Roma. Viaggio tra i senza fissa dimora

Susanna Dolci

intervista Gabriele Del Grande

Della mia prima notte per strada mi rimane soprattutto la stanchezza… Mi accorgo subito che non è affatto difficile essere trasparente agli sguardi dei viaggiatori di passaggio in una stazione

Gabriele Del Grande

romaSENZAFISSA[_FONDO MAGAZINELi conosci e li riconosci solo se li vuoi vedere. Altrimenti loro sono “invisibili” ai più, ai molti, ai quotidiani. Eppure respirano come gli altri, come me e voi … Ma non vivono come me o voi… No. Gli astratti dalla normalità si addormentano in strada, nei ricoveri di fortuna ed assistenza o in baraccopoli, nei campi nomadi e negli immobili abbandonati oppure nelle stazioni ferroviarie e metropolitane. Senza tralasciare i ponti, le panchine, i marciapiedi. Variegati nella demografia, nell’etnia e lingua, nell’essere umano. Ho imparato, negli anni, a guardarli nel tempo che è propriamente improprio del quotidiano. Mi hanno insegnato a comunicare con loro od a restare nel silenzio di un’occhiata, impetrata nel muto e solitario esistere. Non hanno nulla se non poche cose lise e malconce, in uno zaino, buste di plastica, carrelli e borsoni… Sigarette, bottiglie o cartoni, tasche infinite che accolgono finiti tesori che noi normali non vorremmo nemmeno sfiorare. Ho capito che con loro non devo abbassare lo sguardo o volgerlo altrove. Devo togliere, quando li incontro, la benda dagli occhi e ferirmi la vista con la loro impoetica, deforme sporcizia. Io li incontro a Roma, in ogni suo dove il cammino si volga. La Stazione Termini è il luogo non-luogo di tutte le miserie umane, comprese le loro accezioni fisiologiche. Malati di mente, barboni, vecchi poveri e nuovi mendicanti, anziani disagiati, fantasmi di infanzie negate, immigrati, razze delle non razze, clandestini, etc., prodotti scartati e scaduti dalle scelleratezze politiche e sociali… Ma si fa finta di nulla, perché la realtà è quella che è…. Perché la vergogna deve necessariamente essere nascosta ad ogni batter di ciglia e le narici non devono altresì essere offese dal lezzo di chi o cosa. Il freddo li taglia, il caldo li opprime. Non c’è stagione che sia magnanima con i loro corpi. Inesorabili gli anni li marchiano come carne da macello e quando muoiono non si sa più nulla di loro, cancellati dalla migliore delle noncuranze. Sono soli nella pioggia, nell’umido, nel rancido puzzo. Per molti di noi loro non sono altro che la merda del mondo, senza alcuna speranza di poter essere recuperati. Eppure è la continua sfida alla vita la loro lucida forza. Il loro granello del quotidiano che non gli sfugge è la più alta vetta del monte conquistata. E propria gli è la dignità che dovrebbe essere di ciascuno. Alcuni giorni fa, in una delle mie visite tra i miserabili della capitale, ho chiesto ad un uomo se potevo fotografarlo. Mi ha detto di no, spalancando la mano sporca e rugosa i cui segni e ferite attraversavano le dita ed il palmo come i solchi aridi della terra di agosto o di novembre. È stato il suo modo, quello, di pensare e di sentirsi ancora una persona-essere umano al di là del miserrimo aspetto. L’ho stretta quella mano, ringraziando come sempre… Benvenuti, dunque, lettori nel mondo degli emarginati o barboni se più vi aggrada il termine dello stato che, si badi bene, può e potrebbe, però, essere di tutti e per tutti nel momento più in-atteso. In queste settimane sono usciti alcuni volumi dedicati a chi è ospite poco gradito nella società. Il pranzo di Natale ed. 2009, a cura della Comunità di Sant’Egidio (Leonardo International), Le viscere della città di Mario Nicolais (Mursia) e Roma senza fissa dimora un viaggio nella città degli emarginati (Infinito Edizioni www.infinitoedizioni.it) di Gabriele Del Grande. Toscano, viaggiatore e giornalista, Del Grande scrive su L’Unità, Redattore Sociale, Peace Reporter e collabora con Lettera 27. Nel 2006 ha fondato l’osservatorio sulle vittime dell’emigrazione, Fortress Europe. Nel 2007 ha pubblicato “Mamadou va a morire” (le stragi dei clandestini nel Mediterraneo) sempre per la stessa casa editrice. Patrocinato da Redattore Sociale (www.redattoresociale.it), Roma senza fissa dimora ci narra con una semplicità tagliente, chiara e lucida del «giornalismo umano» dell’autore che ha vissuto per alcune settimane nella presa diretta dei e tra i reietti di questa luminosa modernità. «Un’esperienza incredibile, eppure reale, nella città degli oltre 6.000 esclusi e, al contempo, nella città che gli esclude. A Natale». Meritorie anche la prefazione di Stefano Transatti, direttore responsabile dell’agenzia giornalistica on line Redattore Sociale e la postfazione di Maksim Cristian, artista plurimo, nato a Pola, senzatetto dal 2001 al 2006 ed autore per la Feltrinelli del volume “Fanculopensiero” (2007). E poi luminosi i rimandi a Stefano Benni ed Italo Calvino… Ringrazio sentitamente Gabriele per aver accettato da subito di essere ospite de Il Fondo, nonostante i suoi attuali impegni di lavoro in Algeria.

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UN VIAGGIO NELLA CITTÀ DEGLI EMARGINATI

Susanna Dolci intervista Gabriele Del Grande

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Gabriele del Grande_ fondo magazineCapitolo ‘Antefatto Da viaggiatore’. Viaggiatore, appunto, studente universitario ed operatore sociale in un dormitorio bolognese. Che succede ad un certo punto? Cosa ti accade e ti porta alla Capitale e poi a questo libro? Perché la Stazione Termini, la grande balena? E perché non un’altra città?

In realtà avviene tutto senza un motivo apparente. Scelsi di trasferirmi a Roma perché mi attirava la città. E decisi di cominciare a conoscere la città dai suoi scantinati sociali. Dalla sua periferia estrema, che poi era anche il suo centro. La stazione centrale dei treni. Gli ingredienti furono la curiosità antropologica, la necessità di restituire un racconto di una realtà sconosciuta ai più e sulla quale mi ero potuto affacciare proprio grazie al lavoro di operatore sociale. E poi quel pizzico di pazzia che hai solo a quella età.


Capitolo ‘La prima notte’. “Qua mica se po’ dormì!”. Poi il tuo zaino, i tuoi esseri trasparenti agli sguardi dei viaggiatori di passaggio in una stazione. Fors’anche nella città stessa. Come considera un senzatetto il concetto di spazio o di città come agglomerato urbano? Ed ancora o meglio poi, come si snoda il filo di “un viaggio alla ricerca delle pagine private di chi sulla naufragato… nella Roma sotterranea”? Il biglietto è per un itinerario all’inferno sola andata od anche ritorno?

Non sono un sociologo né un antropologo per dire come un senza tetto vive la città. Ma forse posso dire che il senzatetto non esiste. Non esiste come categoria umana. E questo é il senso del cercare le “pagine private di chi sulla strada è naufragato”. Mi sono limitato a incontrare delle storie e a restituirle con degli affreschi. Inevitabilmente veloci, quasi degli schizzi, nati da incontri fugaci, ma che vogliono restituire proprio una narrazione, e quindi una soggettività ai personaggi, soggettività che avvicina. E che ci fa scoprire da un lato come l’inferno sia in mezzo a noi. Sulle stesse strade che calpestiamo ogni giorno. E allo stesso tempo che quell’inferno é costellato di tante isole di paradiso. Ovvero l’umanità nascosta e negata da ogni nostro concittadino finito in mezzo alla strada nell’indifferenza generale.


Capitolo ‘La solitudine’ ovvero “l’estrema solitudine” degli emarginati. Quanto pesa? Quanto fa vivere o uccidere?

La solitudine pesa su tutta la città. Di nuovo, la strada diventa uno specchio fedele dei mali della società. Dove pero’ tutto è esasperato. Siamo tutti sempre più soli. E la strada è spesso il risultato di quella solitudine, che nel momento del disagio ha fatto terra bruciata intorno alle persone e le ha lasciate precipitare. La famiglia, gli amici, i figli, o i padri. E se già nella normalità la solidarietà è spesso un lusso che in pochi si possono permettere, sulla strada diventa ancora peggio. Ed è quella estrema solitudine – di amici veri, di affetto, di focolare – che acutizza il disagio, e impedisce di ritrovare le forze per rinarrarsi e ripartire da zero, perennemente stretti nella morsa della precarietà.


Capitolo ‘Una doccia fredda’. “La mia è soltanto una recita”, tu scrivi. Dunque e perdona il termine crudo, barboni si nasce, si diventa, si resta o si ritorna ad esserlo?

Barboni si diventa. Nessuno nasce in strada in Italia. E lo può diventare chiunque di noi. Ho incontrato giovani di quartieri difficili, disabili, pensionati, ex manager di importanti aziende italiane, laureati, analfabeti. Le nostre vite sono sempre più precarie. E può capitare a tutti. Soprattutto laddove il legame sociale e familiare è più debole e dove non ci sono paracaduti di solidarietà. La mia è stata una “recita” nella misura in cui era un viaggio attraverso gli strati sociali di una città per raccontarne i retroscena. Ma senza pensare di immedesimarmi in una condizione che non mi appartiene. Soltanto per raggiungere un luogo e per raccontarlo.

Nel capitolo ‘Milano-Parigi prima classe’ scrivi: “mi metto a rovistare tra i cartoni vuoti”. Come sono le azioni, i gesti degli esclusi dalle luci della città? Com’è il loro tempo? Come si muovono le lancette del loro metaforico od immaginario orologio che poi è di siffatta piena realtà?
E’ tutto molto essenziale. Si mangia, si dorme, e si parla. E’ tutto anche molto noioso da un lato. Non c’è niente di entusiasmante sulla strada. Le condizioni sono molto difficili. A volte di sopravvivenza. C’è anche molta violenza, a volte davvero per delle futilità. E molta instabilità, specie tra chi beve e fa uso di droghe legali o illegali. Tuttavia quella violenza, quelle difficoltà rendono la strada una “maestra de vita” come la chiamava Gigi, il romano.


Capitolo ‘In vino veritas’. “Seduto ai bordi di un binario guardo la gente passare”. Italiani, migranti, barboni, reietti, diversi, stranieri, pazzi. Quale il tipo di considerazione e rapporto con gli esseri della quotidianità?

No, “guardo la gente passare” intendo dire le folle anonime che attraversano uno spazio privato della sua socialità come una grande stazione dei treni. Migliaia di persone invisibili una all’altra. Mi riferisco alla gente comune. Ai pendolari. Per me che vivevo in strada i barboni erano quelli che conoscevo e riconoscevo. Loro avevano un nome. Erano le isole dove fermarsi per due parole in mezzo a quell’anonimo fiume di gente rappresentato dai pendolari e dai tanti cittadini di transito. Una volta che cambi prospettiva, non si pone più il problema della norma o della normalità. Entri in una logica personale, narrativa, per cui ognuno ha un nome, prima che un’identità. Le identità servono a definire. I nomi a conoscersi. E quindi a raccontarsi.


Nel capitolo ‘Ritirata sull’Aventino’ parli della “Guida di sopravvivenza” distribuita dalla Comunità di Sant’Egidio? Ce ne puoi parlare?

E’ un libretto che all’epoca la Comunità di sant’Egidio distribuiva nelle mense. C’è sopra una lista di tutte le mense, con indirizzi e orari, dei punti doccia, dei luoghi dove distribuiscono vestiti, degli sportelli legali, delle asl, degli ospedali, degli assistenti sociali, dei centri di salute mentale, dei gruppi contro l’alcol, le comunità terapeutiche. Insomma una specie di prontuario sociale. molto utile.


Alcuni capitoli ancora: ‘Come esuli pensieri’ e ‘Le botte’. La vita dei reietti passa tra poesia, follia, violenza, droga, alcolismo… Cos’altro o cosa non altro?

Difficile rispondere. E’ come la vita di tutti. Lo hai detto: follia e poesia, lacrime e coltelli. Con la differenza che rispetto alla noia cotonata di certe vite borghesi, sulla strada è tutto più violento, più ruvido, più esasperato, nel bene e nel male.


‘Veglia di Natale’, ‘Un’abbuffata’, ‘I botti’, ‘L’anno che verrà’. Questi sono capitoli dedicati alle feste. Momenti delicati. Come, in questo stare randagio, si vivono le ricorrenze ufficiali ed a carattere familiare?

Si vivono male. Si sta male. Perché è come se il proprio vivere fosse sanzionato da un imperativo collettivo di festeggiare. Mi spiego? Tutto fuori ti ricorda che è Natale, sei sommerso di retorica sul Natale, di pubblicità, di addobbi, ma tu il Natale non hai nessuno con cui festeggiarlo. E ogni sorriso dei passanti ti rimanda alla tua solitudine. No, il Natale e le feste comandate non sono bei momenti per chi sta in strada.


Capitolo ‘ La pecora nera’. Chi lo è e chi non lo è? A te la parola

Il punto non è tanto chi non lo è quanto chi non la mette all’indice. Siamo tutti bravi a accusare, a emanare sentenze e giudicare. e invece dovremmo ripartire dall’incontro. dall’ascolto. di cio’ che è vicino, che è nei nostri quartieri, nelle nostre strade. e da li’ ripensare nuove forme di solidarietà sociale, di legami sociali che fungano da paracadute a chi cade. perché la solidarietà non puo’ essere un lusso che solo in pochi possono permettersi. e perché potrebbe davvero accadere a ognuno di noi.

A conclusione ma forse doveva andare all’inizio: lo rifaresti? E soprattutto perché questo libro? Per far, forse, capire a chi è “normale” un’altra realtà da, l’altra non dimensione? Si potrà mai comprendere appieno tutto ciò ed accettare e migliorare questo status che non è nell’è?
Non soltanto lo rifarei. Lo rifaccio ogni giorno. Nel tentativo di raccontare delle storie. E attraverso le storie dipingere affreschi della storia che attraversiamo e definiamo. Non solo non ho avuto problemi – salvo una testata al naso che avrei potuto anche evitare – ma sono anche stato accolto e in qualche modo protetto sotto l’ala di quattro vecchi lupi di mare del primo binario della stazione Termini. Perché questo libro? Di nuovo per ascoltare la città. Da una prospettiva diversa. Che pero’ ci parla della città in sé, attraverso una sua estrema periferia. Talmente estrema che si trova al suo centro. Non si tratta tanto di comprendere. Quanto di ascoltare. E di tessere delle relazioni. Che non siano solo relazioni di aiuto. Ma opportunità di un rinnovato legame sociale nei nostri quartieri sempre più asettici e precari

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