Mario Tronti. Se non piace a noi di sinistra…

Angela Azzaro

tronti_fondo magazineCaro Luciano,

ho letto con grande interesse il tuo articolo su Mario Tronti (uscito prima sul Secolo e poi pubblicato qua accanto). E prima di tutto ti devo fare i complimenti per il lavoro che stai facendo in prima persona e che sta facendo il giornale diretto da te e Flavia Perina. Avete operato un’apertura davvero inedita al pensiero di sinistra (tu giustamente citi i tuoi bellissimi articoli su Asor Rosa e Zizek) dimostrando come è possibile il dialogo tra culture apparentemente opposte.

L’idea e la pratica di non considerare nemico chi la pensa in maniera diversa da te ha conseguenze straordinarie sul piano della cultura politica, della produzione di idee, sul piano della democrazia e della civiltà. Non credo che a sinistra abbiamo la stessa forza, perché di forza si tratta. Procediamo a tentoni. Anche noi de Gli Altri, che in fondo ci proviamo, ci muoviamo in mezzo ad anatemi, scomuniche o – anche nel migliore dei casi – sospetti.

Come dimostra il tuo articolo, nel momento in cui si dialoga con “l’altro” non solo ci si arricchisce ma si scopre di avere molte idee in comune, idee che prima l’ideologia e i dogmi avevano celato o messo falsamente in contrapposizione.

Penso che l’azione politica di Gianfranco Fini sia la conseguenza di questo modo di pensare da voi del Secolo condiviso e, direi di più, continuamente alimentato. Per questa ragione non condivido alcune posizioni espresse anche qui sul Fondo di critica al  presidente della Camera. Ritengo sia uno dei migliori politici oggi in circolazione per i valori e le proposte che avanza, ma anche per quest’idea fissa di difendere il sistema democratico nella sua migliore espressione. Lo fa anche quando sostiene che «non basta la maggioranza per riscrivere le regole». E’ una frase che viene enfatizzata perché letta, solo politicisticamente, come un attacco a Berlusconi e un modo per affondare la riforma della giustizia. In realtà, io la vedo come un ennesimo atto di buona politica, anche perché la possibile conseguenza del voto anticipato non sarebbe per Fini una manna dal cielo, ma un problema grosso di ricollocazione politica. Nonostante questo lo ha detto. E, attraverso il vostro giornale, si è anche fatto sostenitore di un garantismo, non inquinato da norme salva premier, che oggi mi sembra l’unica strada perseguibile per una reale riforma della giustizia. «Prima la persona» c’è scritto sul Secolo di domenica. Sottoscrivo, non c’è giustizia, né una sua riforma se si dimenticano le persone. Cucchi. Sandri. E le migliaia di uomini e donne, soprattutto migranti, che vivono nelle carceri italiane in condizioni disumane.

Dopo tanto accordo, ora però mi tocca dissentire. E non dissento su di “voi”, ma su di “noi”. Dissento su Mario Tronti. E non tanto sugli aspetti che metti in evidenza tu. Ma su quelli che hanno fatto di Tronti il padre insuperato dell’operaismo. Operai e il capitale, è il suo libro storico. Beh, io penso non solo che il suo pensiero sul capitalismo non riesca più a spiegare il presente e soprattutto a migliorarlo, ma sia stato un tappo alla costruzione di un pensiero nuovo della sinistra. Sì, Tronti è un ostacolo.

Domenica su Gli Altri, Piero Sansonetti ha mosso la stessa critica ai padri e alla madri della sinistra. Rossanda, Tronti, Ingrao… E La lista potrebbe continuare. Lo spunto polemico parte dall’anniversario della caduta del Muro e da un articolo di Rossanda pubblicato il 12 novembre su il manifesto. Davanti al rimpianto del tempo che fu espresso dalla fondatrice del quotidiano comunista, ma anche dallo stesso Tronti in un dibattito recente all’Atelier occupato Esc, Sansonetti mette in discussione la possibilità che il pensiero comunista possa essere aggiornato. Non è un problema di attualizzare, ma un problema di messa in discussione delle radici. «Io semplicemente credo – scrive il direttore de Gli Altri – che l’errore che ha fatto fallire la rivoluzione d’ottobre, e ha cancellato il comunismo, è un errore che sta nella rivoluzione d’ottobre e nel comunismo… Non penso che il problema della sinistra sia stata la sua incapacità di costruire una fortezza di idee anticapitalistiche, credo che sia stato l’opposto: pensare che l’anticapitalismo fosse tutto – fosse esauriente – e che sapersi battere eroicamente sulla trincea dove si scontrano capitale e lavoro salariato fosse risolutivo. Penso che nessuna delle due cose sia vera oggi, e penso – soprattutto – che non fosse vera nemmeno all’inizio del cammino. Il capitalismo è un aspetto, una fase, un versante, una storia della sopraffazione: non è possibile separarlo da tutto il resto, considerarlo l’unico fronte della sopraffazione e contentarsi di questo».

Sansonetti chiede l’apertura ad altre culture politiche: femminismo, ambientalismo, non violenza. In questi decenni, l’apertura è stata solo di facciata. Parlo del rapporto col femminismo, che è quello che conosco meglio. E’ stata un’apertura paternalistica che tende comunque a riportare tutto a quella che Tronti e compagni considerano la contraddizione principale, fondamentale, che tutto assorbe e riduce. Non si sono capite le vere ragioni portate da altre storie e da altre culture e così si è persa la possibilità di comprenderne tutta la portata e soprattutto si è persa, via via, la capacità di capire il presente e di poter agire per cambiarlo. Si è rimasti attaccati a un’idea che la storia, quella dei socialismi reali, ha messo radicalmente in discussione.

Penso che una sinistra in grado di riprendere la sfida del presente, di “fare futuro” come dite voi, debba necessariamente passare attraverso una riscrittura seria e radicale della propria cultura politica. Non si tratta di ripartire da zero, ma di capire che l’essere umano e le contraddizioni che lo riguardano nella sua dimensione individuale e collettiva non possono essere esaurite e recintate dentro il conflitto capitale-lavoro. C’è una generazione di intellettuali che secondo me si deve fare da parte, non perché vecchia dal punto di vista cronologico, ma perché autoritaria e incapace di ascoltare l’intelligenza collettiva che si muove fuori dal loro ombelico. Tronti, Rossanda, ma aggiungo pure Asor Rosa. E’ possibile, mi chiedo, che nel 2009 si faccia un libro, come Asor Rosa ha fatto, sulla crisi dell’intellighenzia di sinistra, pensando l’intellettuale come un essere unico, a sé stante, maschio eterosessuale? L’intelligenza o è collettiva o non è. O è plurale o non è. Quando se ne accorgeranno i nostri, presunti, leader o pensatori di riferimento?

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