Autoepitaffi. Meglio qui che in riunione

Mario Grossi

epitaffi_fondo magazineIn un’intervista rilasciata ben prima della sua morte Gianni Agnelli, l’Avvocato, alla domanda dell’intervistatore «Lei, si reputa un uomo fortunato?», rispose, con quel misto di cortese alterigia e finta modestia sorniona, «I consuntivi si tirano alla fine».

Voleva sottolineare, suppongo, che fino al giorno della propria morte nessuno può essere certo di quello che la sorte può serbargli e che se, fino a quel momento, nessuno poteva dubitare del fatto che lui era un uomo fortunato, il corso degli eventi da lì in poi potevano testimoniare un’inversione di tendenza. Sospese un po’ ipocritamente il suo giudizio senza rispondere esplicitamente alla domanda.

È questa un po’ la regola sottostante all’arte dell’epitaffio, parlar per consuntivi, che nei secoli passati ha avuto grande splendore per poi perdersi un po’ nella nostra contemporaneità.

L’epitaffio, è cosa nota, è una breve frase, una sintetica descrizione della vita del defunto. È un tirare le somme che usava essere apposta sulla lapide sotto al nome, alla data di nascita e di morte del defunto.

Arte sottile consegnata ai vivi che celebrava appunto un corpo immoto che non aveva nessun diritto di replica.

Spesso dell’epitaffio si è abusato, tanto che ancora si dice “bugiardo come un epitaffio”.

Spesso è diventato il luogo dell’ipocrisia, contraltare breve del sermone funebre, ricco di notazioni tendenti all’esaltazione acritica del morto, anche se in vita il trapassato si era rivelato un vero mascalzone.

Oggi, magari non se ne sente la mancanza, la scomparsa dell’epitaffio, forse proprio perché ritenuto un’annotazione più loffia che veritiera, è cosa visibile se si passeggia per cimiteri.

A me dispiace assai, perché un breve motto sobrio o serioso, pomposo o ironico è sempre meglio di quelle orribili chincaglierie poggiate sulla tomba o di fronte al loculo che sono fatte di cuori di ceramica multicolori con diciture raccapriccianti del tipo “al caro nonno la sua nipotina”, “rimarrai sempre nei nostri cuori” o trivialità a basso costo di questo tipo che sembrano rappresentare la cifra del nostro tempo.

Mi resi conto del senso ultimativo dell’epitaffio sfogliando da ragazzino quello splendido libro “Iscrizioni funerarie dell’antica Roma” sottratto alla libreria paterna. Uno più di altri mi rimase scolpito nella testa. Uno sconosciuto si era fatto incidere sulla sua tomba quel sintetico “Credo certe ne cras” come ultima e disperata (a me sembrò così) affermazione. Credo assolutamente che non ci sia un domani. A rimarcare una convinzione atea che nella sua brevità di slogan sanciva un intero percorso di vita.

Certo l’epitaffio è stato usato anche come strumento di denigrazione postuma. A me viene in mente quello che è un epitaffio a mezzo stampa. “L’Unità” dell’epoca riservò a Giovannino Guareschi il giorno dopo la sua morte un titolo peggiore di un’esecuzione: «E’ morto Guareschi. Uno scrittore mai nato».

L’epitaffio è una forma d’arte sottile, un gioco e una battaglia che si ingaggia talvolta da vivi scrivendone per i propri nemici.

Bellissimo e divertente il botta e risposta tra Paolo Giovio e Pietro Aretino.

Paolo Giovio scrisse quello di Pietro Aretino

Qui giace l’Aretin, poeta tosco,
Di tutti disse mal fuorché di Cristo,
scusandosi col dir: “Non lo conosco”.

L’Aretino Pietro (all’epoca ancora in vita) tosto rispose

Qui giace il Giovio, storicone altissimo,
di tutti disse mal fuorché dell’asino
scusandosi col dir: “Egli è il mio prossimo”.

Leo Longanesi ne scrisse uno acido per Indro Montanelli (anch’esso in vita)

Qui giace Indro Montanelli,
un misantropo
che cercava la compagnia degli altri
per sentirsi più solo.

Braccio Bracci, detrattore di Carducci, compiangendo i morti condannati per l’eternità a giacergli vicino, rivolse al gran poeta questa strofa:

Quando morto sarai, per poca stima,
povera barca ti faran di pioppo.
Ci metteranno un fiasco d’acqua in cima,
di vino no, ché ne hai bevuto troppo.
Ci scriveranno un epitaffio in rima
che dica, senza avere un verso zoppo:
“Or che Carducci in questa fossa giace,
morti, finiste di giacere in pace”.

Insomma come si vede l’epitaffio è stato usato come strumento polemico e di derisione e per questo pur riconoscendone la valenza non si può che sottolinearne la pericolosità, soprattutto per il morto che rischia di vedersi appioppata una descrizione lesiva e falsa. Comunque appiccicata da altri sulla sua lapide. È per questo motivo che l’arte aforismatica dell’epitaffio può essere felicemente sostituita da una pratica migliore. L’autoepitaffio.

