Giorgio Ballario. Una donna di troppo

Mario Grossi

intervista Giorgio Ballario

Scriveva Agata Christie «E’ benesospettare di tutti,finché non si riesce a dimostrare che sono innocenti». E se lo diceva o meglio scriveva lei, la regina indiscussa del romanzo giallo, c’è proprio da crederci. D’altronde l’impagabile Alfred Hitchcock ricordava che «c’è qualche cosa più importante della logica: l’immaginazione. Se si pensa subito alla logica, non si può immaginare più niente». Altrimenti niente suspance. Dunque… sommando le riflessioni dei due eccelsi maestri dell’intrigo si ottengono, nell’ordine, Giorgio Ballario, il suo nuovo romanzo giallo Una donna di troppo, Mario Grossi ed il suo di lui ad egli su citato interrogatorio… Buona lettura….

Susanna Dolci

una_donna_di_troppo_fondo magazineNon so bene se il libro giallo è una lettura per adulti. Sta di fatto che il mio interesse per il genere è cominciato solo da poco. Così non si può dire che io sia un cultore del genere, né tantomeno un lettore esperto di noir. È con questo sottofondo che mi è capitato per le mani Una donna di troppo, di Giorgio Ballario delle Edizioni Angolo Manzoni. E sono rimasto sorpreso. Non tanto per la trama avvolgente dell’intrigo che si attorciglia a spirale fino alla conclusione della storia, ma per tutto il resto che questa spirale condisce e innerva. Il romanzo racconta il secondo caso del Maggiore dei Carabinieri Morosini, già protagonista del primo romanzo di Bellario Morire è un attimo che insieme ai suoi fedeli sodali il Maresciallo Barbagallo e a Tesfaghì un sottufficiale indigeno viene inviato a Mogadiscio per indagare su una serie misteriosa di morti che si concatenano. La storia è tutta qui, le indagini del Maggiore alle prese con un enigma dai risvolti indecifrabili che via via viene sempre più illuminato fino alla risoluzione del caso. I luoghi sono quelli dell’Africa Orientale, i tempi sono quelli in cui Eritrea e Somalia (una parte almeno) erano nostre colonie, l’anno il 1935 mentre l’esercito di Rodolfo Graziani, magistralmente descritto nelle sue furie belluine, è in procinto di scatenare l’offensiva dal “fronte sud”. Questa è la carne che costituisce il corpo del romanzo. Ma lo stupore comincia quando si presta attenzione al sangue che irrora quella carne. La ricostruzione dei tempi, dei luoghi, dei personaggi è meticolosa. Il mondo della colonia è riproposto in modo splendido. Si osserva in tralice il tessuto che lo compone. È un microcosmo chiuso in sé, scarsamente permeabile. Un ambiente fatto di riti, spesso incomprensibili per chi vi è proiettato dall’esterno, con regole non scritte ma ferree, intriso da una bruma di messaggi criptici per i forestieri ma chiarissimi per i coloni. Il clima, quello atmosferico, fatto di sole abbacinante, di afe spossanti, di sudori opprimenti, solo talvolta alleviati da bave ventose che spesso sono foriere con il loro alito pesante di nuove fatiche, sembra quasi l’esplicitazione fisica dello stesso clima che si è instaurato tra i coloni. Sembra di ravvisare lo stesso ambiente descritto ne “Il porto delle nebbie” in cui Simenon rappresenta un microcosmo che nello stile a me sembra molto simile a questo. Poi ci sono le descrizioni accurate ed evocative, solcate (ma come una cresta di panna che addolcisce e arricchisce) da una vena di elegante esotismo che è brodo di giuggiole per il mio palato. «Il Vulcania era ormai arrivato a poche miglia dal porto di Mogadiscio, ma la costa somala si vedeva appena. Basso, pianeggiante e privo di grandi alture, il litorale si presentava come una linea ondulata di dune sabbiose, interrotta di tanto in tanto da ciuffi di palme e macchie di acacie. Che differenza dal mio primo arrivo in Eritrea! Ricordo ancora il sole abbacinante che risplendeva nel cielo terso, solcato dal volo dei gabbiani e delle aquile di mare, le veloci fregate. Affollata di pesci variopinti, l’acqua trasparente del Mar Rosso seguiva le curve dei golfi e delle baie rocciose, adagiandosi talvolta su piccole spiagge di sabbia. E deformata dall’effetto ottico della fata Morgana, in lontananza si stagliava la sagoma scura delle montagne». Le descrizioni degli incontri cesellano questa vena leggermente esotica e retrò. “Avvertii il suo respiro sempre più vicino, mentre il gelsomino s’impadronì della mia coscienza, inebriandola. Gelsomino, violetta, lavanda. Delia, Virginia, Sofia. Oppure Monica, Maria Grazia, Anna. Il ricordo di ogni donna era legato a un profumo diverso”. Le pagine sono vive, si sente la polvere da sparo, l’odore dolciastro del sangue vira verso il dolcissimo e stordente profumo di gelsomino, a testimoniare che un incontro notturno e galante può essere ben più pericoloso e carico di mistero di qualsiasi morte diurna. È presente una componente misteriosa e magica e la parte in cui sono evocati gli zombi, uomini, schiavi disposti alla sottomissione coatta al loro padrone, in stato catatonico provocato da miscugli di piante psicotrope e da succhi velenosi di rospi marini e da altre diaboliche pozioni, è una piccola gemma incastonata in un impianto che la fa risplendere, riflettendo iridescenze inquietanti che incatenano la mente del lettore ancor di più della trama e dei suoi fatti che si susseguono incessanti. Sarà che mi sono lasciato ammaliare ma, come un sommellier (magari alticcio), ho sentito un retrogusto salgariano in queste pagine e in queste descrizioni. Lo scheletro che sorregge tutto infine è una scrittura secca, asciutta, talvolta vibrante e telegrafica ma che sostiene con una nervatura salda, le morbidità e le dolcezze di certe descrizioni. Uno strano limpido strumento adatto alle vicende poliziesche ma che si sposa assai bene anche con tutto il resto. Direi, anche qui in termini gastronomici, una scrittura in agrodolce in cui si mescolano i sapori. Chiudo con una nota al testo, nel senso della sua fisicità. Il libro è scritto in un carattere grande, su un foglio bianco latte, ruvido al tatto, in carta opaca che non riflette i luciferini bagliori della luce tanto fastidiosi per il lettore. Anche la pagina si adatta alla perfezione alla fisicità misteriosa che emana da questo romanzo, che per quanto ho finora cercato di chiarire è sì un giallo ma molto di più. È un romanzo storico, un reportage esotico, un poetico arabesco che rappresenta un mondo inghiottito dai gorghi crudeli della storia ma che può rivivere nelle nostre fantasie grazie a libri come questo di Giorgio Ballario che mi fanno ben sperare per il futuro della lettura, perché dimostrano come leggere sia bello, affascinante, facile e carico di tonalità così ricche che vivere poi è più lieve.

