Augusto Grandi. Razz! Politici d’azzardo

Giorglio Ballario

intervista Augusto Grandi

razz!A Torino e in Piemonte è già partita la “caccia al tesoro” per dare un nome e un volto ai politici messi alla berlina nelle pagine del romanzo.  Ma Razz! Politici d’azzardo, scritto da Augusto Grandi e pubblicato da Daniela Piazza Editore, è tutt’altro che un’opera locale o peggio ancora localista. Perché se un vecchio adagio recita che tutto il mondo è paese, quando si tratta di vizi della politica, tutto ciò è doppiamente vero. E i metodi adottati nel sottobosco del potere sono gli stessi a tutte le latitudini italiane. Autore ed editore precisano che il romanzo è frutto di fantasia e ogni riferimento a persone reali è puramente casuale; ma Grandi – 53 anni, giornalista, da più di vent’anni corrispondente da Torino del quotidiano “Il Sole 24 Ore” – confessa candidamente, anche nell’intervista che segue, che la lunga frequentazione professionale con il mondo della politica l’ha influenzato. E non poco. Per lui è la prima prova in veste di romanziere, dopo svariati testi di carattere saggistico (l’ultimo, “Lassù i primi. La montagna che vince” ha ottenuto la scorsa estate il premio Acqui Ambiente) e un volume di racconti su giovani e politica nei non sempre formidabili Anni Settanta. Uscito nel 2007, Baci & bastonate (Edizioni Angolo Manzoni) rivelava l’appartenenza dell’autore a quella generazione sospesa tra la militanza giovanile missina e le avanguardie culturali che trent’anni fa provarono a svecchiare l’ambiente della destra italiana. Razz! Politici d’azzardo” è un libro interessante. Non solo perché è un romanzo ben scritto, teso, amaro e divertente al tempo stesso. Ma anche perché spiega, meglio di tanti saggi politologici, gli effettivi meccanismi del potere. Anche del piccolo potere, che dai consigli comunali e di circoscrizione può portare a posti di grande responsabilità nella vita di una Regione o della stessa nazione. Basta imbroccare la cordata giusta, fare un favore al “ras” locale oppure eliminare senza tanti scrupoli i possibili concorrenti interni. La politica esclusivamente come un gioco d’azzardo (il Razz è un poker americano, dove vince la mano chi ha il punteggio più basso), la battaglia delle idee ridotta a una specie di reality dove il gioco consiste nel far fuori i compagni di partito più scomodi, per essere in meno a dividere la torta. E’ qui che si nota l’abisso umano e psicologico fra i giovani di Baci & bastonate e gli uomini maturi di “Razz”. I primi ingenui, arrabbiati, violenti e magari alienati dalla militanza 24 ore su 24. Ma in qualche modo salvati dal senso di comunità che si respirava nel ghetto. I secondi cinici, volgari, egoisti e costretti dalle regole del gioco a non fidarsi di nessuno. Neppure dei propri compagni di militanza politica, che anzi si rivelano i veri nemici. Nel romanzo di Grandi compaiono tanti personaggi ma non ce n’è uno in cui il lettore sia portato a identificarsi. Neppure un Cattivo con la “c” maiuscola, che possa affascinare. Solo piccoli uomini mediocri, in cui più d’un politico italiano potrebbe identificarsi.  Chi è Paolo, leader di un fantomatico Partito degli Onesti (Pdo), che a Torino cerca alleanze con gli avversari politici? E Dario Lo Gatto, massone e gran manovratore del sottobosco dell’ex movimento Alè Europa? E Ivan Vlasov, misterioso uomo dell’Est con importanti conoscenze anche a Mosca? Con loro si muovono sulla scacchiera della scalata politica giornalisti, editori televisivi, imprenditori, giovani di belle speranze. E anche donne facili (ma tutt’altro che fatali) che frequentano con la stessa leggerezza locali per scambisti e segreterie dei partiti. Il libro racconta la quotidianità di chi si sente al di sopra di tutto e tutti, di chi è pronto a tradire amicizie consolidate in cambio di un piccolo posto di sottogoverno. Continuando però a sognare la grande scena politica nazionale. Il tutto condito da avventure con donne disprezzate, da un rapporto con l’erotismo tutt’altro che festoso e solare. Tra problemi di famiglia, lavori insoddisfacenti, litigi con tutti. Politici al ribasso, dunque. Pronti a svendersi pur di togliere la scena al proprio alleato. Persino a macchiarsi con un omicidio per eliminare un concorrente. Un palcoscenico dove interviene però un elemento estraneo a creare scompiglio, a mettere in moto situazioni pericolose per il consolidato squallore dei protagonisti della politica locale. Non c’è happy end, naturalmente. Non c’è consolazione e neppure troppa fiducia nel futuro. Ma Grandi, pur essendo realista fino all’inverosimile, non è cinico e lascia la porta aperta a un filo di speranza. Che non può che provenire da due giovani, due ragazzi che forse si amano e comunque rifiutano le logiche perverse in cui la nostra società vorrebbe farli crescere. Perché la vita insegna che in ogni epoca esistono i ribelli. E anche in una metropoli del XXI secolo si può trovare un bosco dove rifugiarsi e organizzare la resistenza.

