I cani di Jack London

Mario Grossi

L’obliata, potente nostalgia
Del remoto passato vagabondo
Che sommersa da secoli dormia
Affiora su, dell’essere dal fondo;

Dal brumoso torpore che la grava
Sorge la belva, e la catena vile
Addenta e rode, onde la tenne schiava
La tirannia del vivere civile.

cani_fondo-magazineHo compreso l’importanza dei cani per una comunità umana quando sui muri del mio paese sono comparse delle fotocopie in cui l’autore, rattristato, metteva a conoscenza della morte di Johnny travolto da una macchina. Mi sono fermato a leggere e mentre leggevo ho capito che si trattava del famoso Johnny “cane cattolico” a me noto perché così soprannominato da mia figlia per rendere omaggio alla sua caratteristica fondamentale: quella di intrufolarsi nella cattedrale in cerca di riparo. È quello stesso Johnny che difesi dai piedi del parroco, col quale ebbi un violento diverbio, che lo voleva scacciare perché ritenuto un oltraggio alla sacralità del luogo. Ben lungi dal rappresentare un oltraggio Johnny era solo un amico vagabondo conosciuto da tutti. Ora il suo posto, in cima alle celebrità cittadine a quattro zampe, è stato preso da Sancho, noto per le sue movenze sudamericane da tanghèro e per la sua prorompente sessualità che si esercita su qualsiasi cagnetta gli capiti a tiro.

E di cani famosi la nostra storia recente è piena, se solo pensiamo ai tanti divi televisivi e cinematografici. A partire da Rin Tin Tin, pastore tedesco cane del far west, per passare a Lassie un collie dai grandi talenti, per arrivare all’imbattibile Rex cane poliziotto dei nostri giorni. I cartoni animati poi sono pieni di cani da Pongo e Pegi della Carica dei 101, a Scooby Doo, passando per Snoopy. Balto è una celebrità mondiale che è stata immortalata anche da una statua in Central Park a New York cui andai a rendere omaggio con mio figlio allora giovinetto. È infine di questi giorni il lancio del film Hachiko che narra la storia di un cane che morì dopo aver aspettato nove anni il suo amico morto. In Giappone è un vero eroe con tanto di monumento anch’esso.

Tutte queste rappresentazioni canine, sono lontane dal descrivere un’immagine genuinamente animale di questi eroi, ma restituiscono, come in uno specchio, le movenze umane dei loro padroni, cui assomigliano tanto da sovrapporsi ai loro modi di essere. Guardare i cani è un buon esercizio per comprendere la società umana in cui si sono trovati a vivere. Anche la letteratura ci ha restituito storie di cani e uno degli scrittori che di più si è interessato ad essi è senza dubbio Jack London, uno dei tanti autori inserito di forza nel “club degli scrittori per ragazzi”.

I cani, nei racconti di Jack London costituiscono una società nella società umana, omogenea a quella ma parallela e ognuno di loro ha una precisa personalità, spesso in conflitto violento con quella dei padroni.

I cani, come gli uomini, ci permettono di ricostruire la visione del mondo dell’autore. Per capire Jack London bisogna sì seguire i protagonisti bipedi delle sue storie e dei suoi racconti, ma per comprenderlo con nitore non si possono trascurare i quadrupedi.

Sarebbe facile e forse banale rammentare Buck protagonista assoluto de Il richiamo della foresta o vivisezionare “Zanna Bianca” per parlare di cani. In realtà esistono altri racconti di Jack London che possono essere presi come paradigma del suo modo di pensare.

Nel mondo di Jack London, che si parli di Grande Nord, di mari del Sud, di metropoli, di fantascienza, di politica, di boxe o di cani, lo schema ricorrente che fa da substrato a tutti i suoi racconti può essere descritto per punti semplificatori.

La vita per lo scrittore è lotta dura e costante in un mondo dominato da una natura che non concede sconti, alla quale non possiamo sottrarci ed è compito fondamentale di ognuno di noi combattere incessantemente per sopravvivere.

L’esempio canino che mi viene in mente è tratto da quel racconto “Bastardo” che narra la storia di Black Leclère il padrone di un cane cui mette nome appunto Bastardo. È la lotta incessante tra i due, Black odia Bastardo e cerca in tutti i modi, anche i più violenti, di sottometterlo. Bastardo, con grande tempra di combattente, gli resiste e a ogni occasione cerca di prevalere sul suo padrone, come quando lo azzanna alla gola un giorno in cui Black Leclère ferito abbassa la guardia e si addormenta.

Questa lotta incessante che ci permette di sopravvivere, ha un inevitabile epilogo che ci vede soccombere. Non c’è disappunto in questa constatazione, né esiste recriminazione. Per Jack London il nostro compito è quello di resistere alle soverchianti forze della natura che indifferente compie il suo ciclo che ci vedrà inevitabilmente arrivare ad un punto morto, la nostra sconfitta. Possiamo procrastinarla e spostarla nel tempo in funzione di quanta energia animalesca abbiamo messo nella lotta ma ineluttabilmente arriverà per ognuno di noi.

Il finale della storia di Bastardo vedrà trionfare il cane che rovescerà con un colpo delle zampe lo sgabello su cui Black Leclère, pronto per l’impiccagione, poggiava i piedi. Il cane verrà abbattuto dalla folla sbigottita e la meschina vittoria della bestia avrà breve durata.

