Mario Tronti. Se piace a noi “di destra”…

Luciano Lanna

tronti_fondo magazine«Con Tronti si può veramente discutere di tutto: di Del Noce e di Lenin, di fascismo e di rivoluzione conservatrice, di realismo politico e di metafisica». Lo riconosce Pasquale Serra, uno storico del pensiero politico di raro rigore, introducendo l’ultima raccolta di scritti di Mario Tronti, da ieri in libreria: Non si può accettare (Ediesse, pp. 218, € 10,00). Un libro che si presenta come un utile promemoria per chiunque oggi ha a davvero cuore il destino della politica. Ovunque egli tenda a collocarsi: in quella sinistra, che è l’immediato bacino di riferimento delle riflessioni trontiane, ma anche in quelle latitudini della destra in cui si è sensibili ai rischi della deriva antipolitica. Siamo infatti sicuri che così come qualcuno si è scandalizzato per la nostra interlocuzione con il professor Alberto Asor Rosa e per l’invito alla lettura dell’ultimo saggio di Slavoj Zizek, non mancheranno i critici della nostra sintonia con alcune delle analisi di di un filosofo come Mario Tronti. Eppure basterebbe leggerlo per smontare qualsiasi diffidenza pregiudiziale.

Comune è infatti la preoccupazione di fondo che sta al cuore degli scritti riuniti in questo bel libro: «Mi sto chiedendo – annota il pensatore – quali possano essere, innanzi tutto, le strade lungo le quali riuscire a rinobilitare la politica, perché sono convinto che questa questione sia più importante delle riforme elettorali o costituzionali. Se, infatti, non si riabilitasse l’agire politico, le riforme non servirebbero proprio a niente, perché non avrebbero mai una legittimazione popolare». E per sgombrare subito il campo da chi volesse ridurre il tutto alla solita voglia di stupire attraverso il gioco dell’intelligenza con il nemico, ricordiamo, ad esempio, che Tronti, classe 1931, principale teorico negli anni Sessanta del cosiddetto operaismo, non ha avuto nessun problema il 10 giugno scorso a intervenire con una sua relazione – il cui testo è incluso nel libro – al convegno su “Impresa e lavoro nella Costituzione” insieme al presidente della Camera Gianfranco Fini. Un intervento che lui concludeva evocando l’idea-forza dell’Europa: «Questo rimane – disse in quell’occasione – lo spazio-mondo in cui il lavoro è stato meglio tutelato e di più valorizzato: non a caso la ricetta vincente di uscita dall’attuale crisi economica, perfino, sia pure ancora per accenni, al di là dell’Atlantico, torna a essere l’economia sociale di mercato».

Non solo: quando, nel 2005, Tronti ha scritto e letto alla Camera dei deputati la prolusione per i novant’anni di Pietro Ingrao, è partito dalla citazione di due autori non certo marxisti-leninisti: «Ernst Jünger scrisse un biglietto di auguri a Carl Schmitt – ricordava Tronti – per il suo novantesimo compleanno. E Schmitt rispose in un altro biglietto con questa frase: “La vecchia è finita, adesso comincia l’età dei patriarchi”». Niente di sorprendente quando si arriva a capire che il nostro afferma di essere sempre stato coerente con un «pensare estremo», tutt’altro da qualsiasi forma di estremismo, che concepisce la politica – sulla scorta della felice espresione del compianto germanista Ferruccio Masini – come “alchimia degli estremi”: «È un pensare che ho imparato da tutte quelle forme di pensiero incomponibili con lo stato presente, inassorbibili dall’opinione corrente, irriducibili al senso comune di massa, forme venute da chi prefigurava un altro mondo per il futuro, ma anche da chi rammemorava un altro mondo dal passato. Di qui – precisa Tronti – la mia passione, assolutamente non compresa, di coltivare insieme il pensiero grande rivoluzionario e il pensiero grande conservatore».

