Immigrazione & cittadinanza. Diritti & fobie

miro renzaglia

cittadinanza_fondo magazineL’industria dell’immigrazione è un’attività criminale contro l’uomo, non ci piove. Come ogni industria, ha il suo scopo unico nel profitto. Il profitto è la quinta essenza del capitalismo. Ergo: è il capitalismo che produce immigrazione come fatto criminale originario e, da questo, i fenomeni criminali secondari che ne conseguono nei paesi investiti dai flussi migratori, fra cui l’Italia: al terzo posto, in Europa, per presenze allogene, dopo Germania e Spagna.

Non è un caso che l’impennata di tali flussi in Italia, avvenga all’indomani dell’implosione dei regimi comunisti dell’Est europeo. Infatti, il fenomeno, iniziato negli anni ottanta, ha un vero boom con un passaggio da 649 mila stranieri nel 1991 a 3 milioni nel 2005. Non basta: serve notare che fra le prime 10 nazioni che producono emigrati verso l’Italia, ci sono Romania (796.477 = 20,5%), Albania (441.396 = 11,3%),  Ucraina (153.998 = 4,0%),  (Polonia 99.389 = 2,6%), Moldavia (89.424 = 2,3%), per un totale di 1.590.649 presenze su un totale di 4.329.000 persone, pari al 40,7% dell’intera popolazione immigrata nel nostro paese. Di difficile confutazione, quindi, appare lo stretto rapporto fra l’espansione delle economie cosiddette di mercato (capitalismo) con l’esplosione del fenomeno migratorio. A questo, ma solo come fattore secondario, va aggiunta la politica di rapina che le nazioni del capitalismo avanzato effettuano verso quelle del terzo mondo, provocando esodi per sfuggire povertà e miseria.

Stabilito questo, però, sarebbe anche ingiusto non rilevare un altro dato: il forte incremento della presenza allogena è dovuta principalmente all’evoluzione demografica degli immigrati già residenti regolarmente nel nostro paese, dovendo ormai registrarsi solo un  + 1%  annuo dovuto a nuovi arrivi.

Stabilite le cause e la natura (criminale) del fenomeno, facciamoci una domanda: cosa vengono a fare gli immigrati da noi? A lavorare, sissignori: semplicemente a lavorare. Non vengono principalmente per delinquere, stuprare, rapinare… vengono a lavorare: dei 4 milioni e 329 mila immigrati, oltre 2 milioni sono regolarmente assunti come lavoratori dipendenti o autonomi. E non rubano il lavoro agli italiani: vanno ad esercitare lavori che noi non vogliamo e  talvolta non sappiamo più fare. Tanto è vero che piuttosto che esercitare i mestieri di operaio, muratore, badante, etc… emigriamo a nostra volta. Ed emigriamo in misura esattamente pari, o quasi, al numero degli immigrati che ospitiamo: 4 milioni di italiani lavorano all’estero. Sono, per lo più,  connazionali che hanno raggiunto un livello di preparazione professionale, culturale, tecnica, scientifica che “l’azienda Italia” non riesce ad impiegare. E’ la famosa “fuga di cervelli” e non ne sono responsabili gli immigrati. I quali, contrariamente all’idiozia diffusa di chi li reputa un costo sociale per il paese producono entrate erariali, per esempio: con le regolarizzazione realizzata a settembre 2009 e chiusa con 294.744 domande di assunzione di lavoratori non comunitari come collaboratori familiari o badanti, nelle casse dello stato sono entrati 154 milioni di euro in contributi arretrati e marche, ed è previsto che nel periodo 2010-2012 nelle casse dell’Inps entrerà 1,3 miliardi di euro supplementari.

