La ragazzina di Yde

Arba

Il corpo mummificato di una ragazza di sedici anni fu recuperato da una piccola palude rialzata presso il villaggio di Yde, provincia di Drenthe, Olanda, nel 1897. Il corpo era malamente danneggiato dall’azione delle draghe nella palude. La Ragazza di Yde morì di morte violenta in un momento imprecisato tra il 170 a.C. ed il 230 d.C. La fascia di lana che le stringe il collo mostra che morì di strangolamento. Una ferita presso la sua clavicola destra le fu probabilmente inflitta con un coltello. Con la ragazza si trovavano i resti di un’ampia e piuttosto danneggiata coperta di lana.

ragazza di Yde_ fondo magazineC’era una volta una ragazzina bionda. I capelli le scendevano sulle spalle e incorniciavano selvaggi e scomposti il suo viso minuto. Non ne conosciamo il nome, non sappiamo dove abitava precisamente. Neppure come fosse composta la sua famiglia o a quale tribù appartenesse.

Sappiamo in ogni caso che qualcuno, in un oscuro e lontano giorno, le ha messo delle corde al collo, quasi uno scialle intrecciato intorno a lei, e ne ha tirato poi le estremità soffocandola. Delle funi che forse, fino a qualche minuto prima, avrebbero benissimo potuto esserle servite per cintura intorno alla vita. Per una tunica o mantello.  Qualcuno le ha tolto la vita a 16 anni e l’ha immersa in una palude a Yde, minuscolo paese in una regione chiamata Drenthe, nei Paesi Bassi. Altri l’hanno ritrovata quasi 2000 anni dopo. Per sbaglio. Ma …a suo favore, in qualche modo.

Forse il suo ultimo respiro è stato esalato in una giornata nebbiosa, nell’umidità sempre insidiosa e onnipresente di alcuni luoghi del nord Europa. Zone nelle quali l’acqua comanda ed è regina incontrastata del paesaggio. Si potrebbe immaginare l’accaduto al crepuscolo, in un preciso magico istante: quando il giorno e la notte si fondono in un chiarore spesso infuocato che filtra dalle nubi e quando le acque e il cielo si tingono di incombenti significati. Nei momenti in cui la natura ha totale libertà di espressione e si presenta con le caratteristiche ed i colori che si riscontrano unicamente in determinate latitudini.

Non è stato possibile stabilire esattamente il motivo della sua morte in quella palude. Ma, pensando alla sua fine, …sarà stata sola con il responsabile della sua esecuzione o era in compagnia di una comunità accorsa a testimonianza di un sacrificio? Forse è morta in un rito ricorrente o per far fronte ad un pericolo che incombeva sulla sua gente. O per esorcizzare un raccolto insufficiente e per implorare un’altra strada agli dei. O forse dopo un raccolto andato bene per onorarli. O era colpevole di un delitto considerato ignobile e per quel motivo venne giustiziata?

La palude veniva considerata luogo di frontiera: nell’oscurità delle acque finiva un mondo e ne iniziava un altro. Nelle paludi si portavano doni votivi ed offerte di tutti i tipi: ne è prova il ritrovamento di vasellame, ornamenti, armi ed equipaggiamenti di guerrieri che potrebbero indicare inoltre sacrifici di bottini. E si offrivano sacrifici umani. Anche Tacito, scrivendo dei riti dei popoli germanici, aveva parlato dell’esecuzione capitale e di come prevedesse l’affogamento nel fango delle paludi per certi tipi di condannati.

Ma non solo: anche la realtà medievale esprimeva indisturbata usanze che risalivano ai riti pagani che, sopravissuti nei tempi, si ritrovano per esempio nei codici dei Frisoni, il Lex Frisionum e si riferiscono ad un tipo di pena capitale ancora in uso nell’anno 803 nelle paludi. I Frisoni sono un’antica popolazione germanica ed il loro territorio era situato verso la costa del mare del Nord. Questa regione prese dal popolo dei Frisoni il nome di Frisia e attualmente corrisponde ad una parte dell’ Olanda e alla costa occidentale della Germania. Le pene per soffocamento nel fango avevano spesso anche per loro un carattere di espiazione per  offese contro gli dei.

Un fatto da considerare nella storia del ritrovamento a Yde, in data 12 maggio 1897, è la consapevolezza di come questo avvenimento sia stato una specie di ritorno in vita per chi la vita l’aveva persa secoli prima. E non solo un risveglio e piccola consapevolezza della sua storia personale passata ma anche un’attenzione postuma per la gente che l’aveva ”data” alla palude. Una comunità, si suppone, di una trentina di individui e poche capanne, come spesso in quei tempi. Rifugi condivisi con i pochi animali che presubilmente la comunità aveva la fortuna di possedere e persone che si mantenevano in vita grazie alla natura circostante e nonostante la crudeltà della stessa. A volte con la condanna, a volte con il sostegno degli dei, il cui favore si cercava di ottenere o il cui sdegno si cercava di mitigare costantemente. Sperando nella loro generosità, alla quale si anelava giorno e notte per poter far fronte ai pericoli presenti nella lotta per la sopravvivenza.

