Bilenchi. Il centenario di un uomo contro

Romano Guatta Caldini

I libri di Gallian sono documenti. E un documento su di un periodo rivoluzionario non creduto compiuto, non avrà fine finché tutta la rivoluzione non sia realizzata

Romano Bilenchi – Popolo d’Italia, 20 agosto 1935

romano bilenchi_fondo magazine«Noi giovani abbiamo radici nella realtà, ci siamo forgiati lo spirito su Oriani, e la carne colle scazzottate, le  fatiche militari e sui corpi caldi delle donne italiane» (1) – Così, Vasco Pratolini recensiva Il capofabbrica di Romano Bilenchi, il romanzo della crisi del frondista fiorentino. Il selvaggio Bilenchi, il collaboratore de L’Universale, di Primato e  del Bargello, Bilenchi, forse il più inquieto e il più tormentato fra i collaboratori di Berto Ricci.

«In fabbrica, tra gli operai, ci sono nato» (2) ha dichiarato Bilenchi. In realtà, l’estrazione sociale del giornalista e romanziere è ben diversa. Si, certo, Bilenchi è nato in mezzo agli operai, ma quelli alle sue dipendenze, o meglio, quelli che lavoravano nella fabbrica costruita dal nonno paterno. E’ in questo contesto che nascono le prime contraddizioni e le prime domande sul come far convivere il suo Fascismo, quello popolare e strapaesano delle squadre e la necessità di una più equa re-distribuzione della ricchezza. Pulsioni, queste, che lo porteranno a viaggiare attraverso e fuori dal Fascismo, al pari di Zangrandi e molti altri. Una migrazione dovuta fondamentalmente a contraddizioni certamente intime  e legate alle vicende personali, ma causate, anche e soprattutto, dalle contraddizioni stesse, sorte in seno al Fascismo e alle sue correnti.

Quanto avesse pesato il retaggio familiare, sul percorso del romanziere, è lo stesso Bilenchi a confermarlo: «Mio padre era socialista, anche mia madre: si sposarono con il matrimonio civile, niente chiesa. (…)» (3) ha dichiarato nel ’73, in un’intervista rilasciata a Enzo Golino per Il Giorno. Quando l’intervistatore gli fece notare l’anomalia di tale “condizione”, Bilenchi rispose: «Certo, il nostro tenore di vita era diverso, borghese.(…)»(4) Ed inizialmente, il  processo anti-borghese, lo  porterà a scrivere romanzi come La vita di Pisto: «Chi è – sottolinea Paolo Buchignani nel suo La rivoluzione in camicia nera – il Pisto di Bilenchi (personaggio realmente esistito, fratello del nonno materno dell’autore) se non un valoroso combattente garibaldino di Colle Val d’Elsa, che alla fine aderisce al fascismo, individuando in esso, e in particolare nello squadrismo ribelle, libertario, antiborghese, anticlericale, antimonarchico una versione aggiornata del garibaldinismo della sua giovinezza? Chi è Pisto se non uno squadrista ante litteram, castigatore violento e beffardo di “borghesi”, “signori”, “codini”, “bacchettoni”, “preti”?»(5) ha ricordato Luciano Lanna in La via italiana al libertarismo. La vita di Pisto è un libro che ben rappresenta il recupero, da parte del Fascismo, dei personaggi e dei temi cari a quella che può essere definita la sinistra nazionale: Garibaldi, Mazzini, Pisacane e il Fascismo inteso come ultimo atto della Rivoluzione nazionale iniziata dal Risorgimento. Altro romanzo, da collocare nel solco anti-borghese, è sicuramente Il Capofabbrica:  «la storia (…) di un giovane squadrista, che diviene socio di una piccola impresa, ma deve affrontare sia la disonestà del comproprietario, sia l’ostilità degli operai socialisti e del direttore dell’officina, il capofabbrica, appunto. Il significato politico del racconto è racchiuso nel finale, in cui il capofficina e il proprietario si riconciliano in nome della fede in un fascismo autentico, libertario, popolare e antiborghese.»(6) ha scritto Enrico Nistri, sul Secolo d’Italia, in occasione del centenario della nascita di Bilenchi. I romanzi che seguiranno, invece, avranno toni completamente differenti, basti pensare a Gli anni impossibili e Il bottone di Stalingrado. Affreschi di una generazione, in fondo, sconfitta, dalla vita come dalla politica, il triste epilogo delle lotte operaie e l’asservimento al potere borghese del PCI, nel dopoguerra. «Noi non siamo traditori, bensì traditi» (7) dirà Bilenchi,  più tardi, sfogandosi.

Quella del narratore, nei confronti della classe operaia, è stata un’infatuazione pericolosa ma comune a molti intellettuali, convinti di partecipare ad una rivoluzione proletaria, prima aderendo al Fascismo e poi militando tra le file del PCI . Infatuazione pericolosa proprio perché questo tipo d’impostazione altro non ha fatto che mitizzare la classe operaia, spesso a suo discapito, convincendola ed auto-convincendosi, il che è più preoccupante, che solo la  classe operaia sarebbe stata in grado di rovesciare il capitalismo e i rapporti di produzione, perseguendo, così, una sorta di  destino ineludibile, un mirabile “compito storico” affidatogli, forse,  per volontà divina.

