Avere 21 anni ed essere “di destra”

Nicola Piras

destra_fondo magazineSono nato 43 anni dopo la fine del Fascismo. A poco meno di dieci giorni dalla morte di Almirante. Due anni prima della caduta del muro di Berlino. Non ho fatto in tempo a vivere gli scontri di piazza, le stragi di stato, il ’68. Non sono mai iscritto al Fronte della Gioventù ma semmai solo ad Azione Giovani.  Dell’extraparlamentarismo e dell’autonomia ho solo letto. Non ho nostalgia di un bel nulla. Sono nato troppo tardi anche solo per la prima repubblica. Figuriamoci per rimpiangere qualche “antico regime”.

Il rosso e il nero per me sono solo due colori.

Sono abituato a considerare questa che vivo come l’era post-ideologica.  Ho il desiderio di non dovermi riconoscere  in una catalogazione rigida e totalizzante, che sia pervasiva in ogni mia scelta o giudizio dettando inflessibili prescrizioni politiche ed esistenziali. Sono insofferente alla categorizzazione forzata e dovuta, ai precetti  dottrinali, ai dogmi intoccabili. Ho riferimenti etici ed ambisco ad archetipi o modelli di vita ma troverei ingiusto volerli imporre ad altri. Che probabilmente non li meritano. Digerisco a stento questa democrazia generalista, intollerante e dal ventre molle. Sono stufo delle etichette, dei diktat, dei leitmotiv.

Eppure questa visione non è condivisa, anzi è osteggiata e ancora c’è chi si para dietro definizioni vecchie di un secolo o addita altri con aggettivi sconvenienti per celare pochezza politica e culturale.

Vedo destra e sinistra come “strumenti pragmatici” tesi ad operare nella società. E io ho liberamente scelto di aderire alla visione del mondo che mi qualificherebbe, anche se preferirei evitare, come di destra.

Esisteva un tempo una destra che per filiazione proveniva da Salò. Reduci sconfitti ma con onore, giovani suggestionati dal mito della causa persa, da un fascismo “immenso e rosso”. Mano mano il pensiero comune ha modellato una destra conforme a canoni che ad essa stessa rifiutava ma che per certi versi non poteva che incarnare. Paraborghese, benpensante, nostalgicamente conservatrice, sbirresca e confessionale. Un mondo retrogrado minuscolo-borghese, del “si stava meglio quando si stava peggio” o “tutto ordine e disciplina”.

Una concezione a cui molti soggetti si sono sottratti dando vita, prima che la mia generazione vedesse la luce, a esperimenti, ma soprattutto scompaginamenti, innovativi ma che non avevano bisogno di abiure. Ciò che la destra giovanile ha cercato di fare, da metà degli anni ’70 in poi, è stato di superare tale falsariga per giungere a un momento politico nuovo. Sintesi altre, e più alte, al di là di ogni nesso ideologico. Eresie che volevano Evola accanto a Kerouac, Tolkien e Bukowski, Jünger e Fante.

Paradossalmente questo viaggio oltre i confini, questo rifiuto di ogni imposizione culturale è oggi più avversato che mai.

Ci si ritrova a fare i conti sempre con i soliti guardiani della legge dogmatica che prevede due e solo due categorie politiche a cui è prescritta una aderenza inequivocabile a fissati canoni ideologici ineluttabili.

Ma c’è chi non ci sta, chi trova strette le maglie di un sistema che vuole costringere invece che aprire, rinchiudere piuttosto che liberare.

Un rinato moto culturale, circondato da un deserto ostile,  che si propone di abbattere la vecchia concezione autoritaria e ingiallita della destra come covo di conservatori avvizziti e fideistici berluscones.  Ma che altrettanto vuole consegnare alla storia ogni pagina del ‘900. Ricorrendo al termine destra, non come esplicitazione politically correct ma occultando dietro ben altro, ma per semplificare un mondo talmente ampio e insofferente alle catene altrimenti etimologicamente indescrivibile.

La destra che questa mia generazione si propone vuole essere laica, pragmatica, ghibellina e libertaria.

Poco incline al condizionamento o alla tentazione di uno Stato etico, ogni presente, pervasivo, che imponga il pubblico nel privato esecrando la volontà individuale a favore di una collegiale. Distante dalle pressioni ottocentesche di un Vaticano smanioso di mettere le mani sulla pubblica decisione, orientando legge civile secondo il codice dottrinale. Una destra che sappia essere insolente nei confronti dell’egemonia etica e che si apra verso il sipario della libertà di scelta, di autodeterminazione e responsabilizzazione dell’individuo e che abbia come unico referente e garante le maglie ampie di uno Stato liberato da condizionamenti religiosi.

Con la capacità di operare nel quotidiano senza ricorrere ad antologie concettuali isolate rispetto alla società.  Che abbia spazzato via il condizionamento ideologico in vista di una pragmaticità non superficiale e orientata alle necessità di un sistema dinamico in continuo scorrere. Che riesca pur sempre ad avvalersi di un sistema valoriale che non la faccia soggiacere al mero “qui ed ora”. Che dallo scontro di binomi, un tempo contrapposti, faccia sorgere sincretismi utili al fluire della collettività. Tradizione e moderno: senza che la prima sia sclerosi avvizzita su un passato troppo passato ma guida e identità del popolo e la seconda non folle corsa verso il progresso esasperato ma la costruzione del futuro per i posteri. Sociale e libero: non il ritorno ad uno statalismo oppressivo ed iperburocratizzato con “le mani in pasta”  bensì verso una connubio che sappia dosare libertà e solidarietà in par misura. Senza svilire i meccanismi della libertà d’impresa ma affidandosi a nuovi modelli di azionariato popolare e partecipazione del lavoratore.

Verso la realizzazione di uno Stato che sappia essere intimamente europeo nelle sue sfaccettature intrinseche, che rifiuti guelfismo o revanscismo nazionalista di ritorno. Uno stato della partecipazione attiva e dell’apertura al confronto e al diverso. Senza più proclami di sistematica chiusura ma che sappia cogliere la sfida dell’immigrazione e dell’integrazione come occasione utile ad arricchire il patrimonio culturale italiano. Distinguendo l’immigrazione di qualità da quella scadente.

Questa è un’ idea di destra che si regge sul rifiuto dell’uguaglianza. Che sappia afferrare nelle differenze e nelle distinzioni un paradigma avverso al conformismo dominante. Che voglia difendere, e perché no esaltare, la distanza essenziale di un individuo dall’altro tutelando ogni specifica esigenza. Per questo vicino a progetti legislativi che si propongano la tutela delle minoranze e delle loro peculiarità. Dall’apertura alla istituzionalizzazione delle coppie omoaffettive alla non rinuncia della difesa della famiglia nucleare.  Da un programma demografico lanciato verso il futuro e lo svecchiamento del paese.

Essere di destra a 21 non significa solo questo. Essere di destra a 21 è il rifiuto dell’ipocrisia buonista della sinistra, del fideismo imperante attorno a certi capi carismatici.

Se si è di destra a 21 è perché si è fatto un percorso. Che passa dalle sedi di partito, dalla militanza, dalla passione forte per la politica, dalle grandi delusioni, dalle piccole gioie. Corrisponde a concepire la politica come la medicina, affidabile cioè solo a chi n’è veramente competente. È capire che fare della politica un mestiere, farne la propria vita, se volta all’interesse pubblico, è più nobile di qualunque altra occupazione.

Essere di destra a 21 è il rifiuto più netto all’omologazione che questa società alienata e massificata pretende. Essere di destra a 21 anni è l’allergia al conformismo progressista o nostalgico che sia.

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