Nella regione Drenthe si è spesso lavorato all’estrazione della torba e così anche in quei giorni di maggio della fine dell’800. Due abitanti di una piccola comunità di campagna chiamata Yde, impegnati nel loro lavoro di scavo, invece della torba si trovarono però attaccati alle estremità dei loro attrezzi una testa e dei capelli rossicci e di seguito i resti di quella che venne poi definita ”la ragazzina di Yde”.

Dal Settecento ad oggi, dalle torbiere del Nord Europa, sono affiorati molti resti umani. Nella maggior parte dei casi si è trattato di persone per le quali si è potuto stabilire come causa del decesso una morte violenta e avvenuta in un periodo compreso fra la tarda età del Ferro ed il primo secolo dopo Cristo. I corpi si sono conservati grazie alle caratteristiche del suolo e delle paludi, la presenza di alcuni muschi e condizioni nelle quali la decomposizione non avviene a causa dell’assenza di ossigeno, dell’acidità del terreno e della bassa temperatura. Questi fattori hanno permesso la preservazione di corpi e restituito a volte, in una sorta di clemenza storica, uomini donne e bambini come salme mummificate, ovvero bogbodies: i corpi delle paludi. Che è il nome dato dagli archeologi a questi resti, spesso in perfetto stato di conservazione.

Un aumento dei ritrovamenti di questi corpi si verificò dopo la fine della 2a guerra mondiale quando, per mancanza di carbone, si ritornò a sfruttare le torbiere e ad estrarre blocchi di torba da usare come combustibile. In quel periodo si divenne anche più coscienti della grande importanza storica di questi resti, delle misure necessarie per la loro conservazione, si incentivò lo studio e si perfezionò il metodo di datazione, compreso quello al carbonio.

Per la misteriosa ragazza di Yde, dopo anni di ricerca, è stato possibile, stabilire le cause della morte e arrivare ad una data approssimativa del decesso. Si è cercato di datare la torba recuperata sotto ad un piede che, in combinazione con i pollini presenti e la datazione al carbonio, ha portato ad indicare la sua morte in un periodo fra il 54 a.C. e il 128 d.C.

Purtoppo, durante la sua estrazione dalla torbiera, alcune parti del corpo sono state danneggiate ed altre non più ritrovate. Ma nel tronco si riconosce ancora il seno e la forma delle ossa del bacino indica che si tratta indubbiamente di un corpo femminile. Un successivo studio sulle ossa e la testa ha potuto stabilre l’età e fissarla sui sedici anni.

Quando fu trovata si recuperarono anche due pezzi di stoffa. Uno era intrecciato intorno al collo con un nodo scorrevole. Si pensa che la lunghezza originaria possa essere stata di circa 220 centimetri. L’altro pezzo di stoffa sembra appartenere ad un mantello di lana, filato in maniera molto approssimativa e riparato molto male..

I capelli, rossicci al ritrovamento, erano sicuramente di una lunghezza superiore ai 20 centimetri e rasati su tutta una parte laterale della testa. Si presume che siano stati biondi ma per via della permanenza nella palude e nella torba soggetti ad un cambiamento di tonalità di colore. E’ stata accertata una scoliosi, il bacino non era simmetrico e un piede presentava una malformazione. L’altezza era di circa un metro e quaranta centimetri.

Nel 1993 Richard Neave dell’Università di Manchester ha eseguito una ricostruzione del suo viso e gli occhi e i capelli sono stati aggiunti in un successivo stadio ad una versione in cera che si può vedere esposta in un museo del capoluogo della regione del suo ritrovamento. Museo che ospita anche i suoi resti.

Uno degli studiosi che si è occupato per anni della ” ragazzina di Yde” è l’ archeologo olandese e specialista di ”corpi delle paludi”, Wijnand van der Sanden che, oltre ad averla esaminata e studiata, l’ha quasi adottata molto pietosamente. Da immolata sconosciuta (o giustiziata) e testimone della storia della regione, per rispetto, lo studioso le ha infatti fissato una data di compleanno. La data del suo ritrovamento, vale a dire il 12 maggio, è quel giorno di memoria. L’archeologo si reca spesso sul posto dal quale lei è uscita, terreno ex-torbiera e campo coltivato, e ne celebra il ricordo di figlia dei popoli delle paludi.

E così finisce la storia della ragazzina bionda. Ascesa 2000 anni fa all’età di 16 anni nei cieli di tutti i popoli.

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