Maurizio Makovec. Céline è fuori stanza

Mario Grossi

intervista Maurizio Makovec

E affanculo tutto, quant’è vero iddio mi piazzo in una capanna in Nicaragua, in Messico o in Belize grattandomi tutto il giorno e scrivendo qualche cosa ogni tanto. E mi sciacquo le palle ai Caraibi tutte le mattine alla faccia di chi lavora tutta la vita come un fottutissimo servo della gleba medievale, magari per comprarsi una casa di merda, allevare marmocchi di merda e abbonarsi a Sky per vedersi le partite del merdosissimo calcio con la panza piena di pizza al taglio di merda. Io no!

Maurizio Makovec

celine è fuori stanza_fondo magazineNon ne avevo mai sentito nemmeno parlare, ma questo mi capita spesso. Se facessi il talent scout di professione sarei già da tempo morto di fame. E poi le case editrici mica me li mandano a me i libri che devono uscire. Io sono un lettore sfigato che se li compra. Ma questa condizione è preziosa, ti evita di avere dei doveri, ti esime dal dire cose dotte, alte, sublimi. Non entri mai nel tritacarne della stroncatura o del panegirico. Ho letto quindi questo Céline è fuori stanza edito da Coniglio Editore secondo romanzo di Maurizio Makovec e mi sono divertito assai. Non che il romanzo tratti temi leggeri su cui farsi grasse risate. Gli ingredienti per deprimersi ci sarebbero tutti, i rapporti difficili col padre che vuol vedere il protagonista, Fernando Letizia aspirante scrittore, sistemato, la difficoltà di accesso al mondo del lavoro, in questo caso il mondo dell’editoria che ha porte serrate, ingressi che sembrano pertugi, spesso invisibili e sempre presidiati da quei “guardiani di porta” che sono le agenzie letterarie, pronte a succhiar soldi in cambio di fumosi progetti e vaghe promesse, lo scontro generazionale tra il giovane outsider e i vecchi soloni delle case editrici che pur di mollar una briciola di potere tendono ad escludere colui che speranzoso bussa alle loro porte. Poi c’è incombente la provincia, il clima uggioso che la intride, la vacuità di certi discorsi e di certe speranze soffocate nella culla proprio grazie ad un ambiente che dovrebbe essere familiare e caldo ma che si rivela ostile, almeno per chi ha progetti un po’ più vasti delle mura che cingono il comune. Allora, mi direte, sei un pazzo a ridertela di tali e tanti problemi. È qui che viene il bello. Il divertimento inizia quando il lettore capisce come questi argomenti sono trattati. Dalla prima pagina, vista l’immediatezza della scrittura verbale del nostro. È così che le peripezie di Fernando Letizia acquistano le tinte del romanzo rocambolesco. Tutto diventa sberleffo, sempre condito da una rabbia di fondo che mai però tracima verso un odio da escluso ma anzi è carburante per una continua presa in giro degli atteggiamenti, di un certo mondo incrostato, di certi personaggi che popolano la terra e che sono più dei cadaveri inconsapevoli del loro stato di morte che persone in vita. Fernando Letizia incarna un nuovo eroe moderno, alle prese con un mondo che lo precarizza ed al quale però si ribella. Il lavoro stanca e lui lo sa e poi che lavoro potrebbe soddisfarlo? Quello da ministeriale? Stipendio fisso e pensione certa in cambio della perdita dell’anima? Non se ne parla nemmeno. Meglio rimaner ribelli, meglio arrangiarsi come si può, senza barattare niente col niente. Alcuni recensori hanno accostato Fernando ad Arturo Bandini eroe di John Fante, cinico, irriverente, individualista, sarcastico. Un Arturo Bandini di provincia. Rischiando di irritare l’autore, io ci aggiungerei un pizzico di Accio Benassi di Pennacchi per la sua rabbia cristallina e per la cocciutaggine che lo informa e poi, prendendo spunto dal mondo dei piccoli (che è il mondo, continuo a ripeterlo, più cinico di tutti) al Gian Burrasca di Vamba, con le dovute differenze ma senza nessun intento riduttivo. Fernando Letizia è un Giannino Stoppani solo un po’ più cresciuto. Certo è figlio del suo tempo, alle prese con i problemi che affliggono il suo tempo e con un approccio anche verbale diverso da quello di Gian Burrasca. Ma alla fine si ritrova a combattere da solo contro gli stessi istituti: la famiglia, con le sue regole e con le sue fissazioni, il mondo borghese ordinato e ipocrita, i suoi rappresentanti: i baroni universitari, i direttori editoriali, tutti gli insider, appunto, che non dicono mai di no a un giovane che si affaccia al loro mondo ma che fanno di tutto per proteggere il loro piccolo potere d’accatto e che soprattutto non mollano mai. Contro tutto questo, Fernando Letizia, novello Gian Burrasca, si scontra e combatte. Maurizio Makover con la sua scrittura ce lo restituisce in un divertente, irriverente, fresco, trascinante romanzo che si legge da sé. Per finire chi volesse confrontarsi con l’autore potrà farlo il prossimo il 27 novembre a Roma al Laboratorio 51, San Lorenzo. Andateci, ma soprattutto leggete il romanzo. Non ve ne pentirete.