M.G.

giorgio-ballario_fondo-magazine[Questo è i tuo secondo romanzo. È più facile scrivere un secondo romanzo oppure no?

Per certi versi sì. Si acquisisce più dimestichezza con l’uso delle parole, con l’intreccio narrativo, con la psicologia dei personaggi. E poi si conquista anche più sicurezza in se stessi ed è un aspetto molto importante. Di contro, però, si prova un minimo d’ansia perché capisci di dover essere all’altezza del primo romanzo, anzi devi cercare di migliorare. In fin dei conti il primo è sempre un esperimento, un gioco, un azzardo: si hanno meno aspettative. Con il secondo romanzo senti di essere atteso al varco, sai che ci saranno confronti con il lavoro precedente.

Sono sempre incuriosito dai rapporti tra autore e editore. Il tuo ha scelto, per facilitare la lettura sostiene, i grandi caratteri del corpo 16, una pagina bianco latte, un po’ ruvida, non riflettente. Condividi la scelta (a me è sembrata bellissima e ambigua) o non la trovi un po’ pericolosa? Il volume potrebbe essere accomunato solo a un pubblico più che adulto, notoriamente alle prese con il calo della vista (io ne sono un rappresentante)?

L’editore ha scelto di pubblicare i suoi libri in grandi caratteri e di privilegiare la leggibilità dopo un attento studio, che ha evidenziato come lo zoccolo duro dei lettori sia compreso in una fascia d’età che va dai 40 ai 60 anni. Quindi con potenziali problemi di vista… In questo senso l’edizione in corpo 16 si sta rivelando vincente, tant’è vero che i libri delle Edizioni Angolo Manzoni sono ora distribuiti dal gruppo Rizzoli proprio per questa caratteristica. All’inizio però ero un po’ perplesso, proprio per il motivo che dicevi tu: temevo una specie di ghettizzazione del prodotto. Invece mi pare che non sia così, anche perché i libri dell’Angolo Manzoni sono curati ed eleganti. E il fatto che siano altamente leggibili non credo spaventi i lettori più giovani.

