzo”. Se il termine può essere declinato in toni diversi e opposti, dall’aspra invettiva, fino all’affettuoso epiteto amicale, le cose sono più complicate di come sono state dette e l’interpretazione della stronzità si dilata a dismisura.

A complicare la questione è arrivato un tentativo non accademico rappresentato da un libro della Mondadori Il fascino discreto degli stronzi di Giulio Cesare Giacobbe che già in passato e con successo si era cimentato sull’argomento scrivendo “Come diventare bella, ricca e stronza”.

Avevo inaugurato la lettura di Giacobbe nel lontano 2003 quando uscì Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita che ebbe anch’esso grande successo e che mi fece guadagnare la stima del mio AD che in una riunione ne citò un passo che io prontamente chiosai nello stupore generale (la mia professione che io definisco “il giullare del re” mi permette esternazioni giudicate bizzarre e verità scomode, almeno finchè il re non decide di mozzarmi la testa).

In genere questo genere di manualetti che attirano la curiosità incolta dei travet alati che percorrono la tratta Roma-Milano, non suscitano il mio interesse, ma in quell’occasione, sospinto dal nome della casa editrice: Ponte alle Grazie che nel mio immaginario è una casa editrice di livello e complice il consiglio di mia sorella Bianca che tengo sempre in somma considerazione, comprai il libro, scovandovi molte considerazioni acute e pertinenti, sciorinate in modo informale, con un linguaggio piano che corrisponde (parolacce comprese) allo stile colloquiale del quotidiano.

Dopo i fatti di Fini e dello “stronzo” mi sono fatto così incuriosire da questo suo nuovo libello che già dal retro di copertina ci fa percepire come il termine sia ambiguo e scivoloso. Scrive l’autore: «Ufficialmente li condanniamo e li malediciamo ma segretamente li desideriamo e sogniamo di diventare come loro. Stronzi. Cioè adulti».

L’autore nel suo libro sostiene che il mondo è diviso in due principali categorie i “bambini” e gli stronzi, che sono poi gli adulti. Tutti cerchiamo di diventare adulti, cioè tentiamo di liberarci da quei vincoli e da quelle dipendenze che sono tipiche dei bambini. Qualcuno ci riesce e diventa uno stronzo: autosufficiente, un po’ egoista, egocentrico, libero. I più rimangono invece ancorati agli altri nella soddisfazione dei loro bisogni.

Gli stronzi sono assai meno numerosi dei bambini” ed è per questo che, seppur stigmatizzati nei loro comportamenti, sono sotto sotto ammirati dagli innumerevoli “bambini” che alla fine vorrebbero emularli.

Un’opinione da me non condivisa perché mi sembra un po’ troppo cinica, disincantata, egocentrica. Ma tant’è non sempre si può condividere tutto ciò che si legge.

In genere sostiene Giacobbe il temine stronzo viene usato dai bambini nei confronti degli adulti in tono negativo, teso a sottolineare un comportamento che va nella direzione opposta al loro desiderio: essere al centro dell’attenzione e ricevere tutto quello di cui hanno bisogno per soddisfare i loro desideri.

Dagli adulti o tra adulti il termine stronzo viene invece utilizzato con una sfumatura positiva, tesa a sottolineare il fatto che lo stronzo è un gran furbacchione che ottiene ciò che vuole e tendenzialmente se ne infischia bellamente di chi gli sta accanto, godendosela senza troppe preoccupazioni.

È in questa dicotomia di significato che sta per me l’interesse del libro.

Stronzo è una parola ambigua, almeno bicefala che ha connotati sia negativi che positivi e che può essere profferita da un bambino o da un adulto.

È in questa ambiguità che è riposto il mio interesse nei confronti dell’uscita di Fini.

Il suo percorso che per qualcuno è lineare e che parte da una maleodorante fogna rigurgitante di fascisti e che passa per il Fascismo del 2000, per approdare al Male assoluto, è per me invece una sorta di cammino circolare che porta Fini esattamente da dove era partito, un percorso privo di cinési e spostamento.

Fini, nato adulto, ha sempre pensato a se stesso con una cocciutaggine inflessibile. Era e sarà sempre un adulto che come unico scopo ha la promozione di se stesso. Segue un obiettivo solitario, autoreferenziale, egocentrico.

Non privo di idee, ma con le idee utilizzate per un fine personale, per un ideale che è quello di “godersi la vita” che significa perseguimento di un successo individuale, qualunque sia la via da percorrere. Non è nato fascista per poi traghettare le sue aspirazioni verso una destra conservatrice, moderna, democratica e liberale. Fini nasce Fini (e tale morirà). E basta. In questo senso ha torto il grande pensatore della destra Gasparri che sostiene che lui pensava le stesse cose da sempre e che Fini è cambiato. È vero il contrario Fini non è cambiato e Gasparri, scusate, probabilmente non ha mai pensato niente.

Insomma il termine “stronzo”, nel senso di Giacobbe cioè adulto, più che caratterizzare i razzisti oggetto dell’insulto definisce chi lo ha proferito.

Non è casuale che il termine stronzo, nella sua ambiguità negativa/positiva, sia stato utilizzato proprio da Fini che ha fatto dell’ambiguità la sua cifra più significativa.

In fondo il suo aplomb istituzionale e molto impostato non collide affatto con l’esternazione del suo insulto ma testimonia appunto l’ambiguità dei messaggi verbali e non che lancia costantemente.

Non c’è nemmeno da chiedersi se lui è un “bambino” o un adulto, è un adulto bello e fatto. Se ne facciano una ragione tutti quei bambini che, perso lui, si sono messi a piagnucolare, per vedere soddisfatti i loro bisogni, con un altro adulto che non casualmente ha aperto una guerra mediatica proprio contro di lui.

Due adulti nella stessa casa, si sa, non possono coesistere e così alla fine sarà.

Resta invece da domandarci, ognun per se, quanto siamo stronzi (leggi adulti) noi lettori di questo libello. E Giacobbe ci viene in soccorso proprio nell’ultima parte del suo libro destinato a un test per verificare quanto alto è il nostro grado di stronzità.

Io l’ho fatto ed è risultato che sono un grande stronzo (pensavo in realtà di essere un bambino) e questo mi ha sgradevolmente colpito. Ma ne devo prendere atto.

Non si adombrino poi le donne perché al test “Sei uno stronzo o un bambino? Ne segue uno analogo “Sei una stronza o una bambina?”.

Perché, e anche in questo caso bisogna dar ragione a Giacobbe, la stronzità è decisamente trasversale.

Conoscerne il livello che è in noi è il primo passo per tentare di migliorarci.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks