Carceri a pressione.

Susanna Dolci

intervista Angiolo Marroni

Esistono carceri peggiori delle parole

Carlos Ruiz Zafón

Angiolo-Marroni_fondo magazineNotizia Ansa del 19 novembre scorso: «Barese condannato a Rimini stava per lasciare la cella a Palmi – Era già stato formalmente scarcerato, ma nessuno glielo aveva comunicato e l’uomo si è tolto la vita in carcere a Palmi (Reggio Calabria). È accaduto martedì scorso, secondo quanto riporta oggi il Corriere di Rimini: l’uomo infatti, 41 anni, di Bari, era stato condannato nel capoluogo romagnolo nell’agosto 2008 per il furto di uno zaino in spiaggia. Andati a vuoto i tentativi di ottenere i domiciliari in una comunità di recupero, l’uomo era disperato e si è suicidato con il fornellino del gas». Si può morire così? Braccialetto elettronico. Una soluzione possibile al sovraffollamento delle carceri o no? “I prigionieri del silenzio” sono i detenuti italiani all’estero. Quanti sono e come stanno?… Chiamatelo carcere, prigione, penitenziario o casa di reclusione. Denominateli carcerati, reclusi o detenuti. Fate come vi pare e piace ma non dimenticate che dentro le “quattro mura” a sbarre e porte con spioncini ci sono degli esseri umani. Per carità, con colpe e fardelli a tutto dire e fare. Tuttavia un modo di trasformarsi o di vivere che potrebbe toccare a ciascuno ed essere di tutti. Celle sovraffollate, suicidi ad ogni età, “mal di carcere” o sindrome da detenzione, diverse etnie a confronto e scontro, agenti mancanti e manchevoli. Un vaso di pandora, insomma, che, scoperchiandosi, rischia la deflagrazione rivoltosa. Il collega della stampa Carlo Mercuri, sulle pagine de Il Messaggero del 23 novembre ha scritto che «ogni detenuto nelle carceri italiane ha mediamente a disposizione meno di 3 metri quadrati di spazio, ben al di sotto dei 7 metri stabiliti dal Comitato Europeo per la prevenzione delle torture. Tradotto, significa che una cella “normale” è fatta per ospitare tre detenuti; oggi, invece, nei penitenziari italiani ci sono in media nove detenuti a cella». Significativo il titolo del suo articolo: “Privarli della libertà, non della dignità”. Il Fondo questa settimana ospita tra le sue pagine telematiche il Garante dei Diritti dei Detenuti per la Regione Lazio, avv. Angiolo Marroni [nella foto sopra] (www.garantedetenutilazio.it). Lo ringraziamo sentitamente per la pronta collaborazione come il Dott. Marco Leone, capoufficio stampa del Garante ed il Dott. Giuseppe D’Agostino della sua segreteria. Altresì ringrazio il giornalista Carlo Mercuri il cui pregevole articolo, su citato, non è stato possibile qui ripubblicare per meri motivi  burocratici e per il proficuo scambio di idee intercorso nei giorni scorsi.

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Avv. Marroni vuole parlarci del figura istituzionale del “Garante dei Diritti dei Detenuti” e, qui nello specifico, per la regione Lazio? Quale la legge regionale che ne garantisce il ruolo  e l’operato? E quanti i garanti in Italia?

La Regione Lazio è stata la prima in Italia ad istituire una figura di garanzia per coloro che sono sottoposti a misure restrittive della libertà personale, a tutela dei diritti inviolabili sanciti dalla Costituzione e dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo: quelli alla salute, all’istruzione, alla formazione, alla cultura, alla socializzazione, ai rapporti con le famiglie e a ogni altra prestazione finalizzata al recupero e alla reintegrazione sociale. Il mandato istituzionale mi fu affidato all’unanimità il 25 febbraio 2004 dal Consiglio Regionale, considerata la mia esperienza ultraventennale di volontariato nelle carceri. In questi anni: abbiamo provato a compiere una vera e propria rivoluzione culturale visto che, nell’attuale società caratterizzata dall’individualismo e dall’esclusione sociale, il carcere è un facile e naturale collettore di disagio e di marginalità e quasi mai la detenzione raggiunge gli obiettivi rieducativi cui sarebbe costituzionalmente finalizzata. Siamo partiti da zero non solo nell’organizzazione ma soprattutto nell’aspetto culturale del nostro lavoro, perché prima di ogni cosa è stato, ed è tuttora fondamentale, educare i nostri interlocutori al fatto che esistono “anche” i diritti dei detenuti. Abbiamo garantito una presenza assidua nei 14 gli Istituti di pena del Lazio, nell’Istituto Minorile di Casal del Marmo e, da qualche mese, anche nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria. I nostri operatori hanno, a turno, lavorato nelle carceri e questo è stato un punto di forza. Alla lunga abbiamo imparato a conoscere le specificità di ciascuna realtà e siamo stati in grado di esportare le esperienze positive maturate negli altri contesti in cui eravamo impegnati.

