Balotelli. Quella partita non s’ha da fare

Angela Azzaro

6990059C’è grande attesa per la partita che sabato vedrà contro Juventus e Inter. Il motivo non è tanto calcistico, quanto civile. L’attenzione dell’opinione pubblica è concentrata su quella partita perché si temono nuovi fischi rivolti dalla curva juventina nei confronti di Mario Balotelli, colpevole ai loro occhi di non avere una pelle presunta bianca. Mario Balotelli è nato in Italia, a Palermo, ma questo non basta a renderlo tale agli occhi dei tifosi. La sua origine lo rende diverso, passibile di offese, insulti. Offese e insulti razzisti.

Il presidente dell’Inter, Moratti, in previsione di sabato ha detto una cosa importante: se Mario venisse fischiato bisogna lasciare il campo e sospendere la partita. Mourihno, che questa volta si è rivelato davvero vile, non lo ha seguito nella stessa coraggiosa strada. Non ha messo davanti il rispetto dei diritti dell’essere umano, ha messo davanti il risultato della squadra: il regolamento infatti, se l’Inter lascia il campo, darebbe probabilmente la vittoria alla Juve. Ha quindi detto che non si può rischiare. Per lui qualche punto vale più di una grande vittoria, una delle più grandi che oggi si possono ottenere: la vittoria contro il razzismo.

Mourinho poteva appellarsi all’altra squadra chiedendogli di fare lo stesso: se infatti Juve e Inter lasciano insieme il campo di gioco a chi andrebbe la vittoria? Pensate che questa idea è riuscita ad averla addirittura Ignazio La Russa, quindi poteva farcela pure Mou. Il quale aveva anche altre chance. Poteva per esempio rivolgersi ai capi della Fgci chiedendo loro una deroga vista l’eccezionalità e l’importanza sociale del caso. Poteva addirittura rivolgersi alle più alte cariche dello Stato, due delle quali – Fini e Napolitano – non lo avrebbero di certo ignorato. Invece ha scelto la strada più infame a tal punto che viene un sospetto, anzi quasi una certezza: probabilmente Mou non ha fatto giocare Balotelli anche domenica scorsa sempre per timore che le polemiche potessero condizionare il risultato. In fondo che cosa è la vita di un calciatore, la vita in un singolo uomo rispetto a uno scudetto?

Secondo l’allenatore dell’Inter il rispetto di uomo probabilmente vale poco, per noi è molto. E’ tutto. Sabato si gioca una partita importante, di quelle che potrebbero cambiare la storia.

Vengono in mente esempi illustri, ma secondo noi all’altezza del caso. Sono momenti in cui la storia ha preso una piega diversa, rivoluzionaria, quando in un momento è andata nella direzione opposta a quella che la aveva preceduta. E’ successo negli Usa, nel 1995, quando Rosa Louise Parks si è fatta coraggio e sull’autobus non ha ceduto il suo posto al bianco a cui era destinato. Grazie a lei, gli afroamericani trovarono la forza di ribellarsi alla schiavitù che i cosiddetti bianchi continuavano a infliggere loro in varia maniera. Non è stata solo Rosa a scrivere quella pagina, ma certo quel gesto è passato alla storia come un inizio, un cambio. Come quel momento in cui la storia di un popolo ha potuto scriversi in maniera diversa.

E’ successo anche nel 1969 sempre negli Usa, questa volta a New York. La protagonista si chiama Sylvia Rivera, la transgender a cui la storia ha attribuito l’inizio della rivolta di Stonewall, il locale dove si ritrovava la comunità gay, lesbica, trans e beat della Grande Mela che spesso, proprio in quel luogo pubblico, doveva sopportare le angherie della polizia. Fino a quel giorno. Fino a quando Sylvia esasperata non si tolse la scarpa con tacco e la lanciò contro le forze dell’ordine. Da quel lancio la vita di molti gay, lesbiche e trans è cambiata. In meglio. Da quel giorno si festeggia in tutto il mondo il Pride dei diritti.

I cambiamenti, anche se affidati a figure simbolo, sono comunque il frutto di un passaggio collettivo. Dietro anche a donne e uomini forti c’è una collettività che si sta muovendo, c’è un senso comune che si sta spostando. Vengono in mente due filosofi, spesso tacciati di misticismo, ma che bene hanno espresso questa “possibilità” insita nella storia. Sono Simone Weil e Walter Benjamin. Entrambi hanno creduto in questo salto, in quello che uno dei due – Benjamin – ha chiamato «il balzo della tigre».

Penso che sabato potrebbe accadere qualcosa che cambierebbe la nostra storia. La nostra piccola grande storia di paese che si apre ad altri popoli facendo sua un’idea di cittadinanza aperta, larga, senza pregiudizi. Una cittadinanza che non abbia più fondamento sul sangue, sull’esclusione. Se davvero l’Inter lasciasse il campo davanti ai fischi o ai cori razzisti rivolti a Balotelli sarebbe una data da segnare nel calendario. Varrebbe più di mille proclami, mille leggi, mille dichiarazioni d’intenti. Sarebbe il simbolo che qualcosa – anche qui – sta cambiando in meglio.

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