W Bersani. E ora fai come la destra british

Angela Azzaro

bersani_fondo-magazineLa vittoria di Pierluigi Bersani è un’occasione. Un’occasione per chiudere con una stagione nefasta. Quella di una sinistra che invece di fare il suo mestiere, cioè un’opposizione sui contenuti, si è persa in una specularità, in primis di linguaggio, nei confronti del cosiddetto avversario.

Insomma, le primarie del Pd e il risultato che ci consegnano con il successo di Bersani possono essere una carta per chiudere con la stagione politica iniziata nel ’94: prima la sottovalutazione del berlusconismo e della capacità di radicamento della nuova destra, poi il tentativo – capitane la forza e la presa sociale – di sconfiggerlo con la delegittimazione, il voyeurismo, l’attacco personale. Non è stata questa solo una tattica, ma in mancanza di un progetto politico serio, una vera e propria strategia che con il caso Marrazzo – dove i ruoli si invertono e si scopre che anche il privato di sinistra fa acqua da tutte le parti – è arrivata al capolinea.

E’ per questa ragione che per chiudere con il primato politico del partito nel partito, quello guidato da SantoroRepubblica, è necessario chiudere con quella stagione. Non basta cioè fare l’elenco dei grandi temi, ci vuole uno scarto in più. Lavoro, diritti, stato sociale, laicità, allargamento della cittadinanza: sono tutte questioni che non possono emergere con forza e come alternativa se prima non si fanno i conti con le forme della politica. Bersani sembra averlo capito e lascia a Franceschini, ma anche allo stesso Marino, la bandiera dell’antiberlusconismo becero e peraltro poco appagante dal punto di vista elettorale.

Un suggerimento a Bersani potrebbe venire dall’ultimo domenicale del Secolo d’Italia sulla destra british. Che cosa è la destra british? Lo spiegano bene Alessandro Campi e Filippo Rossi. La destra british è di fatto un’accusa rivolta da Fabrizio Cicchitto ai finiani e al quotidiano diretto da Flavia Perina e Luciano Lanna perché non accettano lo scontro con l’opposizione fatto di insulti, lapidazioni, attacchi personali. I due giornalisti ribaltano l’accusa e ne fanno un valore. «Il discorso è semplice – spiega Campi – si tratta di portare la politica italiana fuori dal clima di scontro aperto in cui è da tempo precipitata, per rimetterla sopra i binari di una relativa normalità. Nessun atteggiamento succube nei confronti della sinistra giustizialista, nessuna “funzionalità” degli avversari». Come chiarisce Rossi non si tratta di rinunciare al conflitto né alla battaglia politica: «Chi non crede alla guerra totale – scrive – non è detto che abbia un’idea della politica pacificata. La retorica guerrafondaia porta a un sistema arroccato, con due squadre che giocano in difesa». Al centro c’è il bene del paese. Sì, di noi cittadini e non il successo di questo o quel politico. Ma il dialogo, dice Perina, sembra oggi proibito. Chi dialoga è un traditore. «Il nostro timore – scrive la direttora del Secolo – è che al di là delle valutazioni sulla natura profonda della sinistra italiana, il Pdl abbia scelto come chiave politica quella della cittadella assediata, dove chiunque è fuori dalle mura è un potenziale nemico, qualsiasi sia il suo percorso, le idee che esprime, le proposte che rappresenta».

Bisogna che la sinistra abbia lo stesso coraggio e imbocchi la strada qui sopra indicata. E’ una strada impervia perché deve fare i conti con il populismo e il qualunquismo che si è impossessato anche di gran parte della sinistra. Basta vedere le campagne del partito-giornale Repubblica e oggi anche del Fatto. Eppure è una strada inevitabile soprattutto se si rivuole dare valore non tanto a quello schieramento o a quell’altro, ma alla politica come spazio pubblico in cui costruire valori condivisi, senso comune, civiltà. Il lavoro che si appresta a fare Bersani è quindi inevitabile ma difficile, e non è scontato che riesca. Saranno tante le volte in cui sarà tentato di ricadere nel gioco facile, nello scontro mediatico, nella specularità per cercare di strappare qualche voto a Di Pietro o per catturare qualche elettore astensionista. Ma sarà una scelta perdente. Non si tratta di annacquare il proprio profilo, ma di acquistarne uno nuovo che chiuda con una stagione in cui la sinistra si è fatta tanto male, tutta concentrata sulle accuse da muovere al nemico, incapace invece di elaborare nuovi valori e nuovi ideali per il presente.

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