In questi cinque anni abbiamo prodotto molto, anche oltre le nostre forze e le nostre competenze come, ad esempio, nell’estate del 2006, quella dell’indulto, quando centinaia di persone scarcerate si rivolsero a noi in cerca di un posto dove abitare, di un impiego, di un pasto. Dal punto di vista numerico, sono migliaia i colloqui svolti con i detenuti, centinaia gli impegni portati positivamente a termine e le battaglie vinte. Molte battaglie, purtroppo, le abbiamo perse e queste sono state esperienze che hanno segnato l’Ufficio, soprattutto quando la sconfitta ha coinciso con un pregiudizio, a volte mortale, per la vita umana. Ma siamo sempre stati in grado di ripartire, e di imparare sia dalle vittorie che dalle sconfitte.

Dopo di noi sono nate diverse figure di garanzia a livello regionale, provinciale e comunale: abbiamo provato a tracciarne una mappa sul nostro sito internet, ma la cosa interessante è che si è cominciato a discutere, anche a livello parlamentare, della possibilità di istituire un Garante Nazionale dei detenuti e che, intanto, è nato un organismo di raccordo istituzionale fra i garanti regionali che è la Conferenza nazionale dei Garanti con sede dal Garante Nazionale della Privacy.


Quanti gli istituti penitenziari e loro tipologie in Italia? Sono adeguatamente proporzionali al numero di detenuti od è presente il fenomeno del sovraffollamento come da polli in gabbia? E sul loro stato cosa ci può dire?

Alcuni istituti sono vecchi. Nel caso del Lazio, ad esempio, sono di questa categoria quelli di Latina, Cassino, Rieti e Regina Coeli per il quale, provocatoriamente, ho proposto la trasformazione in una sorta di Beaubourg. Altre carceri sono senza vita perché lontane dal contesto cittadino. In questo quadro si inseriscono situazioni al limite del tragicomico come a Rieti, dove una struttura all’avanguardia per 400 reclusi, realizzata in tempi record è chiusa per carenza di personale.

Personalmente non sono contrario al piano carceri più volte annunciato dal Ministro della Giustizia Angelino Alfano perché avere nuovi istituti significa poter contare su strutture di nuova concezione, con maggiori spazi per le attività trattamentali volte al recupero sociale dei detenuti. Ma alla costruzione delle nuove carceri deve accompagnarsi una diversa politica della giustizia.

Sotto questo punto di vista, il sovraffollamento è un problema. Secondo i dati, circa il 30% dei reclusi deve ancora essere giudicato da un Tribunale, un altro 30 % sono in attesa del processo di appello o del giudizio in Cassazione. Soltanto il 38% sta scontando una pena definitiva. Accanto a questo va anche detto che circa il 45% dei detenuti è composto da stranieri: complessivamente sono presenti circa 150 nazionalità. L’entità dei numeri ha, come corollario, il peggioramento della qualità di vita e del trattamento. Le precarie condizioni igieniche e le difficoltà di convivere in spazi limitati alimentano tensioni tra detenuti e con gli operatori.

Un’occasione persa è stata l’indulto che ha alleggerito la situazione all’interno delle carceri ma, come abbiamo denunciato subito, al provvedimento non sono stati affiancati adeguati interventi a sostegno di quanti venivano rimessi in libertà, che spesso si sono trovati privi di sostegni, a partire dalle esigenze di casa e lavoro. Ciò ha prodotto un sovraccarico sulle strutture assistenziali degli enti locali, già di per sé in difficoltà, senza che a questo aumento di prestazioni sia seguito un adeguamento delle risorse a disposizione. Si è poi sprecata un’occasione per sfruttare la riduzione della popolazione penitenziaria per approvare un serio piano di riqualificazione degli istituti.

E quanti i detenuti sempre nel nostro paese? Età, sesso ed etnia? Tipologie di reato più frequenti? Più uomini o donne?

Per una informazione dettagliata ed esaustiva, preferisco rinviare a questo documento
Statistiche aggiornate sulla popolazione detenuta

Per quanto riguarda la sanità, il lavoro, la fiscalizzazione, l’istruzione, la famiglia per i detenuti? C’è sufficiente garanzia e diritto a tutto ciò?

Per quanto riguarda il lavoro il carcere, ancora oggi esso è concepito quasi esclusivamente al funzionamento della macchina penitenziaria stessa: molti detenuti sono infatti impegnati nelle mense, nella pulizia o nella manutenzione degli edifici. E’ ovvio che ciò comporta due conseguenze negative: l’offerta di lavoro è insufficiente e non favorisce la formazione di professionalità utilizzabili, una volta scontata la pena, per reinserirsi nel mondo del lavoro.

