L’arma più forte/7. Bengasi

Giovanni Di Martino

bengasi_fondo-magazine1Bengasi è il punto più alto della cinematografia di propaganda fascista, e forse dell’intero cinema italiano anteguerra. Un kolossal di propaganda costato uno sproposito, in un ambiente ormai maturo e con attori finalmente maturati che danno il massimo. Scrive e dirige Augusto Genina, già intenditore di Africa (Squadrone bianco) e di film di guerra (L’assedio dell’Alcazar).

Lo sfondo è lo stesso di Giarabub, ossia la prima ritirata italiana in Africa settentrionale di inizio 1941, con distruzione totale delle armate di Graziani da parte degli inglesi. In una Bengasi quasi del tutto popolata da italiani si attende da un momento all’altro l’arrivo degli inglesi: molti coloni scappano, i militari si ritirano in modo disordinato. In questo clima (rappresentato meravigliosamente con un intero quartiere della città ricostruito a Cinecittà sulla base di centinaia di fotografie) si intrecciano (e qui sta la maturità tecnica) quattro storie di donne (e qui sta la maturità stilistica per non far sembrare la cosa troppo di propaganda… il film, infatti è dedicato alle donne e al difficile compito che la guerra le ha assegnato).

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(Augusto Genina, Bengasi, 1941)

Una colona del Gebel cerca il figlio militare negli ospedali della città, una prostituta nasconde un militare agli inglesi, un’altra colona, profuga dall’Africa Orientale, è costretta a fermarsi a Bengasi e s’invaghisce di un ingegnere italiano che collabora con gli inglesi, e la moglie di un ufficiale italiano non riesce ad evitare, scappando, la morte del loro bambino. Le vessazioni dell’occupante inglese e l’atteso lieto fine con il ritorno in città delle truppe italo – tedesche accompagnano lo scioglimento, non sempre positivo, delle quattro storie. La contadina trova il figlio, rimasto cieco e torna al podere con lui, ma trova il marito ucciso dagli inglesi durante un saccheggio. La prostituta riesce ad evitare che il militare venga catturato dagli inglesi che perquisiscono le case. L’ingegnere collaborazionista (Nazzari), che una sera viene picchiato dagli italiani, appartiene in realtà ai servizi segreti italiani e indaga sui piani di guerra inglesi, viene scoperto e fucilato. L’ufficiale italiano (Giachetti, al suo meglio e premiato a Venezia per l’interpretazione), nel frattempo mutilato, imprigionato e fuggito, sembra non riuscire a perdonare alla moglie la tragica fine del figlio.

Per quanto le storie siano ben costruite ed intrecciate e le donne siano brave ed effettivamente protagoniste (Vivi Gioi, Laura Redi e Maria Fekete soprattutto), l’ombra della propaganda bellica finisce per sovrastare tutto, grazie alle interpretazioni di Nazzari e Giachetti, rodati da infiniti film del genere e mai così calati nelle rispettive parti. Numerose sono le scene di aperta propaganda politica: i libici che prima dell’arrivo degli inglesi ringraziano le autorità italiane per tutto quello che hanno fatto per loro, i soldati inglesi in campagna che fanno razzie e giocano al tiro al piattello con i canarini del contadino, la scritta sui muri che accoglie gli inglesi e recita “ci starete poco e ci starete male“, i soldati ubriachi che perquisiscono le case italiane (tra i quali c’è il giovanissimo Galeazzo Benti), il fiorire di bandiere italiane e tedesche per tutta la città al ritorno delle truppe dell’Asse (ma i coloni italiani di Bengasi come mai avevano in casa tutti una bandiera tedesca?).

Un kolossal di propaganda, quindi, che esce tra il 1942 e il 1943, quando le colonie italiane in Africa stanno per diventare un ricordo, ma anche un film che oggi non risulta per nulla datato. Certo stava dalla parte sbagliata, la parte di chi ha perso, ma ciò non era sufficiente per fare del film l’oggetto di una delle operazioni più stupide che siano mai state fatte in Italia dai tempi di Romolo fino a quelli di Cannavaro. Siccome il film è bello, ma ci sono le bandiere con la svastica, nel 1955 i produttori Bassoli hanno la bella idea di prenderlo e rimontarlo eliminando tutte le scene di propaganda, con buona pace della comprensione, perché la madre e il figlio – per esempio – tornano a casa e trovano il padre morto, ma siccome non bisogna fare vedere che gli inglesi lo hanno ucciso, uno se lo immagina, forse. E a coronamento della furbata acchiappa gonzi, prima della distribuzione con il titolo di Bengasi anno ’41, i produttori hanno preso gli attori dell’epoca (solo quelli che si sono prestati, per fortuna) e gli hanno fatto recitare un prologo e un epilogo in cui Vivi Gioi va in un cimitero di guerra sulla tomba di Amedeo Nazzari, accompagnata da un ufficiale inglese che ci prova, ma va in bianco perché lei era innamorata di Nazzari e che è stato fucilato dagli inglesi. Mentre sono lì e raccontano tutta la storia del film originale, incontrano la Redi e Tamberlani (la prostituta e il soldato che aveva nascosto), che nel frattempo si sono sposati e sono pure loro al cimitero. Con tanto di volemose bene finale in mezzo alle croci del cimitero. Ma a morire, con questa operazione, è stato veramente il cinema.

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