M.G.

Maurizio Makovec_fondo magazinePrima di passare al romanzo un tuo commento sui paragoni (se vuoi puoi darmi del mentecatto e non rispondere) con Arturo Bandini, Accio Benassi, Gian Burrasca. Fernando Letizia ha qualcosa in comune con loro o è tutt’altro?
Sicuramente si, hai visto giusto e giuste sono le tue osservazioni che mi onorano. In effetti del John Fante di “Chiedi alla Polvere” ci sono i travagliati tentativi editoriali; di Accio Benassi del “Fasciocomunista” c’è lo sconclusionato rapporto con la politica, il suo tempo e la famiglia; di Gian Burrasca c’è l’indisciplina e l’irrequietezza. Ma c’è anche dell’altro. Lo scrittore Giuliano Compagno ha definito “Céline è fuori stanza” un romanzo etico, nel senso che il protagonista esprime sempre un senso di rivolta e di indignazione verso il mondo moderno e contemporaneo, verso le sue ingiustizie, meschinità, porcherie… è una definizione che mi piace molto. Anche se poi tutto questo, come giustamente scrivi, è analizzato con la lente del grottesco e dell’autoironia.

Partiamo dal titolo: Céline è fuori stanza. Cos’è? Un accostamento provocatorio che mescola il ribellismo celiniano al mortifero ordine cadaverico del lavoro ministeriale, visto che la risposta “è fuori stanza” è tipica di quegli ambienti? Oppure cosa?
È certamente una provocazione in questo senso. È anche una citazione volutamente fuorviante del geniale scrittore francese: con Francesco Coniglio, l’editore, abbiamo pensato di accostare qualcosa di grande, Céline, con qualcosa di meschino, il classico “è fuori stanza” del linguaggio burocratico. È amche un titolo che vuole incuriosire. Ed è una reverenza verso lo scrittore citato: Céline c’è! È nel libro come un punto di riferimento spirituale e letterario, ma in effetti è anche lontano, fuori stanza, immensamente più grande delle beghe di Fernando Letizia, il protagonista.

Ancora, se Celine è fuori stanza dove pensi che sia andato a finire? Ammesso che ci sia ancora!
Come dicevo prima… Céline è oltre, come ogni genio.

Per qualcuno il sottotitolo Il futuro è una rapina rappresenta una provocazione anarcoide non dissimile dal “No future” di memoria Punk. Uno slogan disperato che io giudico lontano dal tuo sottotitolo. Il futuro è una rapina può voler dire che l’oggetto della rapina sono le giovani generazioni private di un qualsiasi decente futuro. Ma per me significa che il futuro lo si può prendere solo rapinandolo. Bisogna trasformarsi in rapinatori, in ribelli datisi alla macchia, per appropriarsi di un bene che i vecchi si tengono bellamente in cassaforte. Un messaggio di lotta e speranza. Tu che dici?
L’accostamento con i punk, per di più venuto da destra, mi ha colpito e inorgoglito anche se è un mondo che conosco poco e lontano dalle mie esperienze. È semmai più direttamente mio l’aspetto ribellistico e anarcoide del giovane in fuga dalla società che preferisce rapinare una “sporca” banca piuttosto che soggiacere a certe regole e coercizioni. La rapina, peraltro paradossalmente non-violenta, è un gesto di libertà e di rivolta che per il protagonista è molto più dignitoso del comportamento di certi parlamentari peones disposti a votare tutto ed il contrario di tutto pur di conservare lo scranno.