Per questo abbiamo cercato di promuovere la penetrazione, nelle strutture, di cooperative sociali e di realtà imprenditoriali che, sfruttando la legislazione di vantaggio riservata a chi impiega i detenuti, trasferiscano la produzione all’interno delle carceri. Su questo fronte, le cooperative hanno dimostrato la loro efficienza ed utilità a svolgere non solo lavori socialmente utili, ma anche altre produzioni richieste dal mercato per assorbire manodopera svantaggiata ed in particolare collocare detenuti ed ex detenuti.

Il vero problema è che non esistono procedure standardizzate da seguire e quindi, in questi anni, ci siamo affidati spesso all’improvvisazione, o al ragionare sulle esperienze di altre realtà regionali, devo dire con risultati più che soddisfacenti.

Per questo, grazie al contributo della Regione Lazio, abbiamo cercato in primis di sostenere l’attività formativa per trasmettere la cultura del lavoro e della legalità e, al tempo stesso, per consolidare le professionalità acquisite anche grazie a esperienze lavorative fatte con le cooperative o attraverso specifiche borse lavoro. Il nostro impegno è quello di migliorare l’informazione relativa alle agevolazioni che Regione ed altri Enti offrono su questo versante.

Come ufficio abbiamo ottenuto, su questo versante, numerosi successi: mi piace citare il progetto ‘Autostrade con Rebibbia’, cui hanno partecipato 10 detenuti dell’Alta Sicurezza di Rebibbia Nuovo Complesso, che possiamo considerare un successo di integrazione con la società esterna e un modello da replicare in altri istituti. Il progetto ha rappresentato tante cose: la dimostrazione di fiducia da parte di una grande azienda privata verso una cooperativa di ex-detentuti, in questo senso rimuovendo ogni pregiudizio sull’affidabilità dei reclusi, anche importanti, per assolvere ad un compito delicato. Inoltre, consente ai reclusi di lavorare e guadagnare dignitosamente, di aiutare le proprie famiglie spesso disagiate e di avere la sensazione di fare un lavoro utile alla società.

A di Rebibbia Penale – dove la mensa è gestita da una cooperativa di detenuti – abbiamo contribuito ad un progetto che ha dato vita ad una iniziativa imprenditoriale: una cooperativa di detenuti produce infissi in alluminio anodizzato, commercializzati sul mercato; a Velletri si è potenziata la produzione e la commercializzazione di prodotti agricoli coltivati e trasformati dai detenuti in collaborazione con una coop esterna; a Civitavecchia va avanti un progetto di informatizzazione dell’albo dei trasportatori della provincia di Roma.

Ovviamente queste iniziative si collocano in un contesto più ampio che hanno lo scopo di offrire opportunità e consolidare la cultura del lavoro. E’ importante sottolineare che queste esperienze non si caratterizzano come sussidio o aiuto gratuito, ma sono realtà che concorrono sul mercato, come tanti altri progetti che abbiamo realizzato negli altri istituti della regione.

In collaborazione con il PRAP e “Italia Lavoro” abbiamo poi contribuito ad inserire nel mondo del lavoro oltre 150 persone attraverso tirocini formativi, ex detenuti che hanno beneficiato dell’indulto.

Tutto questo, però, purtroppo non basta: manca una visione globale del sistema, non c’è una normazione generale che disciplini il settore (fatti salvi i benefici della legge Smuraglia) e non ci sono riferimenti istituzionali adeguati. Per questo quasi sempre l’iniziativa è lasciata al terzo settore, con la conseguenza che nelle zone dove esso è meno presente l’offerta di lavoro è necessariamente più limitata.

Un aspetto diverso – anche se correlato – è il lavoro esterno al carcere, sia con riferimento agli ex detenuti appena rimessi in libertà, sia per coloro che, alla fine della pena, fruiscono di misure come il lavoro esterno o la semilibertà.  In questi casi abbiamo cercato soprattutto di offrire ai detenuti l’opportunità di fruire di un processo formativo adeguato, che gli consenta di poter trovare più agevolmente un posto di lavoro.

In tale ambito, abbiamo utilizzato le risorse del Consiglio Regionale del Lazio per dar vita a un fondo mutualistico da utilizzare in favore di attività alternative o complementari al Microcredito che ha consentito anche a detenuti ed ex detenuti di accedere a piccoli prestiti a tasso agevolato. Questo strumento è un’esperienza importante sotto molti punti di vista soprattutto perché va a collocarsi all’interno di una politica penitenziaria rivolta esplicitamente a dare ai detenuti un’occasione per tornare da protagonisti nella società, favorendo il loro reinserimento sociale e lavorativo nel rispetto dell’articolo 27 della Costituzione.

