Fasciste. Tra mistica femminile e mistificazioni

Luca Leonello Rimbotti

Oro-patria_fondo magazineNel gran calderone c’è anche questo. Un piccolo rigurgito oscurantista: il libro Fasciste. La vita delle donne nel Ventennio mussoliniano, di Sergio Vicini, Hobby & Work, casa editrice che vanta in catalogo un gran numero di libri e DVD di argomento nazi-fascista, e della quale sono stato tra i primi fedeli acquirenti. In questo caso, siamo di fronte a qualcosa che appare, per molti versi, una singolare regressione a quei tempi non lontanissimi, in cui fare “storiografia” e fare pedestre alterazione, in certi ambienti del sottosviluppo culturale, erano la medesima cosa. Si ha in questo caso tutto un procedere a suon di sentiti dire, di giudizi buttati giù alla plebea, di sparate improponibili in sede scientifica. Il tutto porta all’involgarimento di una narrazione storica che, sia pure appartenente alla letteratura divulgativa, e magari di bassa divulgazione, è di una carenza desolante.

Sin dalla prefazione, affidata a Ben Pastor – giallista italoamericana che la nota editoriale minacciosamente ci assicura “femminista impegnata” -, si capisce che aria tira. Aria di rigolade, direbbe il vecchio Céline, cioè di buffonata. Col tono di sottoscrivere senz’altro, la prefatrice afferma che dallo scritto di Vicini uscirebbe «la storia di una costrizione di massa», quella evidentemente patita dalle donne a causa del Fascismo. In questo modo, cinquant’anni di ricerche intorno al fenomeno del consenso registrato dal Fascismo – e sul quale hanno finito col convenire a denti stretti persino gli storici più tenacemente ostili – e di studi circa il complesso fenomeno della politicizzazione delle masse, e in particolare delle masse femminili durante il Ventennio, vengono liquidati nello spazio di un rigo. Le cose peggiorano quando si presenta il “maschilismo” fascista come frutto della “medicina ufficiale”…intesa a documentare «l’inferiorità cerebrale dell’altra metà del cielo»…La Ben Pastor non sa che tale “medicina ufficiale”, tutta di marca pre-fascista, era a spiccata vocazione progressista e positivista. Basta pensare a Lombroso o a Mantegazza, che gettarono le basi del moderno razzismo à la Voltaire…

Quando poi si dà per scontato che il Fascismo, dopo un primo, breve periodo cui si riconoscono velleità “emancipatorie”, si sarebbe chiuso in una «fase reazionaria» e in un «partito conservatore da tutti i punti di vista», l’apogeo della ruota libera è raggiunto, e si fornisce ulteriore prova di ignorare del tutto quanto decenni di ricerche hanno faticosamente acquisito: i vari D’Orsi, Settembrini, Grana, Buchignani, Tarchi, Parlato, Perfetti, che a lungo hanno riccamente argomentato di “rivoluzione antibolscevica”, di “rivoluzione legale”, di “rivoluzione delle camicie nere”, di “fascismo di sinistra”, di “modernizzazione corporativa”…oltre ovviamente ai De Felice, Nolte, Emilio Gentile, etc., che tutti hanno dedicato grande attenzione al ruolo innovatore del Fascismo proprio negli anni del consenso e del regime consolidato…tutto questo lavoro enorme viene all’istante annullato nello spazio di un altro mezzo rigo. Definireste tutto questo storiografia, magari solo un abbozzo di storiografia, o piuttosto appunto una rigolade?