Ti sei fatto un’idea di chi è il tuo lettore tipo, ammesso che ne esista uno?

Francamente no. Mi sono arrivate mail di personaggi d’ogni genere: dai lettori più anziani che magari nell’Africa orientale italiana ci sono nati e cresciuti, ai più giovani che apprezzano una pagina della nostra storia poco conosciuta.

Ho cominciato da poco a leggere tutto Maigret. “Il porto delle nebbie”, pur ambientato in tutt’altro luogo, descrive un microcosmo un po’ claustrofobico, autoreferenziale, tessuto con legami e messaggi che Maigret stenta inizialmente a capire. È un mondo che tendenzialmente lo esclude. Nel tuo “Una donna di troppo” si assapora lo stesso clima. Riconosci come vera questa mia sensazione o pensi che la cifra del tuo fondo scenografico sia diversa?

Beh, prendo questa domanda come un enorme complimento, visto che Simenon – oltre ad essere un grandissimo della letteratura europea – è anche uno dei miei autori preferiti, tant’è vero che in “Una donna di troppo” c’è una citazione simenoniana che sicuramente avrai colto. Confesso che non ho mai pensato al “Porto delle nebbie” mentre scrivevo il mio “Una donna di troppo”, ma forse ci potrebbe essere qualche analogia. Caso mai mi sono venuti in mente un paio di romanzi non maigrettiani come “Turisti da banane” e “Colpo di luna”, che descrivono la decadenza della società francese riprodotta nelle colonie africane e polinesiane. Che poi, a ben vedere, è tema simile a quello affrontato da Conrad in “Cuore di tenebra” e da Céline in “Viaggio al termine della notte”. Ma fermiamoci qui, perché gli accostamenti cominciano a diventare imbarazzanti…

Simenon sosteneva che si curava poco dello stile in quanto era più interessato a trasmettere al lettore lo svolgersi della sua narrazione e quindi non voleva frapporre un filtro tra sé ed il lettore. Condividi e come descriveresti il tuo stile?

Mi è capitato di leggere libri in cui lo stile era la cifra del romanzo e in linea di massima, da lettore, credo sia sbagliato. Mi piace leggere storie interessanti e scritte bene, non esercizi stilistici di un autore narcisista. In questo senso credo che la mia formazione giornalistica mi aiuti ad avere uno stile scorrevole ed essenziale, senza troppi fronzoli. Ammiro certi autori in grado di  scrivere con linguaggi alti e barocchi, ma non fa parte della mia cultura.

In alcune interviste parli dell’Africa Orientale come il nostro Far-West. In questo riferimento mitologico c’è forse un pizzico di nostalgia. Nostalgia per un luogo che è, nelle forme descritte, ormai scomparso, oppure qualcos’altro?

Ho avuto un paio di lontani parenti che hanno fatto la guerra d’Africa, ed altri che in Africa ci hanno vissuto per svariati motivi (lavoro, missionari…). E da bambino mi è capitato di sentire racconti che di certo mi hanno influenzato e affascinato, ma la molla principale nella scelta di ambientare i miei romanzi nell’AOI è di altro genere: diciamo che mi interessava riscoprire un periodo e un fenomeno poco conosciuti e ingiustamente finiti nel dimenticatoio. Quindi ho cominciato a studiare un capitolo storico che io stesso conoscevo poco e male.

Un po’ di autopromozione. Racconta ai lettori del Fondo (anche se ti conoscono già) tre buoni motivi per correre a comprarsi il libro e a leggerselo.

Non sono un buon pubblicitario… ma ci provo. Uno: a costo di ripetermi,  per riscoprire un periodo storico poco conosciuto e molto affascinante. Due: per divertirsi con una trama “noir” un po’ insolita e differente. Tre: perché è un bel romanzo. Che dici: ho esagerato?

Per quel che mi riguarda, un giallo dovrebbe avere il formato “libro”. Deve essere maneggevole, morbido, piegabile. Penso che la lettura (specie di un giallo) debba passare anche per questo contatto fisico dei polpastrelli, delle mani; ha bisogno, più di ogni altra, di una carnalità che solo la pagina stampata può regalare. Da un pò sta montando una polemica sull’E-book e sui suoi vantaggi. Se ti proponessero una versione E-book dei tuoi libri tu che penseresti? Saresti d’accordo?