E’ chiaro che non si può parlare di lavoro, e di possibilità di reinserimento dei detenuti, senza parlare di formazione. La decisione della Regione Lazio di finanziare per la formazione in carcere sono il punto di partenza per risolvere il problema del lavoro per detenuti ed ex detenuti. Abbiamo sostenuto corsi di alfabetizzazione informatica per i giovani di Casal del Marmo. A Rebibbia Femminile si è svolto un laboratorio di tappezzeria e tendaggi, con l’assunzione di due detenute a tempo determinato. Grazie alla collaborazione con Confederazione Italiana Agricoltori, a Rebibbia N. C. i detenuti hanno realizzato un orto. Abbiamo ideato corsi per la manutenzione dei pannelli solari, per la preparazione della pasta all’uovo, per lavanderia, per il mosaico e per lavori edili.

In questo ambito  abbiamo anche svolto un ruolo di coordinamento e monitoraggio nelle carceri per supportare un sistema di formazione integrato realizzato con il sostegno dell’Assessorato regionale alla Formazione. Il progetto ha coinvolto 13 Istituti e una delle esperienze più interessanti è stata il corso per pasticceri all’interno del “Mammagialla” di Viterbo.

Il nostro fiore all’occhiello, in tema di formazione, resta il progetto di Teleuniversità per la formazione a distanza dei detenuti.  Nell’università di Tor Vergata è stato implementato un centro servizi per la formazione a distanza con un sistema che riprende le lezioni dei corsi di laurea di Economia, Giurisprudenza e Lettere, le riversa nel sistema di e-learning e le trasmette ai detenuti che si trovano in apposite aule multimediali a Rebibbia Nuovo Complesso. La gestione del progetto è affidata ad un Comitato formato dal Rettore dell’Università di Roma “Tor Vergata”, dal Garante dei detenuti, da Laziodisu, dal Direttore di Rebibbia N.C., dal Responsabile Fastweb e dai docenti che aderiscono al progetto.

Ogni discorso sulla sanità in carcere non può prescindere dalla peculiare condizione del detenuto per il quale il concetto di salute non può limitarsi alla mera assenza di malattia. Bisogna infatti tener presente che la limitazione della libertà è di per sé patologica e necessita di specifici interventi di prevenzione e sostegno.

Ciò premesso, è universalmente riconosciuto che quello alla Salute e alla cure è uno dei diritti più trascurati in carcere. Consci di ciò, abbiamo ospitato nei nostri uffici il “Forum Nazionale per il  diritto alla Salute in carcere” e, dopo l’applicazione del D.Lgs 230/1999 per il passaggio alle Asl della medicina penitenziaria, siamo stati fra i promotori dell’Osservatorio regionale sulla medicina penitenziaria, per garantire che i detenuti delle carceri del Lazio non patiscano disagi e lungaggini.

Il passaggio della sanità penitenziaria alle regioni è importante, perché l’inserimento nei progetti regionali di salute – pur in un quadro di forti difficoltà economiche – offre la possibilità di attuare il dettato costituzionale che tutela il diritto alla salute per tutti i cittadini senza distinzioni. Questo, ovviamente, non fa venir meno le specificità che il mondo penitenziario porta con sé, soprattutto con riferimento alla non facile coabitazione tra esigenze di sicurezza proprie del carcere e quelle di cura tipiche del mondo sanitario.

Aver inserito la sanità penitenziaria nelle ASL comporta che il carcere diviene una realtà del territorio, da tener presente nella programmazione dei servizi. In questo quadro, abbiamo lavorato per favorire il dialogo tra soggetti istituzionali spesso non comunicanti. Per capire la portata potenzialmente rivoluzionaria della riforma basti pensare che potranno risolversi le questioni della continuità terapeutica, dell’integrazione socio-sanitaria, della gestione delle dipendenze. In altri termini avremo la possibilità di offrire al detenuto scarcerato non più un salto nel buio (come accadde per l’indulto), ma un possibile nuovo percorso di reinserimento e di integrazione.

Per quanto riguarda il Lazio, il dato più allarmante è che il 3,33% dei detenuti delle carceri laziali è affetto da Hiv, la più alta percentuale in Italia dove la media è dell1,98%. A Regina Coeli, Rebibbia e Civitavecchia, circa 3mila detenuti sono seguiti dal reparto di malattie infettive dello “Spallanzani” e di queste, circa il 6% ha l’Hiv. La maggiore causa di infezione è la tossicodipendenza (71% dei casi nel Lazio). Una spiegazione plausibile a questo primato potrebbe essere che, nonostante la ritrosia dei detenuti a sottoporsi al test dell’Aids, nel Lazio, grazie all’opera di sensibilizzazione degli operatori, si è registrata una maggiore disponibilità.

