Obama. Sconfitto nel New Jersey e Virginia

Fabrizio Fiorini

E’ di oggi la notizia della sconfitta del Partito democratico americano nelle elezioni del New Jersey e in Virginia. La luna di miele tra il presidente Obama e i sognatori americani, e non solo americani, comincia a scricchiolare. Era già tutto previsto.

La redazione

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Un anno dopo Obama
Potenza e declino di una talassocrazia: gli Stati Uniti d’America

Fabrizio Fiorini

Visto che gli Stati Uniti d’America celano in malo modo la loro modestia quando qualche pennivendolo coloniale li paragona all’Impero Romano, riconosciamo a nuovi cesari (sic!) “quello che è di Cesare”. Non esistono brogli elettorali negli Stati Uniti; non vengono stampate schede fasulle, non si verificano sparizioni di urne e non ci sono scrutatori con la mina di grafite nascosta sotto l’unghia che ‘correggono’ le schede non votate o non votate come dovrebbero. Ciò non toglie che sia l’intero sistema elettorale a essere un broglio  di per sé. Nonostante il fatto che nelle scuole (e, ahimè, nelle università) italiane di ogni ordine e grado si inculchi la nozione per cui il Presidente degli USA venga eletto dalla limpida volontà popolare a suffragio universale e diretto, le cose non stanno esattamente così. La nomina (perché di nomina si tratta) dell’inquilino della Casa Bianca, infatti, seguendo gli schemi di un sistema che (con una parola tremendamente démodé) non esitiamo a definire plutocratico, avviene nell’ambito di un vero e proprio ‘conclave’ cui si accede sostanzialmente per censo, e quindi in base alla partecipazione alle lobby che condizionano la politica economica, finanziaria, militare e neo-coloniale di Washington. La nomina del Presidente, uomo di facciata della dirigenza dell’impero, avviene quindi in base alle esigenze strategiche e di politica estera (che gli americani considerano una sorta di politica interna allargata) contingenti a una determinata fase storica.

E’ passato un anno dall’elezione che ha prevedibilmente “messo su” (sorprenderà constatare che questa locuzione, che alcuni potrebbero definire gergale, è in realtà tecnicamente e giuridicamente più appropriata di “eletto”) il signor B. H. Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Per capire i motivi della sua nomina, e per contestualizzare quindi la prevedibilità di questo evento occorre pertanto analizzare la fase storica in cui la potenza americana, suo malgrado, si è trovata a dover attraversare.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del secolo scorso i miopi e ottimisti strateghi delle Amministrazioni statunitensi, in primis Zbigniew Brzezinski, si prodigarono in valutazioni azzardate in cui si ravvisava finalmente la possibilità di un mondo unipolare e di massima espansione della potenza degli stessi Stati Uniti. Questa teoria, sintetizzata dai suddetti tronfi strateghi con l’altisonante locuzione di “nuovo secolo americano”, non realizzabile se non in un momento di massima forza politica e militare, ha dovuto tuttavia fare i conti con una congiuntura inaspettata (da loro: è d’obbligo non sottovalutarli, ma neanche è il caso di sopravvalutarli, men che meno per la loro intelligenza) sintetizzabile nei seguenti punti:

1)      L’incognita della Cina, che è in grado di strattonare le briglie della guida dell’economia mondiale per suoi tornaconti ‘socialimperialisti’, che è in grado di condizionare pesantemente l’economia – anche domestica – nordamericana e che sta mettendo in atto una campagna di investimenti e tessendo una rete di relazioni diplomatico-commerciali in Africa senza precedenti;

2)      L’aggravarsi della crisi sociale ed economica interna contestuale alla crisi del settore produttivo classico (l’industria pesante, la manifattura)  che non può più essere occultata neanche attraverso la propaganda; le sacche di povertà negli Stati Uniti  stanno raggiungendo livelli di allarme sociale e investendo percentuali sempre più alte di popolazione; si moltiplicano i casi di indigenza assoluta e di analfabetismo, alle periferie delle città si allargano le bidonville;

3)      La perdita del controllo del “cortile di casa” per antonomasia, l’America Latina, in séguito alla rapidissima ondata di affermazioni di governi bolivariani e socialisti; gli ultimi baluardi a stelle e strisce nel continente rimangono la Colombia e il pragmatico doppiogiochismo di Brasilia. Il governo venezuelano, inoltre, oltre che nella vicinanza strategica con la Federazione Russa, si sta impegnando nel lancio di un movimento di Paesi non-allineati de facto che coinvolge,  potenze del rango di Iran e Bielorussia;

4)      La riaffermazione, sviluppatasi a partire dall’anno 2000, della Russia quale potenza planetaria e la sua difesa dello spazio asiatico, est-europeo e caucasico dalle mire espansioniste di Washington;

5)      L’impantanamento militare e politico afghano-iracheno, con il conseguente cospicuo dispendio di risorse finanziarie.

Ecco dunque perché dal ‘cilindro’ è venuto fuori Obama: un’Amministrazione americana sufficientemente ‘buona’ e apparentemente meno guerrafondaia da giustificare la tirata dei remi in barca. Sufficientemente ‘buona’ da ritirare le truppe dietro la pericolosa linea degli anni Novanta (eccezione fatta forse per i Balcani: l’Europa non si molla, mai) nella speranza che non sia più necessario passeggiare per Baghdad a ricevere la ‘calorosa accoglienza’ del popolo iracheno e che l’Iraq (stesso discorso vale ovviamente per l’Afghanistan) possa essere controllato da remoto. Sufficientemente ‘buona’ da compensare poi il vuoto lasciato con una altrettanto pericolosa schiera di collaborazionisti e – dove occorra – di rivoluzioni colorate, bande-Soros, Dalai Lama e compagnia cantante, che tra l’altro tornano utili anche in contesti non propriamente bellici.

Non siamo tuttavia convinti che il presidente Obama sia all’altezza di poter gestire questo momento di crisi, troppe sono le diatribe e i dissidi interni alla superpotenza americana. La bestia è ferita, pericolosa ancor più, se vogliamo, ma ferita. Ne sono prova i disastrosi risultati politico-militari ottenuti in questi anni, dal mancato ridimensionamento della potenza russa al pasticcio georgiano-osseto, dal Sudamerica che continua a non piegare il capo alle continue umiliazioni cui – anche a causa di una mediocre conduzione bellica e nonostante il giovane Barak Hussein Obama – sono sottoposte le truppe yankee nel vicino e nel medio oriente.

Sono i colpi di coda di un Occidente ferito, incapace di gestire persino le proprie azioni. Mohammed Said al-Sahhaf, Ministro dell’informazione iracheno prima della deposizione del presidente Saddam Hussein e dirigente del Partito Baath, che facendo proclami di vittoria mentre gli americani erano ormai a cinquecento metri dal suo Ministero si procurò l’impietoso nomignolo di “Alì il comico”, così rispose a un giornalista che gli fece notare che le truppe USA ormai controllavano Baghdad: «ma se non riescono a controllare neanche loro stessi!».

Stiamo scoprendo, Obama o no, che aveva ragione.


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