Ti dirò, se una versione E-book servisse per diffondere più copie del romanzo, non avrei nulla da obiettare. Il mio scopo, in fin dei conti, è farmi leggere dal maggior numero di persone. Però sul libri cartacei la penso come te. Anzi, ti dirò di più: fino a quando esisterà un libro in carta e caratteri stampati, gli E-book non avranno i miei occhi. Passo già tutto il giorno davanti a uno schermo… E poi con i libri sono un po’ feticista, mi piace possederli, conservarli, marchiarli con il mio nome e talvolta pure sottolinearli. Viva i libri di carta (magari riciclata…)!

Se ti proponessero una riduzione cinematografica del tuo romanzo pensi che si adatterebbe allo schermo? Io sostengo che certe sfumature andrebbero perse, le atmosfere, gli odori che si sentono promanare dalle pagine scritte sarebbero anestetizzate. Sei d’accordo?

E’ difficile che una riduzione televisiva o cinematografica non tradisca almeno in parte il testo scritto, questo è vero. Però vuoi mettere il fascino di vedere Morosini su di uno schermo, con la sua divisa color kaki e sullo sfondo le palme, le dune di sabbia, le ambe eritree? Secondo me i due romanzi si presterebbero alla grande per un soggetto cinematografico.

Se dovessi scegliere un attore per tale riduzione cinematografica chi sceglieresti per interpretare Morosini?

Nelle mie fantasie, così per gioco, ci ho già pensato. Un attore molto bravo che vedrei bene nei pani del maggiore è Pierfrancesco Favino, che ha quella faccia comune e non da belloccio che ben si presterebbe a interpretare Morosini. L’ho visto in divisa in “El Alamein” e mi è sembrato molto credibile. Anche Massimo Ghini potrebbe andar bene, malgrado sia un po’ troppo identificato con il tipo “romano” (Morosini è di origine veneta). E per un film televisivo, perché no? potrebbe andare Beppe Fiorello, un attore valido e collaudato.

Io ho fatto metà del servizio militare a Torino. Quelle nebbie invernali, l’umidità pungente, la città che moriva al calar delle tenebre, i portici non sempre ben illuminati, un clima che crea un “mood” strano, sarà che in quei mesi ho letto tutto Gustav Meyrink, ma una certa malìa è presente. Quest’ambiente ha avuto influenza sulla tua scrittura e per la scelta di scrivere intrighi?

Non saprei dirlo. Torino si presta magnificamente all’intreccio “noir” e anche thriller e horror, non a caso è stata scelta da Dario Argento per girare molti dei suoi film ed è una città dove abbondano gli autori di romanzi gialli, a partire da Fruttero e Lucentini. Di certo, oltre alle letture, ha avuto influenza sulla mia scelta di dedicarmi al “noir” l’esperienza di tanti anni di cronaca nera e giudiziaria, che mi hanno regalato una certa dimestichezza con i delitti e le indagini.

Ho talvolta percepito degli echi salgariani in certe tue descrizioni appassionanti e misteriose, evocatrici di calure, miasmi, afe opprimenti che scatenano fantasie e demoni diurni. C’è qualcosa di vero o è la mia mente un po’ alterata a ravvisare assonanze?

E qui scatta un altro “grazie” per l’accostamento, perché Salgari è stato l’autore preferito della mia infanzia! Anche se leggerlo adesso, da adulto e nell’era di internet, non ha più lo stesso fascino; Salgari rimane un grande della narrativa d’avventura. E in un certo senso il mio è stato un lavoro un po’ salgariano, di ricostruzione a tavolino di luoghi ed epoche che non conosco e non ho vissuto. Però sono stato più fortunato: a differenza dello scrittore veronese, nelle scorse settimane sono riuscito a visitare l’Eritrea e a ripercorrere le strade battute da Morosini.

A quando il prossimo caso? O il conto con Morosini è chiuso?

Il conto con Morosini sarà chiuso solo quando mi accorgerò di non avere più voglia di scrivere le sue avventure. Per adesso mi diverto ancora e tutto sommato mi sembra che la risposta dei lettori sia positiva, per cui andiamo avanti. Per la terza indagine ho già un’idea in testa, ma non ho ancora potuto svilupparla. Se tutto va bene, conto di ritornare in libreria l’autunno del prossimo anno.

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