La filosofia della prassi di Marx, senz’altro, ma anche Machiavelli, Max Weber, Carl Schmitt, Gianfranco Miglio… Va infatti ricordato che le sue stesse idee operaiste sono state indubbiamente debitrici anche della visione dell’Operaio di Jünger: «Siamo partiti da Marx – riconosce, descrivendo un percorso che in qualche modo lo accomuna anche ad altri pensatori come Cacciari, Asor Rosa, Barcellona o Marramao – e poi abbiamo contaminato il marxismo con altri filoni di pensiero. Ognuno ha scoperto i suoi. Io ho frequentato il filone realistico del pensiero politico moderno e la tradizione del grande pensiero conservatore…». Non mancano, nel libro, riferimenti espliciti alle figurazioni di Mario Sironi o alla stessa dottrina sociale della Chiesa cattolica o a certe dimensioni della cultura di destra novecentesca: «Andrebbero esaminate con più attenzione di quanto non si è fatto finora. C’è un antifascismo di maniera, come c’è un laicismo di maniera, che spesso ci ha impedito di cogliere le contraddizioni vitali presenti in campi spesso diversi… Il tema delle due rivoluzioni novecentesche, la rivoluzione operaia e la rivoluzione conservatrice, che si confrontano e si combattono, fuoriuscendo ambedue dal terreno imposto dalla soluzione vincente, questo lo considero uno dei temi più ricchi di implicazioni conoscitive che mi sia stato dato di maneggiare».

La questione di forndo di oggi è, secondo Tronti, solo una: senza capire la storia di ieri, senza aver compreso, metabolizzato e quindi superato il ‘900, come facciamo a determinare il “che fare” per la politica contemporanea? È infatti proprio su questo versante, quello di riproporre una politica fondata su una visione della storia e del proprio ruolo nella vicenda storica, che questo Non si può accettare aiuta a recuperare una lettura del processo politico davvero alternativa rispetto alla deriva diffusa nell’egemonia in corso della vulgata determinata da politologi e sociologi per non dire di esperti di comunicazione o studiosi di estetica. «Per non essere subalterni alla congiuntura – spiega in proposito Tronti – ci vuole un’idea di quanto c’è stato prima e di quanto può esserci dopo. Una filosofia della storia in generale, no, ma una filosofia della propria storia, sì».

Tutta la condizione postmoderna, è il punto, tende però a rimuovere questo approccio. da cui il “male oscuro” delle società contemporanee che si chiama antipolitica. E che un fenomeno trasversale e che si alligna ovunque: «L’antipolitica è qualcosa di più che la reazione alla corruzione dei politici o al teatrino della politica. È una pulsione antropologicamente fondata sugli spiriti animali della società di massa. E accade che perfino certi movimenti di sviluppo generalmente positivi finisce che vengano catturati dentro questa onda dominante». E su questo Tronti non è tenero con il suo mondo politico di riferimento: «Noi, sinistra postcomunista, non abbiamo forse dato un contributo al clima antipolitico che si è instaurato nel paese? Nel passaggio dalla cosiddetta prima alla cosiddetta seconda Repubblica non abbiamo forse cavalcato questo umore di massa, a volte nutrendolo a volte ampliandolo?

La stagione referendaria andava purtroppo in questo senso, alcune pulsioni giustizialiste anche, certe approssimazioni federaliste in tono localistico, pure. Ma soprattutto, quell’idea di società civile luogo di coltivazione delle virtù pubbliche di contro a una società politica luogo di commercio dei vizi privati». Sta dentro questo clima dominante quella «dimensione antropologica del problema politica» sulla quale occorre agire. Occorre tornare alla politica come visione generale e al recupero della sfera pubblica: «Una forza senza tradizione – scrive il filosofo – non è una forza politica, è fragile, effimera. La memoria è una potenza aggregante, motivante, mobilitante». Va bene allora scommettere sul connubio politica-idee, sulle fondazioni, sulle scuole di politica. Ma attenzione: «Se non vogliamo ridurle a istituti professionali per la formazione di manager amministrativi, dobbiamo sapere – è l’esplicita sollecitazione di Tronti – che il problema più urgente oggi non è trasmettere cultura politica, ma produrla». Niente di più attuale: «La politica è una cosa seria, è la più seria attività dell’uomo».

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