Marco Ramperti. Se Mussolini avesse vinto

Romano Guatta Caldini

Mamma, mamma, questo è il mio destino
stare sopra il tetto a sonà il violino,
dillo a babbo, dillo alle sorelle
sòno per me solo, sòno per le stelle

Roberto Vecchioni-  Il Violinista Sul Tetto

benito imperatore_fondo magazineCosa sarebbe accaduto se l’Italia avesse vinto la guerra? E che sorte avrebbero avuto gli oppositori interni al fascismo? Certo, con i se e con i ma non si fa politica, tutt’al più fanta-politica. E quella di Marco Ramperti, con il suo Benito I  Imperatore,  edito da Scirè nel ’50,  era proprio fanta-politica, la storia romanzata in chiave ironica, di come sarebbe potuta essere l’Italia se Mussolini avesse vinto la guerra.

Militante nella Repubblica Sociale Italiana e poi internato, come Pound, nei campi per i non-cooperatori, Marco Ramperti è stato una delle penne più brillanti del ventennio. Critico oppositore nei confronti dei mussoliniani  panciafichisti, nel dopoguerra si rifiutò di accettare i diktat democratici e per questo fece la fame. Nonostante ciò, la sua verve sarcastica non smise mai di farsi sentire, ricordando ai badogliani, di dentro e di fuori, per dirla alla Berto Ricci, quella che sarebbe stata la loro sorte se Mussolini fosse stato meno magnanimo e più intransigente.

Questo, grossomodo, è il panorama che avremmo visto; Innanzitutto la guerra è vinta e Mussolini, trionfante, marcia per le sacre vie dell’Urbe, dove durante l’occupazione angloamericana, qualche sprovveduto si era azzardato a intonare canzoni come  Bianco-fiore, La guardia a Lenin e L’inno marocchino. Essendo sempre e comunque di buon cuore, nonostante le ripetute pugnalate alle spalle, al suo ritorno, Mussolini decide di graziare tutti gli oppositori. In qualche modo, però, qualcuno dovrà pur pagare il tradimento, così il Duce e Imperatore redige una lista di punizioni da infliggersi ai rei di tradimento. Primo fra tutti l’ex sovrano, che viene esiliato e mandato ad amministrare quella provincia triste e decaduta che è la  Savoia, mentre quell’effeminato di suo figlio Umberto è confinato ad Hollywood, a dirigere un istituto di bellezza. E Badoglio? “Che ne faccio di quel traditore?” – si chiede Mussolini. Bene, Badoglio sarà condannato a vivere, sì, a vivere all’ombra di stesso e all’onta del tradimento. Sarà esiliato nella villa regalatagli dal Duce, con i titoli nobiliari ricevuti grazie alle imprese belliche di Mussolini e con tutti i privilegi concessigli dal regime. Non resistendo alla vergogna, Badoglio tenterà  il suicidio ma non troverà che pistole scariche. Ora che Badoglio e monarchia erano stati sistemati, restavano da mettere a posto le chiappe bianche del Papa. A quest’ultimo verrà concesso di autoconfinarsi a Castelgandolfo.  In segno di protesta il Papa si darà all’aviazione, avendo perduto il controllo e i privilegi terreni. “Che conquisti il cielo se ne è capace!” – dice un Mussolini divertito.

Messe a posto le cariche istituzionali, Ramperti si dedica con particolare perfidia agli intellettuali, razza dannata senza Pentecoste, quelli che a suo a avviso; “o mentirono prima, o tradirono poi!” Il primo della lista è Bottai, che dovrà restare nella Legione Straniera con impiego permanente di netta cessi. E quel poetuncolo di Ungaretti, quello che scriveva a Mussolini di voler morire per il suo Duce, salvo poi insultarlo alla prima avvisaglia di disgrazia? Ungaretti è condannato a scrivere i suoi poemetti solo ed esclusivamente sulla carta igienica; “almeno serviranno a qualcosa!”. Dopo gli intellettuali è la volta degli antifascisti di professione. Pertini e Parri, ad esempio, sono costretti ad accompagnare, a vita, il povero cieco Carlo Borsani alle sedute del Gran Consiglio. E Walter Audisio? Il partigiano finirà con il ringraziare Mussolini  “per avergli insegnato la strada”.

In tutto questo, però, nonostante la vittoria e dopo essersi preso le sue giuste ri-vincite, Mussolini non è felice. C’è qualcosa che lo opprime, un senso d’impotenza lo pervade. Nella sua mente s’insidia l’idea che, nonostante la vittoria e le mirabili opere del regime, il suo nome sarà comunque destinato a essere dimenticato o peggio, la sua idea snaturata nel corso del tempo. Già, perché non è con la vittoria che si diviene immortali, o almeno, non è questo il ricordo che vuole lasciare di sé. Mussolini capisce che solo attraverso la sconfitta e il martirio si raggiunge l’apice della vera gloria, come fu per Cristo, solo il sacrificio pone il suo sigillo d’eternità a quella che fu «la più originale, la più mediterranea ed europea delle idee». Solo così, nel tempo, la storia gli darà ragione.

In seguito a questi dissidi interiori, Mussolini decide di non presentarsi all’incoronazione per la carica d’Imperatore: «Il Duce – scrive Ramperti – decise di scomparire nella notte, per  ritornare a suonare il violino come a vent’anni e di confondersi, anonimo, con dei poveri musicanti. Mussolini va incontro  a degli emigranti, venuti dalla lontana America sino a Roma per acclamare l’Imperatore. Non udranno, però, la voce dell’Imperatore, udranno solo uno sconosciuto evocare sul violino, le canzoni d’Italia. Non vedranno più il volto del Duce ma finalmente, quello della Patria». (1)

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Liberamente tratto da una recensione al libro di Marco Ramperti – Benito Imperatore, apparsa sull’Asso di Bastoni del 25 febbraio 1950

(1) Marco Ramperti – Benito Imperatore ed. Scirè, 1950 pag. 226-227

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