Cie. Guantanamo italiane

Angela Azzaro

immigrati_fondo magazineQualche giorno fa Vauro, il vignettista del manifesto e di Annozero, commentando le polemiche per la condanna di Amanda Knox a 26 anni di carcere ironizzava e diceva, più o meno: se proprio ci tengono gliela mandiamo negli Usa. Il riferimento era a Guantanamo. Nessuna lezione, quindi, da chi ha costantemente calpestato lo stato di diritto in quel lager confinato in un angolo di Cuba.

Ma anche noi italiani, da questo punto di vista, abbiamo poco da fare i maestrini che salgono in cattedra. Già in riferimento alla morte di Stefano Cucchi diversi quotidiani hanno titolato sulla Guantanamo italiana. Esagerato? Non credo. Anzi. Questa parola, che non voglio assolutamente banalizzare ma usare per il forte valore simbolico che ha assunto, la estendo per descrivere i centri di identificazione ed espulsione che abitano il nostro territorio. I Cie sono appunto Guantanamo sparse in giro per l’Italia, non luoghi dove è sospeso lo stato di diritto, campi di concentramento dove vengono ammassati i migranti prima di essere espulsi.

Per essere subito chiare. I Cie non sono un’invenzione della destra e di questo governo, anche se questo governo sta facendo in modo di “migliorali”, cioè di renderli ancora più lager di prima. Ad istituirli fu il governo Prodi nel ’98 con la legge Turco-Napolitano che recepiva una direttiva europea. La normativa di allora prevedeva 30 giorni di detenzione, poi diventati 60 “grazie” alla Legge Bossi-Fini e ora, con il famigerato pacchetto sicurezza, siamo arrivati direttamente a 6 mesi. Sei mesi di vera e propria reclusione, senza processo, senza conoscere i propri diritti, senza poter comunicare con il mondo esterno, senza avvocati, senza il rispetto dei diritti umani fondamentali. Unica colpa essere persone che arrivano da altri Paesi. Persone sfruttate molto spesso finché il mercato del lavoro lo richiede, rinchiuse appena a quel mercato non servono più.

Non sbaglia chi dice che la galera è meglio. Almeno in galera ci finisci, spesso ma non sempre, sperando in un regolare processo. Insomma puoi tentare di far valere i tuoi diritti e le tue ragioni. Nei Cie tutto è sospeso e l’ingresso è possibile solo per i parlamentari e le associazioni umanitarie, mentre i giornalisti non possono accedervi. Nel rapporto di Amnesty International si legge: «C’è stato un certo numero di denunce di abusi di matrice razzista, aggressioni fisiche e uso eccessivo della forza da parte degli agenti di pubblica sicurezza e da parte del personale di sorveglianza, in particolare durante proteste e in seguito a tentativi di evasione. Vari procedimenti penali sono in corso laddove i detenuti sono stati in grado di sporgere querela. (…). Raramente c’è chiarezza fra i detenuti su come e a chi dovrebbe essere rivolta una denuncia, o una preoccupazione riguardo al trattamento da parte del personale, dei compagni di prigionia o degli agenti di pubblica sicurezza; la maggior parte di loro non avrebbe pieno accesso a meccanismi di denuncia né a consulenze indipendenti. Talvolta, ad alcuni detenuti che intendevano denunciare qualcosa è stata offerta la possibilità di accedere al sistema di giustizia penale da parte di avvocati, Ong o parlamentari in visita, ma la maggior parte delle presunte vittime sarebbe riluttante a sporgere denunce per abusi per paura di ritorsioni».

Il quadro giuridico è complesso. L’evidente sospensione dello stato di diritto entra in conflitto con la legge che di fatto lo legittima. Oggi inoltre ci sono direttamente le carceri a dare una mano ai Cie, con il reato di clandestinità la meta è direttamente la prigione. Anche se questo non vuol dire dare maggiori garanzie ai migranti a cui, legge dopo legge, giorno dopo giorno, viene negata non tanto e non solo la cittadinanza quanto lo stessa possibilità di essere considerati persone. Esseri umani.

Negli ultimi anni l’attenzione degli attivisti per i diritti umani si è spostata anche oltre i confini italiani. Grazie ad accordi internazionali, siglati da vari governi e in varie epoche,  si assiste a un nuovo fenomeno: la nascita di campi di concentramento nelle zone calde dell’immigrazione. Stiamo parlando della Libia dove ne sono stati costruiti diversi in cui vengono spediti i migranti cacciati dalle nostre terre. Lì la tortura è sistematica e la violenza contro le donne una normalità. Lì la speranza è morta.

Pensando ai campi di concentramento italiani e ancor di più a quelli libici mi viene in mente l’immagine della casa sporca e del tappeto. Siccome queste persone danno fastidio, pensiamo di liberarcene nascondendoli, prima sotto il tappeto di casa poi sotto quell’altrui (che è anche peggio). Il problema è che non stiamo parlando di sporcizia, anche se molti qui in Italia lo pensano. Stiamo parlando di esseri umani. Esseri umani che abbiamo dimenticato, che consideriamo solo come «un problema». Invece sono persone come noi. Quando inizieremo a capirlo e a ribellarci per come vengono trattati?

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