Marrazzo. Debolezze pubbliche e NON private

Andrea Colombo

L’articolo che segue è stato pubblicato domenica 25 ottobre dal quotidiano Gli Altri. E’ qui ripreso per gentile disponibilità della direzione del quotidiano e dell’autore.

La redazione

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Il vero problema:
non aver lottato per le proprie preferenze sessuali

Andrea Colombo

Le “debolezze private” di Piero Marrazzo hanno smesso di essere tali nell’attimo stesso in cui il presidente della Regione Lazio ha accettato di pagare un prezzo perché restassero segrete. Ognuno dovrebbe essere libero di andare a letto con chi preferisce, o tutt’al più di vedersela con i propri coniugi o compagni. Nessun esponente politico, invece, è libero di esporre la comunità che amministra e rappresenta ai capricci di una banda di taglieggiatori.

Tra i pochi meriti indiscussi di Romano Prodi c’è senza dubbio la piena copertura offerta al suo portavoce, Silvio Sircana, quando fu sbattuto bestialmente in prima pagina e offerto in pasto al pubblico linciaggio per faccende che con la politica non c’entravano nulla, e di cui la politica non avrebbe mai dovuto interessarsi. Se avesse assunto lo stesso coraggioso atteggiamento Marrazzo avrebbe forse dovuto ugualmente rinunciare alla ricandidatura, essendo il coraggio dote poco diffusa nel mondo politico in generale e nel Pd in particolare. In compenso avrebbe fatto della sua vicenda una battaglia di civiltà e un atto d’accusa contro la trasformazione della politica in competizione a chi intrufola meglio e più approfonditamente il naso nei letti dei rivali. Con “Novella 2000″ a far la parte che competeva un tempo al sempre citato e altrettanto spesso ignorato “Mondo” di Pannunzio.

Quella stessa degenerazione, però, imporrebbe di misurarsi a viso aperto con una realtà che non può essere esorcizzata attraverso l’abitudine ipocrita all’esecrazione di maniera accompagnata a una solerte e quotidiana pratica. Sarebbe il caso e l’ora, nel concreto, di mettere sul tappeto il rapporto che corre, in questa sgangherata seconda repubblica italiana, tra il pubblico e il privato. Le consuetudini della prima ce le siamo lasciati alle spalle: tiravano a separare i due piani quanto più possibile, evitavano per convenzione bipartisan di cercare lo sgambetto sotto le lenzuola, tendevano a esaltare un’immagine della “personalità pubblica” persino un po’ agiografica e idealizzata. Quell’uso non poteva sopravvivere in una dimensione della politica sempre più fortemente personalizzata, dove le biografie fanno fede dei programmi e un faccino telegenico rimpiazza senza traumi il carisma.

Però l’Italia non si è neppure trasformata, per fortuna, in uno dei tanti paesi, per lo più a radici riformate o calviniste, in cui il controllo pubblico sulla moralità dei politici è dato per scontato e non fa specie vedere carriere messe a rischio per una scappatella extraconiugale. E’ una terra di nessuno, in questo come su centomila altri fronti, in cui l’assenza di una norma, poco importa se codificata o culturalmente condivisa, garantisce il successo a chi picchia per primo e sferra senza esitazione il colpo più basso.

E’ uso frequente il dichiarare che la competizione politica ha raggiunto negli ultimi mesi il livello più basso che si possa immaginare. Purtroppo non è affatto vero. C’è il caso, al contrario, che la deriva sia appena agli inizi. Occasionali compagni di letto compiacenti, telefonini multifunzionali, ordigni tecnologici che ormai anche i ragazzini se li procurano come se niente fosse,  spioni di mestiere capaci di rovesciare come un guanto le abitudini più intime e ben felici di farlo dietro onesto compenso: perché mai la giostra dovrebbe fermarsi e non, al contrario, acquistare brio e ulteriore spinta ogni volta che si avvicina una competizione elettorale e salta in testa all’agenda delle urgenze la demolizione del nemico, con ogni mezzo che il mercato offre, e per fortuna ne offre a bizzeffe?

La sola via d’uscita sarebbe stabilire sul serio, e senza preoccuparsi dei vantaggi a breve, che le “debolezze personali”, almeno fino a che non comportino reato, e il giudizio politico devono restare territori rigidamente separati.  Ma non sono decisioni che si possano prendere in qualche bicamerale o bicameralina. Riguardano la cultura diffusa e il senso condiviso del limite di un paese, dunque competono anche ma non solo ai politici. Chiamano in causa chiunque all’affermarsi di quella cultura diffusa contribuisca: dunque i media quanto i politici, e forse di più. Sdottoreggiamenti moralisti a parte, non si può dire che sinora abbiano assolto all’obbligo con gran senso di responsabilità…

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