Carlo Bernari. Alle radici del neorealismo

Romano Guatta Caldini

foto_carlo_bernari_fondo magazinePubblicazione, come si direbbe oggi, non-conforme, laboratorio di sperimentazione culturale, la rivista Primato vide la luce nel lontano ’40, per volontà di Giuseppe Bottai. In linea con la corrente innovativa e movimentista di “Critica fascista”, “Primato”, nonostante i soli tre anni di pubblicazione, fu un efficace  cassa di risonanze per le giovani leve della letteratura e dell’arte italiana cresciute con il Fascismo: Cesare Pavese, Giaime Pintor, Vasco Pratolini, Renato Guttuso e Filippo De Pisis, i più noti.

Oltre agli autori già citati, c’è da ricordare anche Carlo Bernari [nella foto sopra], pseudonimo di Carlo Bernard, forse il meno conosciuto ma sicuramente un’anomalia all’intero del panorama letterario italiano, sia per la sua natura di auto-didatta che per le tematiche da lui affrontate. Nato a Napoli il 13 ottobre del 1909, Bernari fa il suo esordio su “Primato”, nel luglio del ’41, con una serie di racconti brevi d’impronta neo-realista. Per certi versi la strada verso questa nuova corrente era già stata aperta nel ‘33 da  “L’Universale” di Berto Ricci con la pubblicazione del Manifesto realista. In tal senso, interessante, sia dal punto di vista letterario che filosofico, è il fatto che la rivolta “realista” lanciata da  Bargello sia nata da uno scontro interno al Fascismo. «In palese contrasto – scrive Paolo Buchignani – con l’idealismo gentiliano, e soprattutto contro i connotati borghesi che questa filosofia rappresentava,  il realismo si proponeva di cercare una via italiana al processo di modernizzazione che conservasse il valore della tradizione ma senza rimanerne bloccata» (1) Approfondendo la discussione, seguirono, poi, gli interventi di Elio Vittorini sia su “il Bargello” che su “Solaria”.

Dopo aver fondato, insieme a Peirce e Ricci, l’U.D.A. (unione distruttivisti attivisti), negli anni ’30, Bernari si trasferisce a Parigi venendo a contatto con la pattuglia dei surrealisti. In questi termini Mario Franco ha delineato l’azione dell’avanguardia udaista: «unica condizione dell’ arte, la rivoluzione permanente, ovvero una condizione di ricerca costante che si opponeva all’ idealismo crociano, al classicismo della cultura italiana e allo stesso futurismo…» (2) sebbene le influenze marinettiane rimanessero evidenti. Di ritorno dalla Francia, Bernari pubblica la sua prima opera, I tre operai:  «seguiva la sorte di Anna, Marco e Teodoro attraverso l’età cruciale dell’Italia novecentesca, tra Grande Guerra e avvento del Fascismo, in peregrinazioni da Napoli a Taranto a Crotone, fra poveri amori e lavoro, lotta politica e disoccupazione». (3)

Le vicende si svolgono in provincia, «la provincia come una sconfitta», per citare Guccini, «meno che essere una minoranza dignitosa». I tre operai è l’affresco “realista” dell’Italia operaia e piccolo borghese, un’ Italia in lotta con se stessa e con l’ineluttabilità della propria condizione sociale: «Chi nasce operaio muore operaio» scrive Bernari in una nota autobiografica.  Come fu per il Garofano Rosso di Vittorini, anche I tre operai di Bernari sarà mal digerito dalla critica, soprattutto di regime. Eppure, con il senno di poi, anche il romanzo dell’udaista rappresentava la realtà fascista, quella dei sobborghi e dei nascenti conglomerati industriali. Leggere I tre operai, infatti, è un po’ come osservare un quadro di Sironi: le periferie plumbee, la pioggia, il grigiore dell’esistenza e l’angoscia metropolitana. «Conoscevo di Sironi – scrive Bernari – i manifesti celebrativi del Fascismo e le tavole con cui egli veniva illustrando, sulla rivista diretta da Mussolini, articoli e racconti. (…)I muri di Sironi, le sue tragiche rocce,quei tenebrosi calanchi che respingono ogni fisica identificazione col reale e che si dispiegano come specchi a riflettere il furore degli uomini, la loro stanchezza di vivere».(4) Affreschi sicuramente lontani dai toni trionfalistici e dagli slanci  delle letteratura di regime ma ambientazioni che rappresentavano, comunque, la realtà quotidiana di una parte dell’Italia degli anni trenta, quella più nascosta ma non per questo meno reale.

Partendo dal verismo, Bernari approda o meglio anticipa l’esistenzialismo, echi camusiani; infatti, si riscontrano ovunque all’interno del romanzo; il Camus de l’Etranger, l’operaio come uno straniero, alieno alla società borghese, a cui anela ma che disprezza, proprio perché rifiutato, impossibilitato, com’è, a migliorare la sua situazione economica.  Coincidenza e affinità di pensiero  con l’autore francese,  probabilmente casuali, dato che la composizione de I tre operai risale al ’34, anche se, a onor del vero,  correzioni e aggiunte si protrarranno fino al ’65.

Tra i titoli della nascente corrente neo-realista si inseriscono Il tappeto verde, (1938) e  Le amiche,(1943) di Vasco Pratolini, anch’egli collaboratore de Il Bargello. Mentre fra neorealismo, esistenzialismo e simbolismo lirico si colloca tutta la produzione di Cesare Pavese, in particolare Lavorare Stanca, (1936) e Paesi Tuoi, (1941). Parimenti, anche Romano Bilenchi di Vita di Pisto, (1931) Cronaca dell’Italia meschina (1933)  Il capofabbrica (1935), La miseria (1941), Anna e Bruno e Conservatorio di Santa Teresa (1939). Nella sua Inchiesta sul neorealismo, Carlo Bo ebbe a riportare le dichiarazioni di diversi neorealisti; Vittorini, ad esempio: «esistono tanti neorealismi quanti sono gli scrittori che, nel rappresentare la realtà, seguono, tuttavia, percorsi diversi. » Dello stesso avviso Vasco Pratolini che osservava come il neorealismo fosse perfettamente coincidente con il percorso esistenziale di questo o di quell’altro scrittore. Affermazioni veritiere, a fronte soprattutto, della traiettoria politica e quindi esistenziale degli autori.

Nel dopoguerra, l’eredità politica e letteraria  dei frondisti sarà raccolta dagli apparati intellettuali di sinistra ma, paradossalmente, quel neorealismo, che poi ebbe grande seguito anche in ambito cinematografico, era nato proprio sulle riviste non-conformi del regime, per iniziativa di alcuni fascisti irregolari, tra i quali, il mai troppo compianto Berto Ricci.

__________________

1- Paolo Buchignani – Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio, Ed. Mulino Bologna, 94

2 – Mario Franco – La Rivoluzione permanente nelle opere di Paolo Ricci, La Repubblica 21//06/08

3 – Carlo Bernari – Amore amaro, pref. R.Jacobbi Ed.Mondadori, 1974

4 – Carlo Bernari – I tre Operai, nota postf. Ed. Mondatori, 1965

.

LOGO

I LIBRI DE “IL FONDO”

Per ulteriori informazioni sui volumi cliccare sulle copertine

fondo

I libri de “Il Fondo”
possono  essere acquistati online
sul sito “ilmiolibro.it

libri_fondo magazine

nella finestra “cerca”
digitare il nome dell’autore o il titolo e seguire le istruzioni

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks