Viva il femminismo, abbasso Rimbotti

Angela Azzaro

L’articolo che segue sono le considerazioni dell’autrice sull’articolo di Luca Leonello RimbottiRegina Terruzzi. Fasciofemminista“, postato sull’edizione di questa settimana de Il Fondo.

La redazione

Bernstein_fondo magazineCaro Luca, ho letto con molto interesse il suo articolo,  ma devo essere sincera: mi ha fatto letteralmente incazzare. Nel metodo: lei contesta la cultura dominante che sul fascismo ha stabilito, erroneamente, che non ci fossero elementi di emancipazione o di rivolta femminista. A parte che come lei stesso afferma il libro di Victoria De Grazia fa luce, senza preconcetti, sul quel periodo. Bene, Victoria De Grazia se proprio la dobbiamo ascrivere a uno schieramento, non possiamo che collocarla a sinistra. Questo vuol dire che anche da quella parte non tutti sono stati accecati dal furore dogmatico. Ma guardi, questo punto è quasi di secondo piano. Perché, stando sempre al metodo, la vera questione è un’altra: lei usa lo stesso metodo  di coloro che contesta. Cioè: è generico, impreciso, mette sullo stesso piano storie differenti  e complesse, come quella dei femminismi del 900, senza specificare a quali teorie o politiche si riferisce con esattezza. Perché – mi deve spiegare – il femminismo, di sinistra o no, sarebbe responsabile di tutte le colpe che gli imputa senza precisare chi dove quando? Questa è la struttura del discorso dei dogmatici che fanno “di tutta un’erba un fascio”  senza conoscere bene l’argomento, ma allo scopo precipuo di denigrare il presunto avversario… Perché per difendere una fasciofemminista deve creare la contrapposizione con le altre femministe?

Nel merito: non tutte le virtù che attribuisce a Regina Terruzzi, supponendo che siano davvero parte del suo pensiero (scusi, ma a questo punto ne dubito, vista la faziosità del suo articolo), mi convincono. Ancora meno trovo puntuali le argomentazioni con cui, appunto, contrappone lei, femminista fascista, a “noi”, femministe di sinistra: perché quando parla del femminismo del Novecento, lei, Luca, sta parlando anche di me.

Passiamo ora ad alcuni (non tutti) i singoli punti che mi sollevano obiezione…

Primo. Lei, Luca, dice: «È stata una delle primissime femministe italiane: negli anni Ottanta dell’Ottocento, poco più che adolescente, è già sulla breccia per rivendicare il posto delle donne nella società, nel lavoro, nella politica. Mazziniana per tradizione familiare, mette l’accento sui diritti, ma più ancora sui doveri. E sulla nazione, che non dev’essere un concetto astratto, ma qualcosa di preciso: unità di terra, di etnia e di lingua».

Il mio femminsimo, e molto del femminismo del Novecento (e anche ante), nasce in contrapposizione con l’esaltazione del nazionalismo. Pur nelle molte differenze che lo hanno caratterizzato a livello sia europeo che mondiale, su questo punto c’è stata grande consonanza, Le femministe hanno cioè messo in discussione l’idea di nazione legata all’etnia. La difesa dell’etnia è fonte di guerre, odi, disparità. L’etnia è il sangue dei padri versato dalle madri sui corpi dei loro figli. L’etnia è il concetto che crea un’idea di nazione chiusa, escludente, discriminante. Oggi, l’idea di etnia fa dell’Italia un Paese assassino: respingimenti da una parte, schiavitù dei  migranti dall’altra. Vorrei capire dove e come Regina Terruzzi, che pure era socialista, dichiara queste cose…

Secondo. Lei scrive: «Forse per questo oggi il suo nome (di Regina, ndr) è del tutto sconosciuto. Rappresenta al meglio l’ideologia della “rivoluzione conservatrice”».

Scusi se sono tranchant e tautologica: ma la rivoluzione è rivoluzione. La rivoluzione conservatrice, che immagino non sia una sua invenzione ma di cui ammetto di non conoscere la genesi, mi sembra una emerita stronzata. Davvero Regina si definiva così o è una sua, capziosa, collocazione? Se ogni rivoluzione, come dimostra il suo discorso generale, deve sempre essere riportato all’ordine del discorso dominante, allora di quale rivoluzione parliamo? Di nessuna. Ma di una classe dirigente capace di assorbire le schegge di ribellione e di riportale dentro l’argine stabilito. Sta pensando che mi riferisco all’ordine fascista? No, mi riferisco all’ordine maschilista, a cui – senza tema – ascrivo il suo articolo.

Terzo. Scrive ancora: «A fronte di un personaggio simile, che ha lottato sacrificando una vita intera più con i fatti che con le chiacchiere, sta un femminismo libertario e di “sinistra” che, nel corso del Novecento, ha provveduto a demolire in larga parte la coscienza femminile, facendo spesso della donna una spostata sociale e un’insicura caratteriale, facile preda della macchina consumistica, al servizio di ideologie del sovvertimento e dell’abbattimento dei legami sociali e identitari».