Il carcere è una summa di malattie fisiche, psichiche e psico-fisiche. Le patologie più diffuse sono quelle cardiache e polmonari, le malattie della bocca e del cavo orale e quelle del metabolismo, legate alla cattiva alimentazione e sedentarietà. Inoltre, non va trascurato il fatto che il carcere può rappresentare un possibile focolaio endemico per quanto riguarda alcune patologie diffusive, quali la tubercolosi e le epatiti virali croniche.

Non deve stupire questa varietà di patologie. Citando il rapporto 2005 del DAP sullo stato di salute della popolazione detenuta, proprio per la specifica composizione (in gran parte persone provenienti da diverse aree del disagio sociale), il carcere è un osservatorio privilegiato di fenomeni sociali e possibile futura proiezione sulla popolazione generale delle problematiche di carattere sanitario.

Il punto focale è che non è stato sciolto il nodo del rapporto tra esigenza di tutelare il diritto alla salute ed esigenza di sicurezza. Ci sono molti casi di detenuti che, pur necessitando di ricoveri urgenti o accertamenti diagnostici da tempo prenotati all’esterno, non hanno potuto accedervi per mancanza di scorte, carenze di spazi ritenuti sicuri, ma anche perché le autorizzazioni del Magistrato di sorveglianza arrivano con modalità o tempi non adeguati. C’è poi, una indubbia disparità di trattamento tra i detenuti reclusi a Roma o nel resto della regione. L’accesso alle cure non è sempre garantito allo stesso modo per molteplici fattori come le carenze di personale sanitario e specialistico in carcere, le difficoltà di comunicazione con le strutture sanitarie del territorio, le difficoltà di garantire la continuità terapeutica a detenuti soggetti a trasferimenti.

Nella quotidianità abbiamo lavorato per migliorare la qualità della vita in carcere: abbiamo realizzando quattro opuscoli in più lingue sulle malattie più diffuse (HIV, epatite, TBC e malattie da contagio) distribuiti in oltre settemila copie. Abbiamo donato a diverse carceri del Lazio dei Triage cardiaci, strumenti che permettono di prevenire le patologie cardiache, sintomi di infarto, dolore al petto, ischemie con un tempo di attesa di 10 minuti.

La cura dei denti e la prevenzione orale sono state alcune delle prime domande cui abbiamo cercato di dare risposta. Grazie ad un progetto di odontoiatria sociale finanziato dalla Regione Lazio e con un protocollo firmato con l’Agenzia di Sanità Pubblica e il PRAP, abbiamo sottoposto 220 detenuti ad un progetto per rilevare patologie orali, e impiantato circa trecento protesi con controlli a distanza. A questo progetto è seguito l’accordo con la Società Italiana Maxillo Odontostomatologica, grazie al quale nelle carceri del Lazio sono entrate le odontoambulanze, laboratori mobili attrezzati come un vero e proprio studio odontoiatrico. In due anni di attività il progetto ha consentito l’effettuazione di 470 visite e 980 prestazioni ai detenuti. Il 76% dei visitati non si sottoponeva ad una visita da almeno 5-10 anni.

Non dimenticherò mai lo sguardo del detenuto di Regina Coeli cui, dopo mesi di trattative con le istituzioni, consentimmo di riconoscere il proprio figlio. E neanche i sorrisi dei due detenuti che, sempre a Regina Coeli, sono diventati marito e moglie.

Quello della tutela dei diritti civili più elementari è un aspetto essenziale della vita penitenziaria e del processo rieducativo del detenuto, che riguarda questioni fondamentali per la vita di ogni recluso. Mi riferisco alla difficoltà nella gestione dei rapporti con le famiglie a causa della complessità e, in alcuni casi, della rigidità dell’amministrazione penitenziaria.

Due sono le tematiche che spesso i detenuti ci sottopongono: i trasferimenti ed i colloqui con la famiglia. Per il primo aspetto è ovvio che un proficuo rapporto con le famiglie passa dal rispetto del principio della territorialità della pena. In sostanza ciascun detenuto, salvo particolari ed eccezionali ragioni, dovrebbe scontare la pena nella regione dove risiede, per poter tenere più spesso e più facilmente i rapporti con la famiglia. Molto spesso ciò non accade. In altri casi, procedure di sfollamento effettuate senza criteri razionali, hanno rischiato di compromettere processi educativi avviati. In questi casi abbiamo segnalato agli organi competenti le situazioni, cercando di fungere da tramite e di evidenziare situazioni meritevoli di attenzione.

Abbiamo lavorato molto sulla fruizione di colloqui telefonici. La procedura, lunga, farraginosa e troppo rigida, impedisce di poter usufruire di questo diritto. Se si unisce questo aspetto a quello della non sufficiente attenzione alla territorialità della pena, si nota come vi sia una seria difficoltà nel tenere rapporti con la famiglia, tanto importanti per un corretto processo di recupero.

