Michelstaedter, l’omofobia e lo stato sicuritario

miro renzaglia

L’articolo che segue è stato pubblicato sul Secolo d’Italia di martedì 20 ottobre 2009.

La redazione

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Intolleranza?
Rileggiamoci Michelstaedter

Miro Renzaglia


carlo-michelstaedter_fondo-magazineGorizia, 17 ottobre 1910. Carlo Michelstaedter [nella foto], 23 anni, brillante studente di filosofia, dopo un diverbio con la madre, si uccide tirandosi un colpo di rivoltella alla testa. Roma, 13 ottobre 2009. La recente ondata omofoba ha fatto un’altra vittima: la cosiddetta “legge Concia” (dal nome della deputata del PD che l’aveva disegnata e proposta) che avrebbe introdotto l’aggravante per quel tipo di reato, è stata bocciata in parlamento. Cosa c’entra questa nota di cronaca con il rimando al 99° della morte di Carlo Michelstaedter? C’entra, c’entra per più di un motivo… e mi spiego.

Una legge non fa primavera ma un po’ più di sicurezza, forse, la dà. La sicurezza è lo “stato di non preoccupazione” dei rischi della vita. La legge è il suo strumento. L’uomo, da che è uomo, ha creato le istituzioni comunitarie e legislative proprio per garantirsi dal maggior numero di pericoli prevedibili. Ciononostante, nei secoli una fonte di insicurezza sarebbe provenuta proprio dalle istituzioni che avrebbero dovuto garantirgliela. Soprattutto fino a quando, nel corso della storia, quelle istituzioni hanno avuto carattere di potere assoluto senza controlli dal basso. Che le cose, dopo la Rivoluzione francese, quindi in tempi relativamente recenti, siano migliorate almeno un poco è vero. Ma, proprio a far data dall’irruzione protagonista delle masse nella vita politica, la sicurezza è diventata un’aspirazione talmente democratica da essere pretesa in forma totalitaria. Tanto da assurgere, ormai, a primato del bene dei beni non barattabili. Sì, ma a quale prezzo?

Forse, tra i primi ad intuire che sarebbe stato un conto assai salato fu proprio Carlo Michelstaedter, nella sua unica opera scritta prima di suicidarsi (sulla cui determinazione non deve aver avuto peso di lieve portata il fatto che il padre lo volesse agente delle assicurazioni, mentre lui sognava di andarsene per mare), La persusione e la retorica. Ed è  proprio contro l’ente retorico della sicurezza che il giovane goriziano lancia uno dei suoi strali più veementi e, a seguire, contro l’uomo che gli si vota in adorazione. Quell’uomo che: «”Lo stipendio corre ed è sicuro…”; e poi? “C’è la pensione…”; e nel caso di malattia? “Una cassa per ammalati…”; e per i furti? “Sono assicurato contro il furto…  Assicurato contro il fuoco… Assicurato contro tutti gli accidenti…”. E la morte? alla fine dovremo pur morire: “Fa niente, sono assicurato pel caso di morte… Come vede,  sono in una botte di ferro…”». Di fronte a tanta sicumera, Carlo Michelstaedter inorridisce e annota: «Io rimasi senza parole, ma nello smarrimento mi lampeggiò l’idea che il vino prima d’entrare nella botte passò sotto il torchio…».

E ritorniamo alla questione sulla omofobia. Pochi giorni fa, sul mio magazine online  Il Fondo, in risposta alle obiezioni concettualmente e giuridicamente calzanti di Stefano Vaj, circa la non necessità di introdurre in legislatura l’aggravante antiomofoba, Angela Azzaro, giornalista da sempre critica alla costruzione della norma eterosessuale, e che con il suo articolo aveva stigmatizzato in negativo il comportamento degli affossatori della “legge Concia”, così gli replicava: «Stefano che dire, non posso nascondermi dietro un dito e non ammettere che il tuo ragionamento non solo sia calzante e condivisibile, ma sia anche quello che faccio spesso io. Trovo assurdo che oggi l’unica strada che si riesca ad imboccare sia quella punitiva. Di più: lo trovo addirittura controproducente rispetto al risultato che si vorrebbe ottenere. Pensare di risolvere tutto con più manette alla fine crea una società ancora più violenta e proibizionista che io considero il sale dell’ineguaglianza e della violenza nelle relazioni che poi in fondo è quello di cui qui discutiamo (…) Mi rendo conto della contraddizione».

