La crisi economica e il mondo del lavoro

Marco Proietti

precariato_fondo magazzineC’è grossa crisi si potrebbe dire ironizzando. In realtà di ironia da fare ne resta veramente poca e che la situazione sia crudelmente tragica è un fatto palpabile da chiunque; le manovre politiche, attuate più o meno in buona fede, non hanno fornito un maggiore senso di sollievo e mi vorrei soffermare su una piccola riforma che, introdotta con la ben nota legge 133 del 2008, ha di fatto spalancato ulteriormente le porte al precariato.

L’oggetto della discussione è il contratto a termine, o lavoro subordinato a tempo determinato se si preferisce una definizione più tecnica. Ebbene, la rivoluzione copernicana della 133 ha previsto una modifica essenziale, importantissima eppure passata in sordina, del D.lgs 368/2001 che disciplina l’intera materia, definendo ambito di applicazione, termini, forma e quanto altro per assumere regolarmente un lavoratore con contratto a termine. La 133 ha previsto infatti, contrariamente a quanto da sempre consolidato in giurisprudenza nonché in dottrina, che il contratto a termine possa essere stipulato anche con riferimento alla ordinaria attività di impresa.

Ciò cosa vuol dire? Vuol dire che se prima della 133 il lavoro a termine era vincolato alla stagionalità, sia in termini di durata della prestazione che soprattutto di oggetto della medesima, oggi invece si può assumere a termine chiunque e per qualunque motivo; se prima, in buona sostanza, le mansioni proprie, ad esempio, di una segretaria risultavano un grosso ostacolo alla stipula di un legittimo contratto a termine, oggi questa barriera non esiste più e il datore di lavoro ha in mano uno strumento che può utilizzare a 360 gradi senza troppi problemi.

Tutto questo, inutile dirlo, in nome di una maggiore e non meglio precisata flessibilità che finisce per colpire duramente il mondo del lavoro, rendendo ancora più precario ciò che di per sé già godeva di scarso equilibrio; va tuttavia detto che, con molta probabilità, l’intervento legislativo risponda ad un’esigenza reale del nostro mercato, ma allora devo fare una rapida precisazione altrimenti si rischia di brancolare nel buio.

Il mercato del lavoro è in continua evoluzione e, certamente, l’esistenza di strumenti flessibili può permettere (i) una migliore riallocazione delle risorse umane rimaste disoccupate, (ii) un più rapido ingresso nel mondo del lavoro da parte dei più giovani ed infine (iii) una sostanziale interscambiabilità tra posizioni fungibili; tutto questo però solo in un sistema concepito organicamente e non frutto di riforme azzardate, attuate a singhiozzo e prive di un vero iter da seguire.

Concludo dicendo che, personalmente, non sono affatto contrario alla flessibilità nel mercato purché – come prima accennato – il tutto avvenga con un criterio organico ed ordinato, e non attraverso provvedimenti figli del vento politico del momento – in tre anni, destra e sinistra hanno approvato leggi sulle medesime materie disciplinandole in maniera diametralmente opposta –; ma allo stato attuale ciò non avviene e, di conseguenza, anche il minimo intervento in questi settori mi spaventa molto. Più che flessibilità si passa al precariato e si distrugge lo Stato Sociale sostituendolo con un opposto e antitetico – nonché molto yankee – Welfare state.

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