Utile, comunque, per comprendere la visione politica di Bilenchi, nella sua totalità, è il botta e risposta della già citata intervista a Il Giorno.

Golino: «C’ è una spaccatura decisa fra i borghesi e gli operai, l’ immagine di una società manichea: i buoni, cioè gli operai; i cattivi cioè i borghesi. (…)»

Bilenchi: «No, no, troppo semplice, non sono queste le mie intenzioni».(8)

Golino: «E quali sono?

Bilenchi: «Scrivendo un racconto o un romanzo non posso concedermi troppe divagazioni all’ interno del nucleo narrativo. Per tenere un ritmo serrato, tutto addosso alle cose, prosciugato da sospetti di psicologia o di romanzesco, devo necessariamente rappresentare i personaggi in modo netto, non per questo schematico. Se anche esistono nella vita di tutti i giorni, come sono convinto che esistono, “lor signori” onesti e “operai” disonesti, è nella realtà storica che io debbo guardare. E storicamente ritengo che la classe operaia stia dalla parte della ragione poiché la condizione operaia è una condizione di sfruttati»(9)

Un socialismo tardo-ottocentesco, se vogliamo anche romantico, che assumerà aspetti più radicali nel corso del tempo e che lo porterà ad essere espulso dal partito fascista, nel ’39, insieme a Elio Vittorini. Verrà, quindi, la resistenza, il termine della guerra e l’adesione al Pci. In pochi anni Bilenchi cambia diverse testate, dalla Nazione del Popolo, al  Nuovo Corriere. Intanto gli  scontri con gli stalinisti sono  serrati e culminano nel ’56 con la repressione anti-operaia di Poznan: «I morti di Poznan sono morti nostri  – scrisse Bilenchi nel suo ultimo editoriale – Essi sono caduti sulla via che porta ad una società più giusta e più libera (…) All’Est nasce la rivolta, rivolta nazionale e sociale, e da questa rivolta c’è bene da sperare per tutta l’umanità».(10)

Auto-esiliatosi dalla politica,  Bilenchi si dedicherà quasi esclusivamente alla letteratura. All’interno della memorialistica, ad esempio, il suo capolavoro è rappresentato da  I silenzi di Rosai e Amici. E gli amici  sono di prim’ordine: Ottone Rosai, Mino Maccari, Elio Vittorini, Mario Luzi, Leone Traverso, Eugenio Montale ed Ezra Pound.  Come per Felice Chilanti, altro transfuga celebre, anche la vita di Bilenchi incrocerà spesso quella dell’autore dei Cantos: «Pound  partiva da Rapallo – scrive Bilenchi – una volta e spesso anche due volte la settimana. Un giorno gli chiesi dove andasse. Da una cabina della radio parlava al popolo americano contro l’usura, male principale della società capitalistica.(…)Nessuno gli suggeriva la minima idea, nessuno lo pagava».(11) In un’altra occasione, Pound così commentò  la scelta del romanziere di abbandonare il Fascismo:  «mi chiese se mi occupavo di economia. Se lei –  mi disse Pound,  – si occupasse più di economia che di letteratura sarebbe rimasto senz’altro fascista. Anche Eliot è un fascista perché si è occupato di economia ».(12)

Nei giorni scorsi, a Colle Val D’Elsa, patria de Il Selvaggio, nonché luogo di nascita di Bilenchi, in onore di quest’ultimo, per il centenario della nascita e il ventennale della morte, è stata ricordata la sua figura attraverso l’analisi di alcune opere e la ri-lettura critica di alcuni brani. Di questo fascista bolscevico e comunista liberale, come lo ha definito Corrado Stajano, rimane una delle migliori definizioni circa l’esperienza mussoliniana e la parabola politica del Fascismo, una visione profetica: «Il fascismo non è liberalismo, non è comunismo […] Non è sagrestia o polizia borbonica, come molti vorrebbero, ma rivoluzione, rivoluzione dell’Italia perché Mussolini così partì e così arriverà»(13) Ed era il maggio del ’34.

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  1. Goffredo Fofi, Strade maestre. Ritratti di scrittori italiani, Donzelli, 1996
  2. Enzo Golino, Sognavo la rivoluzione fui espulso dal Fascio –  Repubblica, 06 novembre 2009
  3. Ibidem
  4. Ibidem
  5. Luciano Lanna, La via italiana al libertarismo – Secolo d’Italia, 8 ottobre 2008
  6. Enrico Nistri, Romano Bilenchi – Secolo d’Italia, 14 novembre 2009
  7. Vito Errico, Beppe Niccolai – Tabularasa, n° 4 Anno IV, 30 Luglio 1995
  8. Enzo Golino, Sognavo la rivoluzione fui espulso dal Fascio –  Repubblica, 06 novembre 2009
  9. Ibidem
  10. Beatrice Manetti, Bilenchi quella voce scomoda – La Repubblica, 14/01/2007
  11. Luca Gallesi, Ezra Pound (1972-1992), History 1992
  12. Giorgio Lunghini, Introduzione a Ezra Pound L’ ABC dell’economia e altri scritti, B.Boringhieri
  13. Gianni Benvenuti, Il «fascismo» che vogliamo – Tabularasa Anno V – n° 2 – 31 Marzo 1996
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