L’esilarante diventa penoso quando la Pastor, non avendo di meglio sottomano e nel tentativo di gettare ulteriore discredito su un movimento morto e sepolto da sessant’anni – ma evidentemente avvertito come ancora vitale e dunque meritevole di sempre nuove dosi di damnatio memoriae – riporta che in una pubblicazione femminile del 1942 si consigliava…l’allattamento materno, ritenuto migliore di quello, all’epoca diffuso, delle balie. La frase viene sottolineata con intendimenti di scherno, per far vedere quanto cretini fossero uomini e donne fascisti…ma non è il ritorno all’allattamento al seno materno per l’appunto una pratica che la più recente medicina – antifascista per definizione – raccomanda alle puerpere? Ma Vicini fa di meglio, molto meglio: si lancia sin dalla prima pagina nel ricordo della nonna, che fu «costretta», si dice, a consegnare alle autorità fasciste «il suo unico oggetto prezioso», cioè la fede matrimoniale d’oro, e ne pianse. Ciò accadde in occasione della “Giornata della Fede” che, il 18 novembre 1935, celebrò in tutta Italia l’offerta popolare, per fronteggiare le sanzioni. Costretta? A una nonna se ne oppone facilmente un’altra: la mia. Che, tutt’altro che fascista e casomai cattolicissima, ricordo bene ostentare la sua fede di ferro, concessa in vece di quella d’oro, da lei donata in quell’occasione. E ostentata con la fierezza di aver partecipato a un bell’evento di solidarietà comunitaria, fortemente emotivo. E pure lei ne pianse: ma di gioia, nel senso che era contenta di aver offerto una cosa preziosa, non un rifiuto.

L’offerta ha valore quando è rara. Essa crea emozioni forti, talvolta provocando il pianto che scaturisce da nobiltà di sentimenti. Quando invece se ne può fare a meno, il dono non ha alcun valore morale. Queste cose i sociologi e gli antropologi le conoscono bene. L’etica del dono è un sottilissmo reticolo, per comprenderla ci vuole, oltre ad averla studiata, anche un certo sensibile cervello…una dote non a tutti concessa…Inoltre, questo suo sofferto orgoglio, veniva da mia nonna paragonato al miope egoismo di una certa parente, che invece si era tenuta stretta la fede, da persona gretta precludendosi così l’accesso a un profondo sentimento di fierezza comune. E senza che nessun bieco fascista fosse mai andato a scovarla fin dentro casa…magari strappandole dal dito il prezioso anello.

A sentire Petra Terhoven, autrice anni fa di un denso volume sulla donazione dell’oro alla patria, pubblicato da Il Mulino, in quell’occasione non si ebbe affatto costrizione, né truce sfruttamento delle donne. La studiosa, al contrario, ha saputo leggere dall’interno la mentalità che era all’origine di quel rito nazionale, giungendo alla conclusione che si era trattato di un’offerta sentita dai più come altamente simbolica: «Ancor più forte fu probabilmente il segnale che il complesso simbolismo della giornata della Fede trasmise agli italiani, che dovettero sentirsi uniti con una forza senza precedenti nel destino di un’eroica comunità nazionale». Certo, con tutta probabilità non mancarono i casi di pressione psicologica o di condizionamento. Si sa che in avvenimenti sociali che prevedono un comportamento di massa, in agguato c’è sempre il conformismo…esattamente quanto succede oggi, quando, nell’era del Pensiero Unico, a chi sgarra dal quadro dei valori egemoni e proclama idee difformi non si esita a riservare l’interdizione da ogni pur minima visibilità e, nei casi più tosti, semplicemente la galera.

La scoraggiante inquadratura scelta da Vicini per esternare il suo ribollente astio e la sua rara insensibilità per le atmosfere storiche, è ben riassunta da quanto segue. Parlando della “retorica” fascista con cui venivano presentati i vari casi di donne che offrivano la loro fede matrimoniale, l’autore scrive: «Di seguito offriamo ai lettori alcuni stralci di tali cronache, in cui spiccano ritratti di devozione femminile. A voi la scelta se ridere per il grottesco o piangere per la tragedia che vi si nasconde dietro. Pirandello insegna…Ecco una ‘sobria’ cronaca: “Donne che l’età, la fatica quotidiana, il dolore di una perdita irreparabile hanno consunto, ma che, sentendo oggi di compiere un gesto sacro…hanno nel volto un’espressione luminosa di fierezza”. Il tronfio cronista non è neppure sfiorato dall’idea che possa essere vergognoso che lo Stato strappi anche l’ultimo oggetto prezioso a donne cui ha già tolto tutto…», e così via. Secondo voi il vero “tronfio cronista” chi è, l’antico o il recente? E in quella cronaca dov’è il “grottesco” che farebbe tanto ridere? E davvero il Fascismo “tolse tutto” alle donne del popolo? Vicini, a nume tutelare di queste sciocchezze, evoca incautamente niente meno che Pirandello: ma chi, quello che chiese l’iscrizione al Partito Fascista in pieno 1924, quando parecchi, per la paura, stracciavano la tessera? Tra il ridere e il piangere proposti dall’autore, sceglieremmo un pietoso silenzio, se non fosse che episodi di infima divagazione para-storica come questi, ben peggiori della retorica tipica di un’epoca che non è la nostra, vanno portati a conoscenza, anche contro voglia, come segnali di una subcultura ad alta tiratura, ancora molto diffusa.