Ciononostante, persiste una certa diffidenza (ed è un eufemismo) nei loro confronti. Le ragioni dei diffidenti sono varie e, talvolta, persino legittime. Prendiamo la questione della sicurezza, per esempio. E’ indubbio che una percentuale rilevante di azioni penalmente rilevanti li vedano protagonisti: i dati del Ministero dell’Interno del 2005 – 2006 sulla sicurezza in Italia riportano: su un totale di 644.533 soggetti denunciati, 210.231 erano extracomunitari, di 145.231 arrestati, 23.630 immigrati. E pur osservando che si tratta quasi sempre di episodi di microcriminalità: dal reato contro il patrimonio, al piccolo spaccio di stupefacenti, restano percentuali rilevanti. Sennonché, nella stragrande maggioranza dei casi a delinquere sono gli immigrati clandestini, ovvero persone impossibilitate ad entrare nel circolo virtuoso del vivere civile per difetto di riconoscimento legale e che vengono stimate nel numero di 570 mila. E’ fuor di dubbio che rappresentino un problema, come lo sono sempre le fasce sociali emarginate costrette a sopravvivere di espedienti quasi sempre illegali, facilmente arruolabili come manovalanza spicciola dalla grande criminalità organizzata. E come tutte le fasce emarginate, sono allo stesso tempo attori e vittime della delinquenza. La tratta degli schiavi non è un’invenzione di consorzi pii e caritatevoli; i soggetti vittime di tale violazione dei diritti umani non sono solo le prostitute, sono anche i lavoratori sfruttati dalle organizzazioni criminali di stampo mafioso di casa nostra. Nei campi di pomodoro in Puglia o nelle vigne del Veneto, i clandestini lavorano dieci ore al giorno per guadagnare venti euro, quando vengono pagati. E se lo sono (pagati) spesso parte della questua viene restituita al padrone per le spese di vitto, alloggio in tuguri e trasporto sui campi di lavoro. E per loro non c’è via di uscita dalla condizione di schiavitù, se non la galera (come introduzione recente della clandestinità tra i reati punibili così), il rimpatrio o l’espulsione. Se questa si chiama giustizia degna di uno stato di diritto, io preferirei ritirarmi su Marte… Ma se non mi ritiro e decido di continuare ad essere italiano, come non rendermi conto che eliminata l’escrescenza della microcriminalità riflessa ed importata (ammesso che sia eliminabile), resta quella tumorale della macrocriminalità generativa? Voi la lotta spietata a chi la fareste, alla prima o alla seconda?

E sempre in uno stato di diritto che si rispetti, l’evolversi della popolazione utilmente impiegata per il suo sviluppo deve adeguare il criterio di “cittadino” alle mutazioni delle condizioni sociali che l’epoca richiede. E’ di questi giorni il dibattito sulla nuova regolamentazione del “diritto di cittadinanza” per gli immigrati regolari e, sottolineo, solo per i regolari. L’iniziale proposta legislativa bipartisan firmata da Sarubba del PD e dal finiano Granata, prevedeva la riduzione dagli attuali 10 anni a 5 di residenza sul nostro territorio dell’immigrato, i tempi per ottenere la cittadinanza e l’introduzione dello “ius soli” per i figli fin dalla nascita (ora fissata al compimento del 18 anno), è stata scavalcata a destra dal disegno dell’on. Isabella Bertolini, con il sì del Pdl e (come ti sbagli?) della Lega che, di fatto, restringerà ulteriormente le possibilità di acquisizione del diritto.

Cosa ci sia di così insensato ed allarmante nell’accelerare (anziché rallentare o rendere più difficoltoso) l’iter per riconoscere lo status di italiano ad una persona che lavora (e a volte si ferisce e muore sul lavoro) e paga le tasse da noi, è cosa che francamente mi riesce difficile capire. Cosa può togliere all’autoctono se l’immigrato (regolare) suo compagno di lavoro  alla catena di montaggio, al cantiere, al campo,  ha in tasca il passaporto italiano? Cosa cambia per vostro figlio se il suo compagno di classe, figlio dell’immigrato (regolare) è acquisito cittadino italiano fin dalla nascita? Quale nostro inviolabile diritto viene meno se lo stesso diritto è esteso a chi vive da noi e, come noi, rispetta la legge? Con la cittadinanza si salda il rapporto tra individuo e  res publica, rendendo pienamente partecipativa e responsabile una presenza che, altrimenti, rimane almeno parzialmente estranea, e quindi potenzialmente ostile, alle sorti della nazione. Dov’è la controindicazione? Io non ne vedo. A meno che non si vogliano tirar fuori ancora le vecchie mitologie dell’identità minacciata dai pericoli del multiculturalismo, della multietnia, se non anche quelle della razza. Ma qui entriamo nel delirio delle fobie. E contro le fobie il ragionamento non serve: serve uno psichiatra…

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