Ecco: l’onestà intellettuale della replica è sottolineata nell’ammissione delle sue (e del movimento gay) “contraddizioni”. Una contraddizione che oscilla, senza decidere, fra “liberazione” e “repressione”. Una di quelle contraddizioni che Carlo Michelstaedter avrebbe fatto risalire alla «comunella dei malvagi» che chiede all’uomo/donna di diventare una “persona”, un “ruolo”, una “funzione” cieca degli ingranaggi da cui è mosso; che chiede di leggere il Vangelo, sì, ma di non fare come Cristo («ama il prossimo tuo come te stesso»), perché  – si sa –  “un conto è la teoria, un conto la pratica…”; che in cambio dell’osservanza del proprio codice di diritti e di doveri, concede all’uomo/donna la sua sicurezza, vale a dire: «la libertà d’essere schiavo».

Là dove è il codice penale a fare le veci della cultura, la vocazione libertaria dell’uomo si riduce all’ossequio di un’autorità esterna che lo gestisce e lo agisce. Il “tu non puoi”, “tu non devi” fanno le veci del “io voglio” e “io posso” perché “io amo”: «Ama e fai ciò che vuoi» diceva Agostino d’Ippona, ormai inascoltato. Uno stato che non sa educare il suo cittadino, se non all’amore, almeno al rispetto degli altri, e a prescindere dal grado di diversità dell’altro,  si riduce a legiferare per divieto. E il divieto è spesso segno di una regressione verso condizioni pre-politiche e… matriarcali.

Poco più di un mese prima di morire, il 10 settembre 1910, Carlo Michelstaedter scriveva alla madre: «Quando tu mi coprivi se avevo freddo, mi nutrivi se avevo fame, mi confortavi quando piangevo (…) non mi curavi con la speranza ch’io ti rimanessi eternamente fragile e impotente oggetto di cure…ora io potrò camminare sulle mie gambe, ora tu avrai i frutti del tuo lungo soffrire; ora non amerai più in me il futuro incerto da curare e assicurare con la tua pena, ma il presente vivo per se stesso. Pensa mamma alla tristezza, se stanco e sfiduciato, adattato alla qualunque convenienza, col sorriso amaro e la sigaretta sulle labbra io ti chiedessi il rifugio delle cure e delle carezze che mi davi quand’ero bambino» . Provate a sostituire la parola “mamma” con “stato sicuritario” e ditemi se la metafora non diventa lampante ed applicabile al caso.

In chiusura. Io che, da libertario qual mi reputo, sono per la estensione dei diritti etero a gay, lesbiche e trans  non credo che inasprire le pene comporti come benefica conseguenza la fine della idiozia umana che ne fa bersaglio. Però, appunto, parlo da etero: a me non mi picchia nessuno se cammino mano nella mano con una donna e per il semplice atto di questa affettuosità. Per cui, posso capire che, almeno come segnale di controindicazione per chi invece trova gusto a esercitare i bicipiti su ragazzi/e in omoaffettuosità, la legge ci possa stare. Del resto, altre comunità, anche meno colpite di quella gay, già sono protette da normative aggravanti (legge Mancino). Però, resto convinto che quella sicuritaria non sia la medicina ideale per liberare la società dalle sue fobie. E invocare le ronde gay, magari a solo titolo di provocazione, come ha fatto Alessandro Cecchi Paone, sulle pagine del Corriere della Sera all’indomani della bocciatura della “legge Concia”, non risolve il problema: lo amplifica. Io sto con Carlo Michelstaedter e con la sua obiezione all’individuo che affida per sempre la custodia di sé alla madre eterna: lo stato sicuritario. Pensando, magari in modo ingenuo, che la vera liberazione dalle fobie passi attraverso la cultura e non per le celle penitenziarie.

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