L’arma più forte/6 Giarabub

Giovanni Di Martino

La Saga di Giarabub

La resistenza dell’esercito italiano nell’oasi di Giarabub è stata la tipica impresa eroica nostrana della Seconda Guerra Mondiale. Entrati in guerra per azzardo, credendo ad una vittoria lampo di Hitler in Francia e ad una conseguente accettazione della resa condizionata da parte dell’Inghilterra, gli italiani si sono ritrovati a combattere su più fronti, male armati e peggio comandati. Circostanza, quest’ultima, che non può che avere prodotto estreme ed eroiche resistenze agli assalti nemici, e nulla più.

Combattendo coperti di stracci e con armi vecchie di trent’anni, l’Italia della Seconda Guerra Mondiale non può infatti costruire le proprie epopee propagandistiche su sbarchi, battaglie aeree o mega avanzate strategicamente dirompenti come la Germania tra il 1939 e il 1942 o l’Unione Sovietica tra il 1944 e il 1945, ma solo su singoli episodi di valore di piccole unità (oltre che su prodi azioni via mare troppo spesso dimenticate).

L’istant movie Giarabub di Goffredo Alessandrini del 1942 racconta in modo magistrale una di queste piccole grandi epopee, una delle rare occasioni dell’Italia novecentesca nelle quali non si è fatta una figuraccia. La vicenda è realmente esistita e si colloca nello sfondo storico della prima rovinosa ritirata della guerra in nord Africa (dicembre 1940 – febbraio 1941).

httpv://www.youtube.com/watch?v=zYClRADEFWw
(Goffredo Alessandrini, Giarabub, 1942)

Quando il 10 giugno del 1940 l’Italia dichiara guerra all’Inghilterra, in Libia ci sono aerei da guerra che non sono nemmeno in grado di alzarsi in volo. Il governatore Balbo, al quale viene dato l’ordine di invadere l’Egitto, controllato dall’Inghiterra e dal Commonwealth, ribatte che se avesse lui i mezzi degli inglesi, avrebbe già conquistato la Cirenaica. Balbo muore dopo diciotto giorni di guerra in circostanze mai chiarite ed al suo posto viene mandato in Libia Rodolfo Graziani, da un anno capo di stato maggiore dell’esercito e vecchio marpione delle guerre coloniali, nonché sterminatore, dieci anni prima, proprio della resistenza patriottica libica.

Con infinito ritardo, l’avanzata a piedi verso l’Egitto inizia, e gli inglesi di ritirano ordinatamente. Sembra una passeggiata verso le piramidi, ma improvvisamente gli inglesi di Wavell contrattaccano e spazzano via Graziani e le sue armate (la V e la X). Oltre all’arretratezza dei mezzi, pesa sugli italiani l’arretratezza strategica dei loro condottieri, smaniosi di un comando che non sono in grado di esercitare (arrivato in Africa per ristabilire l’equilibrio militare nel dopo Graziani, Erwin Rommel resterà infastidito dagli incapaci generali italiani, il più delle volte lontanissimi dalla prima linea, e abituati a farsi servire a tavola da camerieri con i guanti anche nel deserto).

L’avanzata di Wavell supera le peggiori previsioni fatte da Balbo (che aveva detto Tobruk, mentre Wavell sfonda fino a El Agheila – Agedabia), e in questo contesto si consuma la Sagra di Giarabub, ossia la resistenza del presidio italiano in una piccola oasi circondata dagli inglesi, che rifiuta di deporre le armi per diversi mesi. Come detto, una volta tanto, si tratta di vero eroismo, e lo sfruttamento successivo da parte della macchina della propaganda guidata da Pavolini è più che legittimo: nascono cartoline commemorative e una fortunatissima canzone di Ruccione, il cui ritornello è citato infinite volte nel cinema italiano, da Totò sceicco, fino al Manfredi di Brutti, sporchi e cattivi, da Farfallon con Ciccio e Franco e In nome del popolo italiano di Dino Risi, fino al Napoleone di Rascel, in cui un soldato francese del 1815 canta che “la fine dell’Inghilterra incomincia da Waterloo”.

E un anno dopo è pronto il film, con Carlo Ninchi nel ruolo del maggiore Castagna (nella realtà tenente colonnello, da cui il ritornello “colonnello non voglio pane…”, e per esattezza il nome “Castagna” non viene mai pronunciato, ma viene chiamato “il maggiore”), e il fido e bravissimo Mario Ferrari nel ruolo del suo vice. Carlo Romano e Alberto Sordi sono rispettivamente maresciallo e tenente, e nel film mantengono i loro reali cognomi. Unica presenza femminile quella di Doris Duranti, stella del varietà arrivata per alzare il morale delle truppe e diventata crocerossina per necessità (probabilmente la sceneggiatura iniziale prevedeva la verosimile presenza di una prostituta per i soldati, ma non se ne sa molto di più).

La prima parte del film è incentrata sui combattimenti nel deserto e, pur non essendo spettacolare, risulta interessante anche tecnicamente, oltre che per nulla retorica. Così come è quasi scevra dalla retorica la seconda parte, quando si delineano le storie dei protagonisti nell’osai assediata, che all’ultima istanza di resa isserà il tricolore al posto della bandiera bianca. La forza del film, anche oggi, sta proprio nell’assenza assoluta di retorica patriottarda e propagandistica, malgrado il tema sia proprio quello dell’eroismo estremo del soldato italiano (in realtà l’unica vera arma della quale dispone lungo tutto il conflitto). La canzone di Ruccione si sente un po’ durante i titoli di testa e durante alcune scene di combattimento. L’allestimento complessivo è perfetto: rende l’idea delle ristrettezze di quella ritirata, con la mancanza di benzina, di pezzi di ricambio dei mezzi, di viveri e di munizioni (il maresciallo Romano ordina al barista dello spaccio di lucidare tutte le bottiglie di liquore vuote e di metterle ugualmente dietro il bancone perchè fanno colore). E soprattutto il tiro immancabile e sempre più vicino del fuoco nemico, che arriva dal cielo e dalla terra.

E’ interessante infine notare come il film descriva come cordiali e di pacifica convivenza i rapporti tra gli autoctoni e gli italiani (sempre descrivendo però i primi come dei selvaggi e i secondi come dei necessari dispensatori di civiltà). Il che però non è del tutto sbagliato. Anche nell’estrema Cirenaica senussita, infatti, l’ultimo baluardo delle truppe di Omar al Mukhtar, i rapporti con i coloni erano migliorati moltissimo (aspetto enfatizzato anche nel successivo Bengasi, che sarà oggetto di autonoma recensione), in quanto, per fortuna, alla mattanza sistematica di Graziani sono seguiti sette anni di governo Balbo, che ha trattato gli arabi, soprattutto quelli della costa, alla pari dei coloni italiani.

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