G.B.

augusto grandi_fondo magazineUn romanzo dopo svariati libri di saggistica e uno di brevi racconti. Perché?

Mi piace sperimentare nuovi linguaggi. Un saggio sulla politica, e soprattutto sui politici, sarebbe andato solo agli addetti ai lavori. E visto che credo nel ruolo della politica, ritengo che sia opportuno che un pubblico più vasto possa conoscerne i meccanismi. Il romanzo mi è parso lo strumento giusto.

“Razz. Politici d’azzardo” è un’opera di fantasia, ma nella tua professione di politici nei hai conosciuti tanti: ti sei ispirato a qualcuno di loro? E la classe politica italiana è davvero così bassa come la descrivi?

Indubbiamente il libro è la conseguenza di certi disgusti legati alla frequentazione di molti politici. Ma ti posso assicurare che il livello medio è molto ma molto più disgustoso di quanto ho scritto. In fondo è quasi un’opera edulcorata.

Non lo dici esplicitamente, ma nel romanzo si criticano i nuovi meccanismi di selezione dei partiti: i soldi per le campagne elettorali, le tessere, l’uso spregiudicato dei mezzi d’informazione, persino i ricatti e – nell’opera di finzione – un omicidio. Si stava meglio quando si stava peggio, cioè ai tempi delle scuole di partito, della militanza etc…?

Sicuramente le scuole di partito di un tempo erano molto meglio delle cene di potere di adesso. E la militanza, quella vera, formava carattere e insegnava qualcosa. Ora, non ai vertici né alla base ma a livelli intermedi, conta solo arrampicarsi, arraffare, vivacchiare e spartire.

Ciò che colpisce di più nei personaggi del tuo romanzo non è la spregiudicatezza, che quasi sempre sconfina nell’illegalità: è dai tempi di Tagentopoli che certe cose di sanno… Stupisce il basso livello, umano e professionale, dei protagonisti. La superficialità, l’improvvisazione… Dalla tua esperienza, è davvero così?

Purtroppo sì, il livello umano fa schifo. Se c’è una selezione, è verso il peggio. Se non hanno il pelo sullo stomaco, non vengono cooptati in questi centri di sottogoverno in cui si sono trasformati i partiti.

Un’altra caratteristica, questa volta a livello stilistico, è il linguaggio: persino l’editore ne ha quasi preso le distanze… I personaggi parlano in modo crudo e volgare, ma anche con un vocabolario molto basico, povero di termini e di concetti. E’ una tua scelta stilistica o in qualche modo nasce dall’osservazione della realtà?

Anche il loro linguaggio mi disgusta. Ne avrei fatto volentieri a meno, purtroppo è quello che usano tra di loro, negli incontri privati. Ignoranti, maleducati, arroganti, indifferenti a tutto.

Nel sottobosco politico che descrivi si fa un gran parlare di sesso e si consuma anche, quasi sempre rapporti di tipo mercenario o comunque improntati al “do ut des”. Mancano i trans: è solo perché il romanzo è stato scritto prima dell’affaire Marrazzo?

Nessun riferimento al caso Marrazzo per la semplice ragione che tra i politici che mi hanno ispirato nessuno aveva gusti di quel tipo. Ma lo schifo resta il medesimo. Con il disprezzo di tutto ciò che non è acquistabile e il medesimo disprezzo per ciò che si acquista. È gente che non sa godersi ciò che ha e cerca qualcosa sempre più in basso, perché nell’immondizia, nel fango, si sente più a proprio agio. Senza imbarazzi dovuti alla crassa ignoranza.

Il finale è amaro: i “cattivi” perdono ma non del tutto; i “buoni” non vincono (anche perché nel romanzo ce ne sono pochini…). La politica “politicante” va avanti senza sconvolgimenti. Ma  qua e là sembri voler seminare qualche granello di speranza…

Resto convinto che, nonostante loro, ci siano margini di speranza. Nascono e si moltiplicano i centri studi, e dove si studia ci possono essere analisi – magari non condivisibili – ma c’è comunque uno sforzo di elevarsi rispetto al porcile dei politici descritti nel romanzo. Ci sono giovani che credono in qualcosa di diverso: magari parlano la stessa lingua, che ha poco a che fare con l’italiano, ma hanno comunque idee, principi, ideali. Io ci credo ancora.

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