Se Mario Isnenghi, nelle sue lunghe ricerche, ha potuto parlare di «cultura della piazza» riscoperta dal Fascismo, che la volse da luogo della repressione liberale – in cui il popolo era solitamente preso a cannonate – a luogo della cultura popolare, lo spazio della festa comunitaria attorno ai simboli della propria storia, proprio la “Giornata della Fede” del 1935 è stata vista come lo straordinario risultato visivo di una redenzione degli umili: da massa di sfruttati, per secoli abbandonati a se stessi, a nazione moderna entro i confini dello Stato sociale: «Anche gli osservatori stranieri, di fronte allo spettacolo di tale offerta, avevano avuto l’impressione di aver assistito a un “nouveau mariage mystique entre le Régime et la nation”», scrive la Terhoeven. Che prosegue affermando che «occorre considerare anche aspetti di psicologia individuale e collettiva e sottolineare la sensibilità di ampie parti della società nei confronti degli aspetti “affascinanti” del potere fascista. Questa tendenza storiografica rappresenta un importante correttivo nei confronti di una storiografia che per decenni ha precluso una visione più realistica della situazione nel Ventennio, disegnando l’immagine unilaterale di una popolazione soggiogata dal terrore e dalla repressione». A questo brano, probabilmente dedicato alla vasta falange dei dilettanti di storia, ne aggiungiamo un altro: la “Giornata della Fede” aveva la funzione di «fondere definitivamente la sfera privata della famiglia, tradizionalmente considerata in chiave femminile, con gli interessi pubblici della nazione». E infine: «La novità dello stile fascista…consisteva nella valorizzazione pubblica di questa offerta come servizio specificamente femminile allo Stato, cui veniva conferito in tal modo un elemento molto più dinamico…».

Chiaro, no? Il Fascismo, in altre parole, attuava proprio il contrario della segregazione dell’elemento femminile, perseguendo la sua politicizzazione di massa (aggiungiamo: per la prima volta nella storia d’Italia) e quindi la sua moderna e dinamica fuoriuscita dai ruoli tradizionali. Possibile che siamo ancora qui a considerare cose, che gli storici hanno già da un pezzo assodato? Per questo, all’inizio, parlavamo di certi libri come di “rigurgiti” di un mai defunto oscurantismo. A quanti scambiano il Fascismo per certi incubi della loro incultura, dedichiamo un passo a caso della storica Helga Dittrich-Johansen, tratto dal suo libro Le “militi dell’idea”, dedicato alle militanti fasciste. Ad esempio, parlando della Scuola di Orvieto, creata nel 1932 dal Fascismo come accademia femminile di formazione ideologica e professionale, si scrive che, a un’indagine fatta presso le giovani allieve, seguirono questi esiti: «le accademiste…ricordano i tre anni trascorsi a Orvieto in termini di “libertà” e “autonomia”, come un’opportunità che veniva incontro a sopiti desideri d’indipendenza e realizzazione professionale; il carattere politico e ideologico dell’irreggimentazione, di certo molto forte in un’istituzione di partito, passava in second’ordine, mentre la militanza consentiva di sperimentare inedite forme di mobilitazione nella vita pubblica…». Appunto: libertà, autonomia, opportunità, indipendenza, realizzazione professionale, mobilitazione…tutte cose che, notoriamente, fanno parte della “costrizione di massa” di quei sistemi che “tolgono tutto alle donne”.

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