Italiani, bravi stronzi…

Angela Azzaro

lavoratore-migrante_fondo magazinePaolo di Stefano domenica sul Corriere della sera commentava la battuta di Gianfranco Fini «sugli stronzi che discriminano» gli stranieri e diceva che questo limite non andava superato. Il limite superato è quello della parolaccia che non andava detta. Non credo di ricordare un titolo simile sul Corriere quando sono affondati i barconi di migranti o quando qualche migrante è stato insultato o espulso. Nessuno ha detto: questo limite non va superato. La vita umana non va buttata così nel cesso. Si sono scandalizzati sabato.  Il limite è quello del perbenismo italiano, che Fini, con una battuta encomiabile, si è lasciato alle spalle.

Proprio sul Fondo, una settimana fa, avevamo scritto criticando il film Francesca che in una battuta dà della puttana a Mussolini per il suo atteggiamento razzista. Anche in quell’occasione spiegavo che il problema non era la critica, che anzi condividevo per le dichiarazioni xenofobe della deputata, ma il fatto che l’offesa non riguardava la sua attività politica ma un giudizio su un suo presunto comportamento sessuale. Era insomma la riproposizione della dicotomia che incatena le donne o al ruolo di santa-madre o  quello di seduttrice-puttana. Nello stesso articolo dicevo: perché non dirle stronza? E devo dire che sono stata subito, anche se casualmente, accontentata dal presidente della Camera.

Fini ha usato quell’espressione davanti ai giovanissimi studenti di una scuola di Tor Pignattara, quartiere di Roma. Studenti perlopiù migranti. Ragazzi e ragazze che molto probabilmente hanno già provato sulla loro pelle che cosa possa voler dire discriminazione, paura, odio. Sabato per quei ragazzi è stata una giornata diversa. Una giornata particolare, perché la terza carica dello Stato, gli ha dato un segnale che si porteranno dentro per tutta la vita. Anche se il messaggio di Fini si dovesse fermare lì, basta e avanza. Ha fatto quello che la buona politica dovrebbe fare: dare speranza.

Speranza che è stata uccisa per altri ragazzi e altre ragazze in altre città d’Italia. E’ successo a San Martino dell’Argine, nel mantovano, e a Coccaglio nel bresciano, dove le amministrazioni comunali hanno dato il via alla caccia allo straniero. Lo scopo è rastrellare i migranti senza permesso di soggiorno. Il sindaco di Coccaglio ha fatto anche di meglio. Ha chiamato l’operazione Bianco Natale. Un nome tragico, anzi grottesco perché mette in relazione la nascita di Cristo, anche lui un migrante in fuga, con politiche che stanno esattamente all’opposto della pietas cristiana. Di qualsiasi senso di umanità.

E’ per questa ragione che la battuta di Fini ci piace. Perché mette in evidenza una delle più importanti questioni che si trova oggi ad affrontare l’Italia. E non è un caso che proprio sulla questione dei migranti e dell’apertura ad altri popoli si giochi lo scontro dentro la maggioranza di governo. Fino a qualche mese fa chiamavano queste due anime <le due destre>. Ma questa definizione è ormai superata dai fatti. Cioè dalla capacità di Fini di fare politica fuori dagli schemi. Lo scontro è diventato quindi tra due idee di civiltà: da una parte quella rappresentata dalla Lega, ed avvallata da Berlusconi, dall’altra quella sostenuta da Fini e dai finiani. Ma non solo. Perché la proposta di legge che istituirebbe il voto amministrativo per i migranti è stata firmata da esponenti dell’opposizione e della maggioranza. Qualcosa si muove. E’ un passo importante sia dal punto di vista del metodo che del merito. Del metodo perché si fonda sul dialogo tra i cosiddetti poli in nome dei diritti, in merito perché è un primo passo per l’allargamento della cittadinanza. Ma ancora prima bisogna mettere mano al pacchetto sicurezza e smontarlo pezzo per pezzo.

E’ uno scontro che dalle aule parlamentari e di governo arriva direttamente tra di noi. Ci chiama in causa e ci chiede da che parte stare. Troppi fenomeni di intolleranza passo inosservati. Oppure sono tollerati. Dagli stadi, dove si può insultare senza problemi Balotelli, alle nostre città dove un numero straordinario di ordinanze istituiscono una clima da caccia alle streghe contro i migranti. Sono diventati il catalizzatore del nostro odio, delle nostre paure, di un senso di insicurezza che ha altre ragioni d’essere.

Su questo è importante fare chiarezza. Io non sono d’accordo con la posizione, proposta anche qui sul Fondo, che si difende dicendo che i migranti sono nuovi schiavi e che bisogna risolvere il problema alla radice facendo sì che non siano costretti a migrare. In parte lo capisco, è chiaro. E lo condivido. Ma penso che questo problema diventi un paravento rispetto al presente. Intanto perché non mi sembra che i danni prodotti da secoli e secoli di colonizzazione si possano risolvere in pochi giorni, né in qualche decennio. Ma anche perché nascondono un’idea di cittadinanza legata al sangue. Sei nato lì, lì ci sono i tuoi cari, lì devi vivere. Ma chi lo ha detto? Io preferisco sostenere che dove sono in quel momento lì sono cittadino, lì dove decido di stare non dove il sangue mi costringe a vivere se voglio godere di diritti. I figli di migranti nati in Italia non hanno la nostra cittadinanza. Sono considerati anche loro stranieri. Non è così in altri paesi europei. Sarebbe anche questo un impostante passo avanti per uscire dalle secche di un’idea di nazione o di patria che esclude e delimita. Dobbiamo anche in questo caso sperare in Fini?

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