In una mail a Fernando Letizia, Evandra, titolare dell’agenzia Blablabla, così gli scrive: “Proprio ora ho terminato la lettura delle tue pagine. Il tuo stile, così rapido, incalzante e moderno, devo proprio dire che mi ha colpito molto. Queste tue “gocce di esistenza” sono narrate con buona padronanza nella descrizione dei momenti di vita …” Per evitarmi sproloqui come quelli di Evandra lascio a te la palla. Come descriveresti il tuo stile?
Ho cercato di esprimermi sempre con uno stile personale, il più possibile espressivo, con termini popolari, quasi “vomitato”, cucito appositamente sul ruolo del protagonista, Fernando Letizia. Il mio intento, oltre che raccontare dei contenuti, è anche quello di esprimermi con uno stile personale che piaccia innanzitutto a me. Se poi piace ai lettori tanto meglio. Per lavoro sono anni che scrivo per gli altri. Scrivere un romanzo è dunque anche una libertà ritrovata: scrivere quel che cavolo mi pare, come cavolo mi pare, “quando posso e come posso; quando ne ho voglia, senza applausi o fischi”, come canta Guccini.

Leggo nella breve biografia che accompagna il romanzo che sei nato a Viterbo hai vissuto in Marocco, a Bologna, a Siena, a Caen. Attualmente tornato a Viterbo vivi e lavori là. Quanto conta nella navigazione globale il natio borgo selvaggio? Cosa pensi dell’odiato (ammesso che lo sia) nido locale?
Viterbo è una cittadina bellissima dove si vive bene, si mangia bene, si beve bene e s’incontrano personaggi mica male. Però è una città provinciale con tutti i limiti della provincia: del tipo che non c’è neanche un cinema decente, almeno per quelli che sono i miei canoni. Però ho la fortuna di vivere in un bel posto e dunque non mi lamento. Se poi dovessi scegliere il posto ideale, ti direi che certi paesini sul mare del Messico o dell’Andalusia hanno una qualità della vita superiore.

Sempre dalle notizie biografiche sul tuo conto scopro che hai alle spalle una tesi su Céline, un saggio edito da Settimo Sigillo su Céline, poi comincio a leggere il romanzo e trovo i tre punti di sospensione di Céline nel testo, infine mi informano della tua passionaccia per i gatti come quella di Cèline: Omaggio a Céline, ossessione per Céline, presunzione di essere Céline, gattaro come Cèline o cosa? Credi nella metampsicosi?
Omaggio in parte. Ossessione di sicuro. Gattaro senza dubbio, la mia è una vera malattia ma chi non ama i gatti e gli animali in genere ha qualche rotella fuori posto e un buco nell’anima. Presunzione di essere Céline certamente no. Nessuno è come Céline anche se certi critici che mi sembrano mediocri dicono che è sopravvalutato. In realtà se c’è stato uno scrittore sottovalutato, a causa della sua storia politica, è proprio Céline. Infine credo e mi piace credere nella reincarnazione: mi interessa il buddhismo tibetano.

Mi è molto piaciuto il personaggio di Allen il libraio posthippy tanto tranquillo e pacioso da costituire una sorta di naturale alter ego di Fernando Letizia tutto rabbia e fascio di nervi. Non è che alla fine come autore ti senti Fernando ma provi invidia per Allen?
Allen esiste davvero e a Viterbo, in Via Saffi, c’è la sua bella libreria: potete andare a trovarlo e chiedergli dritte su qualsiasi lettura. È una gran bella persona oltre che un grande libraio che adora il suo lavoro: come non invidiarlo?

Ultima domanda. Fernando rifiuta il posto in Finanza e si mette a fare lo scrittore (ci prova). Se non avesse fatto lo scrittore che cosa si sarebbe messo a fare? Se dico il prete tu che ne dici (sono ammessi gli improperi)?
Fernando avrebbe fatto rapine in banca o alla posta, sempre con armi giocattolo. Makovec invece fa l’impiegato ma prova a fare lo scrittore. Il prete no, la buon’anima di mia nonna non me lo perdonerebbe. Però il monaco buddista o il francescano magari si, è un mondo che mi ha sempre affascinato. Oppure, perché no, l’imam di qualche moschea sciita.

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