E, più giù: «Si dimentica che la donna, lungi dall’essere conculcata nei suoi spazi, pur tra molte contraddizioni vide premiato il suo ruolo sociale più e meglio che nelle “democrazie”occidentali, il cui femminismo radicale ha partorito ogni sorta di catastrofe sociale: denatalità, sfruttamento dell’immagine e del lavoro femminili, finta emancipazione, antifamilismo disgregatore, mercato del corpo femminile, etc…».

Su queste frasi ci sarebbe da scrivere un libro. Ma i libri li abbiamo già scritti, solo che lei, Luca, non li hai letti. Mentre noi, tutte le stronzate partorite alla mente maschile ce le siamo cuccate, senza battere ciglio. Mi viene in mente Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf. Tra le altre trovate di quel magnifico saggio, c’è l’immagine di intere librerie piene di libri di uomini che parlano delle donne. E’ un tema che vi ha sempre attratto: è sempre colpa nostra se il rapporto tra i sessi o la società va in un modo piuttosto che in un altro. Ora è addirittura colpa del femminismo. Ma veramente, quindi, voi maschi non avete nessuna responsabilità? Non esercitate nessuno potere? Alla fine gira che ti rigira è sempre colpa nostra. Cornute e mazziate. Rimbotti, che ne dice da maschio (suppongo eterosessuale)? Che cosa pensa dei corpi nudi delle donne? Quando li vede in tv, gira canale?

Questo in linea di principio, perché sui singoli concetti avrei molto da dire. Ne scelgo tre. La critica alla famiglia, la denatalità, il consenso espresso da Regina Terruzzi alle leggi razziali del ’38, di cui si parla nella fine del suo articolo.

La famiglia. Beh, darà fastidio sentirselo dire, ma la famiglia, non in quanto relazioni affettive, ma in quanto dispositivo di potere, è una macchina di morte e di infelicità. Non lo dicono pazze femministe di sinistra ma le statistiche anche delle istituzioni europee più accreditate. Per esempio, pescando dal mucchio, sono del Consiglio Europeo queste cifre: la prima causa di morte e di infermità permanente per le donne, tra i 16 e i 44 anni, è la violenza esercitata da mariti, padri, zii, fratelli, conviventi o ex di qualsiasi tipo. Avremmo pure qualche diritto ad incazzarci con la famiglia, o no? Ma sul male antico del familismo mi fermo qui. E rimando, se ne avrà voglia, a bibliografia pari a quella delle fesserie scritte dagli uomini sulle donne.

Sulla denatalità. Ma perché farne un problema? E perché attribuirne la “colpa”, se di colpa si tratta, solo alle donne? La questione è molto complessa. Intanto, vorrei rassicurare tutti, la specie non è in via d’estinzione (anche se visto le bruture che stiamo combinando, non sarebbe neanche una cattiva idea). Ma come mai si procrea di meno? Intanto, perché le donne, ma anche gli uomini, vivono la scelta di fare o non fare figli con maggiore consapevolezza. E’, appunto: una scelta, non un destino obbligato. La denatalità è quindi la conseguenza di maggiore libertà, non di crisi. Un altro fattore è legato alla crisi del rapporto tra i sessi, ma qui le responsabilità vanno attribuite a tutti e tutte, non certo alle femministe. Un altro fattore è quello economico, almeno in Italia. C’è  una generazione precaria, quella dei trentenni ma purtroppo anche dei quarantenni, che non riesce ad avere nessun progetto per il futuro, neanche quello di avere un figlio o una figlia. Altre motivazioni potrebbero essere addotte. Sicuramente mi sento sicura nel dire che una donna che vive il proprio corpo con consapevolezza è meglio di qualsiasi altro modello da contrapporle.

Ultimo, ma non per importanza. Il fatto che Regina Terruzzi abbia aderito alle leggi razziali non è un dato qualsiasi. Una personaggia ci può piacere, non  per questo dobbiamo approvarne tutto. Non è tempo per far finta di nulla. Quelle leggi, ogni qualvolta vengono ricordate, vanno condannate. Regina o non Regina. Se davvero ha aderito, ha fatto una cazzata. Se le leggi razziali le piacevano, ha sbagliato. Per me, che ancora mi sento femminista, ha compiuto un atto contrario a ciò che ritengo “femminista”. Non con la “F” maiuscola. Ma un femminismo che abbassa tutte le “f”, tutte le maiuscole. Comprese quelle che stabiliscono la superiorità di una razza sull’altra e quindi l’inferiorità di un’altra. Parlare di etnia come fondativa di una nazione porta, del resto,  a questo obbrobrio. A questo orrore. Ieri come oggi.

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