Un capitolo a parte merita la questione della presenza crescente di  detenuti stranieri. Quasi sempre la loro condizione familiare è molto più precaria di quella degli italiani, caratterizzata dalla mancanza di un alloggio, dall’estrema difficoltà nell’identificazione, nel difficile rapporto con le istituzioni dei paesi di origine cui abbiamo tentato di sopperire avviando collaborazioni con ambasciate o consolati di Israele, Bolivia, Cina, Cile, Romania, Polonia, Spagna, Brasile, Argentina. Ad esempio, grazie ad un protocollo con il Centro Islamico Culturale d’Italia abbiamo gettato le basi per garantire la presenza di Imam in carcere durante il ramadan e la diffusione di copie del corano per i detenuti musulmani.

Per le attività ricreative, con il Ministero della Giustizia, la Regione Lazio, la Fondazione Europa occupazione e Volontaria, abbiamo patrocinato il progetto Teatro e Carcere” nell’ambito del quale sono state realizzate  numerose rappresentazioni teatrali: ma la cosa che mi piace citare sono due progetti cinematografici che abbiamo patrocinato: il primo si intitola”Ricominciamo…”, film documentario sulla storia della Cooperativa 29 Giugno. Poi, con il maestro Gianfranco Baruchello abbiamo contribuito alla realizzazione di “Un altro giorno, un altro giorno, un altro giorno”, un film-intervista realizzato con i detenuti delle carceri laziali che, per il valore artistico intrinseco, pensiamo possa competere nei Festival internazionali.

Un’altra iniziativa che mi è particolarmente a cuore è quella che abbiamo definito con il “Venerdì di Repubblica” (il settimanale dello storico quotidiano romano) con la quale abbiamo creato nuove biblioteche nelle carceri del Lazio (o rifornito quelle esistenti) grazie alle donazioni di volumi che ci arrivano periodicamente dal giornale.

Infine, abbiamo incontrato il Gruppo di Lavoro ONU sulle Detenzioni Arbitrarie, che  investiga sui casi di privazione arbitraria della libertà personale. La delegazione ha visitato prigioni, luoghi di detenzione, istituzioni psichiatriche e centri per immigrati per comprendere la situazione nel Paese e per approfondire la conoscenza dei casi specifici.

Quali le richieste dei carcerati? Cosa invece, voi Garanti, chiedete alle massime istituzioni?

C’è un elenco comune di richieste che appartiene ai detenuti di tutta Italia e che può essere sinteticamente rappresentato dalla frase “migliori condizioni di vita in carcere, più tutela dei diritti”. I detenuti vorrebbero poter incontrare più facilmente i familiari, non dover condividere in tanti pochi metri quadrati di spazi, vorrebbero poter immaginare un futuro oltre il carcere. Se poi si scende nel dettaglio, l’elenco è lungo anche perché il quadro è variegato ed ogni istituto ha problemi propri. Poi, in ogni realtà la gravità dei problemi dipende sia dalla società esterna e dalle sue sensibilità culturali e sociali che da come alcune direzioni interpretano la funzione della pena. Il problema, è che qualcuno dimentica il dettato Costituzionale sulla funzione della pena. In sostanza, al netto di tutti gli altri problemi, il carcere vive la sua vita interna condizionata dall’orientamento dei direttori, degli educatori, della polizia e, in ultima analisi, della società esterna, delle istituzioni e del mondo del volontariato. Quando abbiamo cominciato il nostro lavoro c’èra una situazione di emergenza: carceri ben al di sopra della soglia tollerata, celle piene all’inverosimile, possibilità quasi nulle di garantire ai reclusi i diritti di base. Dopo la breve stagione dell’indulto, oggi corriamo il rischio di tornare ad una situazione simile a quella di cinque anni fa. Ma soprattutto vi è, da parte delle istituzioni, la difficoltà a garantire la certezza della pena e la funzione di rieducazione e risocializzazione dei detenuti. Il passaggio che ancora manca è comprendere che il reinserimento sociale dei detenuti passa per il mantenimento, anche durante la detenzione, dei rapporti con la società libera. In altri termini, per evitare che il carcere si trasformi in un “non luogo”, è indispensabile rafforzare la presenza dentro l’istituzione carceraria di tutto ciò che di positivo proviene dal mondo esterno. Vanno valorizzate le opportunità di lavoro offerte dal volontariato e dai Garanti, implementate e finanziate le opportunità di studio, accrescimento culturale, formativo e sociale e – più in generale – vanno accresciuti, nei limiti consenti dalla legge, gli spazi di intervento di questi operatori.

Immigrazione, immigrati e detenzione in Italia. Quale il loro stato e rapporto?

