Cucchi/2. Non chiamatele mele marce

Andrea Colombo

L’articolo che segue è stato pubblicato oggi 31 ottobre dal quotidiano Gli Altri. E’ qui ripreso per gentile disponibilità della direzione del quotidiano e dell’autore.

La redazione

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Non chiamatele mele marce

Andrea Colombo

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(Intervista ai familiari di Stefano Cucchi)

Federico  Aldrovandi, 18 anni, in questura non ci arrivò mai. L’ambulanza accorsa dopo una tardiva chiamata lo trovò a terra, con le mani fissate dietro la schienza dalle manette, già morto: “arresto cardio-circolatorio e trauma cranico-facciale”. Era  Era stato fermato la notte del 25 settembre 2005: si aggirava per le strade di Ferrara strafatto, una passante s’era presa paura, aveva avvertito la polizia. Era accorsa la Volante “Alfa 3″ con quattro poliziotti d’equipaggio: tre maschi, Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e una femmina, Monica Segatto. Dissero che il fermato aveva opposto resistenza, che aveva dato di fuori di matto.  Giurarono che se i loro manganelli figuravano spezzati era perché l’ossesso li aveva frantumati a calci.

Solo dopo l’arrivo di una seconda volante, fu chiamata l’ambulanza. Perché, spiegarono i quattro, fino a quel momento non c’era stato alcun segno di malore. Il ragazzo stava benone. Non riuscirono tuttavia a dar conto di quella chiamata in centrale in cui spiegavano forte e chiaro: “L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto”.

Non si può dire che l’accertamento della verità sia stato celere: tra rallentamenti, bugie e sabotaggi vari ci sono voluti quasi quattro anni. Il 6 luglio 2009 i quattro poliziotti sono stati condannati a tre anni e sei mesi per eccesso colposo nell’omicidio colposo. Sono ancora in servizio.

Aldo Bianzino, 44 anni, professiona falegname, in carcere c’era arrivato il 12 ottobre 2007, per alcune piante di canapa indiana coltivate nel’orto.  C’è rimasto sino alla mattina del 14 ottobre, quando fu trovato morto in quella stessa cella. Un infarto, stando alla versione ufficiale smentita però dall’autopsia, che riscontrava lesioni interne di tutt’altro tipo. Due giorni fa c’è stata l’udienza preliminare per l’eventuale rinvio a giudizio dell’agente di polizia penitenziaria, quelli che un tempo si chiamavano secondini, incaricato di sorvegliare il pericoloso coltivatore.

Gabriele Sandri, 26 anni, in questura o in carcere non ci sarebbe arrivato comunque. Il tafferuglio che la mattina dell’11 novembre 2007, in un’area di servizio dalle parti di Arezzo, gli è costato la vita non valeva nemmeno un arresto. I tifosi della Lazio, tra cui Sandri, che caricano il pullman di quelli juventini, una possibile rissa spenta sul nascere dall’arrivo di due pattuglie. Scappano tutti, gli ultrà della Juve in pullman, quelli della Lazio in macchina.  Tutto finito. Invece no, perché l’agente Luigi Spaccarotella non si accontenta: impugna la Beretta a due mani, flette le ginocchia, prende la mira. Spiegherà poi di voler colpire le gomme, e forse è anche vero, però colpisce e uccide Sandri, e perché mai ci fosse bisogno di sparare, sia pure alle ruote resta un mistero. L’agente è stato condannato a sei anni, per omicidio colposo. Spera di poter un giorno riprendere servizio.

Sono i nomi più noti in una lista che in realtà è lunghissima. Marcello Lonzi, 29 anni, morto nel carcere di Livorno la sera stessa dell’arresto, l’11 luglio 2003. Il solito provvidenziale infarto. Un pestaggio in piena regola, secondo la madre che ha impiegato tre anni solo per ottenere la riesumazione del cadavere e un’autopsia che dimostrasse, come in effetti ha dimostrato, che di infarto proprio non si poteva trattare.

Manuel Eliantonio, 22 anni, condannato a cinque mesi per resistenza a pubblico ufficiale, morto nel carcere di Marassi il 25 luglio 2008. Stavolta niente infarto, ma una overdose da gas butano, una di quelle droghe fai-da-te che si usano in galera quando non si trova proprio niente di meglio. Però le foto scattate all’obitorio mostravano lividi ed ecchimosi, che non figurano tra gli effetti collaterali del butano. Nelle lettere inviate al nonno pochi giorni prima aveva raccontato di essere vittima di continui pestaggi da parte degli altri detenuti.

Niki Aprile Gatti, 26 anni, arrestato nel giugno 2008 per una non meglio precisata “truffa informatica”, sbattuto in un carcere tostissimo come quello di Sollicciano, senza poter comunicare con la famiglia, morto in carcere cinque giorni dopo. Suicidio, secondo le versioni ufficiali, e se anche corrispondessero al vero bisognerebbe comunque parlare di suicidio se non proprio puilotato almeno incentivato.

La responsabilità di aver massacrato Stefano Cucchi, in queste ore, se la stanno rimpallando con discreto cinismo i carabinieri, per i quali mette la mano sul fuoco il ministro La Russa in persona, e i secondini, secondo i quali, invece, il ragazzo è arrivato a Regina Coeli già conciato come ognuno può con raccapriccio riscontrare su tutti i siti d’informazione. I politici tutti e la stampa unanime chiedono verità e giusta punizione per i colpevoli.  Ma non è affatto trasparente ansia di giustizia. E’ pura ipocrisia. E’ la ripetizione della favola eterna delle “mele marce”, casi isolati di colpevole devianza che non devono, non possono, sfregiare l’immagine adamantina dell’istituzione nel suo complesso.

E’ la versione più rassicurante: piace a tutti perché tutti assolve. Però è falsa. La verità è tutt’altra. La verità è che in Italia morire di carcere è piuttosto frequente, e basterebbe buttare un occhio  ai dossier che periodicamente sfornano Antigone e il Partito radicale per appurarlo senza ombra di dubbio. La verità è che a polizia e carabinieri capita spesso di usare la mano pesante, specie quando hanno a che fare con le categorie per definizione senza diritti: immigrati, tossici, ultrà.

E forse, se ci si decidesse a guardare  in faccia la realtà invece di addolcirla a piacimento, magari si scoprirebbe che non è solo una coincidenza se nello stesso paese e nella stessa città in cui qualche tutore della legge esagera con le maniere forti sino a diventare criminale. qualche altro poliziotto, poco importa se in proprio o per conto di terzi, immortala gli incontri proibiti dei potenti, taglieggia e ricatta. E si finirebbe addirittura per chiedersi se davvero il marcio, nel sistema della giustizia italiana, vada ricercato nelle sue slabbrate periferie, nei casi isolati, nelle “mele marce” e non, invece, nella sua struttura centrale e negli assetti portanti.

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