Ognuno può confezionarsene uno per sé per evitare di vedersene appioppare un poco gradito per sempre. Certo si può sempre replicare che una volta morti chi se ne frega di quello che diranno di noi o di quello che scolpiranno sulla nostra lapide, ma è sempre meglio precorrere i tempi ed essere prudenti dico io.

E poi ogni tanto fermarsi a riflettere sul senso della propria vita tentando di condensarla in una semplice frase è pratica per me giovevole e rasserenante, che ci spinge semmai a cercare di vivere più intensamente e meglio.

Per renderci conto che non è pratica astrusa ci viene in aiuto un divertente libro pubblicato da Rizzoli e curato da Eugenio Alberti Schatz e Marco Vaglieri dal titolo Meglio qui che in riunione che si sono dati la briga di raccogliere 224 autoepitaffi di Italiani celebri e non del nostro tempo.

È una lettura utile per molti aspetti diversi. Uno è che ci permette di capire come ognuno di noi si rappresenta. Ognuno ha un suo stile anche nello scriversi l’autoepitaffio. Ci trovi il tronfio, lo scanzonato, il serio, il pieno di sé, il dubbioso, a testimonianza che infiniti sono gli stili di vita, come infiniti sono gli atteggiamenti nei confronti della propria morte.

Alcuni esempi tra quelli contenuti nel libro, nato come una specie di gioco di società tra amici e poi dilagato a centri concentrici sempre più vasti a tutti coloro che hanno voluto rispondere fa capire come il mondo sia variegato e come i sentimenti siano diversificati.

Intanto quello che dà il titolo al libro, «meglio qui che in riunione» di un pubblicitario, tal Pietro Maestri che racchiude un disagio impiegatizio che dà la dimensione dell’angoscia, seppur velata d’ironia, del mondo del lavoro d’oggi.

Un altro altrettanto autoironico vergato da Marco Furia poeta «La poesia, come si vede, non rende immortali» traccia in sintesi la difficile vita di tutti i poeti.

Un troppo pieno di sé Achille Bonito Oliva sentenzia «Sono stato una spina nell’occhio dell’arte e della critica».

Paola Lambardi Art Director preferisce la citazione «Oggi qui, domani là» rimandandoci alla nostrana Femme Fatale Patty Pravo.

Un tal Nicola Zanardi ci ammonisce «Mai creduto in Second Life».

Aldo Nove ci trafigge con un «dopo una vita da precario ho trovato il posto fisso».

Francesco Cossiga ci stupisce una volta di più con «Invano tentò, con passo malfermo, di evitare la tomba che lo attendeva. Ma inciampò e cadde».

Paolo Vidoz pugile ci lascia un orgoglioso «Sotto terra va bene, al tappeto mai».

Uno dei più belli e sfrontati mi sembra quello di Renato Vallanzasca. Il bel Renè consapevole e strafottente scrive «Renato Vallanzasca. Ha vissuto. Male. Ma ha vissuto».

Enzo Rossi, grafico autolesionista o realista, non so dire, «Qui sotto il cipresso, giace un uomo che se non nasceva era lo stesso».

Rocco Tanica Pianolista (la qualifica è sempre a cura di chi si scrive l’epitaffio) di Elio e le Storie Tese parafrasando Magritte «Cecì n’est pas un epitaph» ci restituisce la sua vena surreale.

Naturalmente non manca il molto citato «Torno subito» di Leo longanesi.

Insomma ce n’è per tutti gusti, si può sorridere, rabbuiarsi, pensare che sia tutto uno scherzo, magari di cattivo gusto.

Ma fermarsi un attimo, pensando alla propria morte per raccontare in una frase cosa si è stati è opera tutt’altro che vana, ci aiuta se non altro a tirare le somme prima che sia troppo tardi. A fissare e a fissarsi su cosa siamo e su cosa stiamo facendo, interrompendo per un attimo quel forsennato, spesso inutile, moto perpetuo sempre più accelerato cui qualche volta il nostro vivere si riduce.

E questo permette un angolo di tranquillità in cui, finalmente liberi da altre oppressioni, si può finalmente riflettere su se stessi.

È questo, al di là del gioco, il pregio del libro che per stare in tema è composto da pagine costruite come vere e proprie lapidi. Una serie di fogli bianchi contornati da sobri fregi neri con nel centro l’autoepitaffio, a piè di pagina il nome dell’autore, la sua auto qualifica data di nascita e nel caso di morte.

Sì perché, ironia della sorte, ci avvertono i due curatori, tra la preparazione del libro e la sua pubblicazione tre delle persone che hanno partecipato sono morte. E questo la dice lunga sull’urgenza per tutti noi di prepararci al più presto il nostro.

Infine una nota editoriale. Sapete in che  carattere tipografico è scritto il libro?

Requiem naturalmente.

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