In questi anni di lavoro nelle carceri abbiamo visto la questione immigrati e le problematiche connesse crescere esponenzialmente La  questi temi sono divenuti, purtroppo, ancor più di pressante attualità in relazione alle nuove norme del governo in tema di contrasto agli ingressi clandestini nel nostro paese. Nei mesi scorsi questo ufficio, grazie ad un Protocollo d’Intesa con la Prefettura di Roma, la Provincia di Roma e la Croce Rossa, ha avuto la possibilità di accedere con i propri operatori nel C.I.E. di Ponte Galeria. La possibilità di allungare da 60 a 180 giorni il periodo massimo di permanenza degli ospiti stranieri nei Centri ha fatto sì che questi siano divenuti dei veri e propri luoghi di detenzione senza, tuttavia, quanto di buono a livello di accoglienza e di assistenza anche dal mondo del volontariato si trova in un carcere vero. Per questo per noi è fondamentale monitorare, nel C.I.E il rispetto dei diritti di quanti vi dimorano.

Suicidi in carcere? Siamo a 63 dall’inizio dell’anno. Troppi. Quali le cause che portano all’estremo gesto?

I tanti gesti tragici di questi ultimi mesi in tutta Italia dimostrano che il carcere è un luogo sempre più invivibile dove si respira un clima di estrema precarietà e tensione. Dietro le sbarre si violano i diritti della Costituzione e la pena non è certo per riabilitare. Fra le cause di questi gesti, oltre al sovraffollamento si aggiungono le difficoltà quotidiane come la carenza di personale, di fondi e strutture, la difficoltà a svolgere una adeguata attività trattamentale che rendono, di fatto, inapplicabile il dettato Costituzionale sul recupero sociale del reo e fanno del carcere un luogo infernale, soprattutto per i più deboli. In queste condizioni, è difficile valutare le condizioni psicofisiche di chi si toglie la vita dietro le sbarre. Se si segue un detenuto sin dall’inizio, quando mostra i primi segni di disagio, c’è una possibilità di salvarlo. Ma se non mostra alcun segno, è difficile impedirlo. Il carcere di certo non aiuta: i detenuti sono lontani dalle famiglie, senza prospettive e speranze.

A me pare che, a forza di spostare il dibattito sulle nuove carceri e sulle nuove pene, si sta finendo con il far passare nel dimenticatoio che anche i detenuti, soprattutto quelli più deboli, sono titolari di tutti i diritti, compresi quelli alla salute e alla vita.

Sui maltrattamenti in carcere?

Il carcere, di per sé è già un luogo violento, se si pensa che toglie le libertà che è già di per sé una sanzione dura ed afflittiva, cui spesso si accompagna la compressione di altri diritti costituzionali come la salute, il lavoro o l’istruzione. Poi, il sovraffollamento, la carenza di agenti di polizia penitenziaria, di educatori e del personale necessario, la presenza di diverse tipologie di detenuti fanno si che possano accadere episodi di maltrattamenti e violenze fra i detenuti e sui detenuti. Ma non è certamente questo il dato che contraddistingue la Polizia penitenziaria la cui azione è, invece, improntata al sacrificio e all’assistenza verso la popolazione detenuta tanto è vero che, è cronaca di questi giorni, diversi suicidi fra i reclusi sono stati sventati dal pronto intervento degli agenti. E’,, però, un dato di fatto che dove la società civile si fa sentire con tutte le sue componenti, in carcere è difficile che accadono episodi di questo genere.

Sappiamo che le sue denunce a seguito dei casi Cucchi e Blefari Melazzi le hanno arrecato minacce. Perché?

Credo che i casi Cucchi, Blefari e quello più recente di La Penna siano solo un pretesto. In realtà credo che le minacce che il mio ufficio ha ricevuto siano legate alla nostra azione quotidiana nei confronti dei detenuti, cui insieme ad ogni tipo di assistenza, cerchiamo di garantire anche una sorta di educazione alla legalità. Ecco, io credo che sia proprio quest’ultimo aspetto a dare maggiormente fastidio.

Ancora una notizia Adnkronos del 25 luglio di quest’anno: «Roma – Aveva rubato un filone di pane 3 anni fa, un senza fissa dimora finisce in cella. Arrestato e condannato anche ad una ammenda pecuniaria di 4 centesimi, un senzatetto italiano sta scontando la pena a Rebibbia. Il Garante dei detenuti del Lazio solleva il problema del sovraffollamento delle carceri: “Conseguenze drammatiche anche per il recupero sociale dei reclusi”». Si può finire in carcere “solo” per questo?

I sondaggi di questi tempi dicono che lotta alla criminalità e diritto alla sicurezza sono le priorità che i cittadini indicano alla politica. Negli anni, l’unica risposta che la politica ha saputo offrire è sempre stata la stessa: più carcere, meno misure alternative, pene più severe, introduzione di nuovi reati, repressione penale di condotte come immigrazione, prostituzione, tossicodipendenza. E non è un caso che questo l’esecutivo ha presentato diversi provvedimenti che rappresentano veri e propri ‘giri di vite’ per il carcere oltre a un piano anti sovraffollamento con la costruzione di nuovi istituti. Personalmente non sono contrario all’idea di una nuova edilizia penitenziaria, soprattutto se accompagnata da un rinnovato interesse verso l’integrazione e il reinserimento sociale dei detenuti e caratterizzata da un’intenzione laica di non puntare alla “redenzione” ms al “riscatto sociale” e dalla volontà di prevedere strutture dove il conflitto tra sicurezza e trattamento non veda più prevalere in maniera irrazionale il primo aspetto a discapito del secondo.

Le soluzioni draconiane, oltre che inefficaci, sono in contrasto con la Costituzione in cui si afferma che la pena – si badi non il carcere – deve tendere anche al recupero e al reinserimento dei condannati ed ispirata ad umanità. Tutto questo vociare propone risposte inutili e contrarie allo spirito costituzionale che, tra l’altro, ignorano l’attuale  realtà  carceraria che, in tutta Italia, ci dice che i detenuti in attesa di sentenza definitiva sono oltre la metà dei reclusi.

Il fallimento della linea del rigore è sotto gli occhi: il tasso di recidiva è elevatissimo (oltre il 60%), il numero dei crimini non diminuisce e le carceri sono più sovraffollate, con disagi inenarrabili per i detenuti e per gli operatori. E soprattutto non si capisce a che cosa serva il carcere per gli stranieri senza permesso di soggiorno, i tossicodipendenti, i portatori di disagio psichico o di altre problematiche. È evidente che per alcuni di questi malati, il carcere può fare ben poco anzi, può solo aggravare la loro malattia e per questo andrebbero immaginate nuove forme di sanzioni.

La crisi della giustizia dovuta alla lentezza dei processi ha fatto il resto, rendendo il sistema inefficace e ingiusto. Se a ciò si aggiunge che il 25% dei detenuti escono dal carcere entro tre giorni dal loro ingresso, si capisce che il sistema non funziona. Oggi le domande “quale pena?”, “quale pena utile?” sono senza risposta e ci si continua ad illudere che aumentando semplicemente le pene si risolva il problema. Siamo, insomma, in presenza di un cane che si morde la coda.

La soluzione cui il Parlamento dovrebbe pensare – con coraggio, e un dibattito privo di pregiudizi – è la ‘decarcerizzazione’ del sistema, con un ampio ricorso a misure alternative, ma non per questo meno dure e dissuasive, al carcere. Del resto, lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitiano ha affermato che dovremmo rendere la pena carceraria una extrema ratio riservata solo ai casi più gravi.

Secondo il DAP, tra gli ammessi a misure alternative il tasso di revoca dovuto alla commissione di delitti nel periodo di esecuzione della pena extra-muraria è dello 0,45%. In altri termini commettono reati in misura alternativa solo quattro detenuti su mille. Nei cinque anni successivi alla fine della misura alternativa, il tasso di recidiva di questa categoria è attorno al 19% contro il 68% dei detenuti ordinari. Possiamo quindi affermare che la soluzione al problema della sicurezza non è quello di diminuire, ma di aumentare le pene alternative.

Se fossero previsti meno reati i processi sarebbero più rapidi e le pene sarebbero comminate in tempi più ravvicinati rispetto alla commissione del fatto. Ciò comporterebbe una nuova percezione della forza punitiva dello Stato con una maggiore efficacia rieducativa, anche per la diversa percezione che la pena avrebbe sia nei confronti del condannato che dell’opinione pubblica. Inoltre la riduzione dei tempi e dei processi consentirebbe di liberare risorse che potrebbero utilmente essere investite in politiche di prevenzione dei reati.

Il ricorso massiccio a pene e misure alternative ridurrebbe poi in maniera significativa la popolazione detenuta, con benefici anche in questo settore. La diminuzione dei detenuti in attesa di giudizio consentirebbe di svolgere più attività trattamentali, consentendo di distribuire a ciascun educatore un numero minore di detenuti. Le risorse liberate, inoltre, consentirebbero di investire in nuove assunzioni di personale e in politiche di edilizia penitenziaria.

Era questa la strada tracciata nella nuova bozza di codice penale predisposta la scorsa legislatura dalla Commissione presieduta da Giuliano Pisapia. La proposta prevedeva un sistema fondato su pene pecuniarie, interdittive, prescrittive e solo alla fine, quando le altre sanzioni appaiono inadeguate, detentive. In tal modo si riuscirebbe a colpire anche quei reati, soprattutto finanziari, che l’attuale vecchio codice non punisce adeguatamente. Una bozza che giace dimenticata nei cassetti del Ministero di Giustizia che, forse, il ministro Angelino Alfano dovrebbe leggere.

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