Inutile sottrarsi a questa lotta, la civiltà così faticosamente costruita dall’uomo, che dovrebbe attutire le rudezze della vita, che dovrebbe rendere più morbidi e sopportabili i rapporti tra simili (bipedi e quadrupedi) è solo un velo, un sottile strato di ghiaccio che per un evento inaspettato, sotto il carico di un peso un po’ più accentuato, si squarcia inghiottendoci nell’abisso della selvaggia, cupa, brutale animalità che avevamo sperato di scansare ma che non può essere cancellata.

Illusorio credere che questo velo, costruito su fondamenta incerte, possa reggere all’urto della selvaggia natura che alberga in ogni essere umano o animale. Basta un piccolo evento che mette a repentaglio la nostra stabilità incerta che immediatamente, con tutta la sua virulenza, appare il demone selvaggio che possiamo solo cercare di condividere e utilizzare per non soccombere.

Così molto più che ne Il richiamo della foresta che vedrà Buck via via staccarsi dall’uomo e prendere a ritroso la via della foresta, risucchiato dal suo ancestrale richiamo, nel racconto “Lupo Bruno” un cane portato in California dal Klondike e trattato dai suoi nuovi padroni con tutte le cure del caso non saprà resistere al richiamo del suo primo padrone che lo ritrova e lo induce a seguirlo di nuovo verso il Nord. Di fronte ad una vita fatta di agi, calore e affetto Lupo Bruno cederà al suo istinto primordiale che gli farà scegliere la sua vita precedente fatta di freddi polari, frusta, fame, lotta.

In questo incessante combattimento che ci vede protagonisti, si possono avere amici e compagni di disavventure. S’instaura un rapporto ruvido, teso, di fratellanza tra combattenti. Ma è sempre una fratellanza, una solidarietà che si fonda su un presupposto labile anch’esso e che può infrangersi se gli equilibri tra solidali vengono alterati da un’improvvisa perdita di forza da parte di uno dei lottatori.

Così ne La Figlia dell’Aurora il capobranco Wolf Fang che aveva guidato la muta di cani di Harrington a Forty Mile in testa e vittoriosa, proprio prima del traguardo, risponderà al comando, dagli spalti, della sua padrona facendo perdere all’uomo la promessa sposa e la concessione per lo sfruttamento della miniera d’oro che costituivano la ricompensa per quella corsa estenuante.

I combattenti poi, pur nel loro individualismo anarchico, pur seguendo un progetto solitario, sono accomunati dall’essere sulla stessa scena. Sono tutti diversi tra loro ma sono tutti posti sullo stesso piano. Esiste in questo un egualitarismo nella diversità. Uomini e cani, bianchi e indiani, meticci e bastardi sono soggetti alle stesse regole del gioco, crudeli, se volete, ma livellatrici. L’unica differenza è la forza fisica e soprattutto spirituale. Non c’è censo o provenienza che possa trasformare a vantaggio di qualcuno questa ferrea equiparazione di fronte agli ostacoli da superare.

È così che Macchia cane protagonista dell’omonimo racconto con la sua autonomia e alla ricerca della sua strada ne combina di tutti i colori ai padroni che non riuscendo a sottometterlo cercano di disfarsene. Lui ritorna sempre e sembra quasi sfruttare a suo favore i cosiddetti padroni. Utilizza le stesse armi che gli uomini utilizzano per sottomere gli altri cani a suo vantaggio. È lui che, pigro ma furbissimo, alla fine, in un mondo che sembra rovesciato rispetto alla norma, farà dei suoi due padroni lo strumento dei suoi desideri.

È solo la capacità e la sagacia di ognuno che gli permette di prevalere. Sta nell’intelligenza ed esperienza nello scegliersi la muta giusta di cani, nell’addestrare il capobranco alla guida, nel comandarlo duramente ma solo dopo essersi fatto accettare come suo padrone. Sta nella sofferenza che uno è disposto a sobbarcarsi la differenza e nient’altro.

Sembra questa una rappresentazione cupa, senza speranza, che ci costringe a una lotta cieca senza prospettive se non quella di combattere ora dopo ora, giorno dopo giorno contro una natura e un mondo totalmente inospitali, contro un mondo assolutamente indifferente alla nostra individualità. Un mondo senza speranza e senza un futuro, se non quello a brevissimo respiro che detta le azioni del giorno stesso.

Una lettura che sembra tutt’altro che adatta a un pubblico giovane, ma che non casualmente è amata proprio dai più giovani che, seppur non strutturati ancora intellettualmente per percepire questa forza oscura che governa il mondo, ha freschezza ancora non intaccata dalle scorie intellettuali per percepirla emotivamente.

Una visione del mondo che in apparenza sembra destinata a generare, se non si riesce a farsi carico di questo plumbeo roteare della vita, pulsioni autodistruttive, che potrebbero far sorgere nel lettore pensieri di suicidio, come via facile per sottrarsi a questa fatica giornaliera, a questa imboscata continua di un destino per nulla amico.

Ma è lo stesso Jack London a svelare invece il positivo messaggio che questo accanimento in apparenza brutale, questa lotta cieca, selvaggia, precivile, configura.

È London che ci rassicura. Di quella rassicurazione preoccupante che significa vigile e febbrile attenzione nella lotta, quando tirando le somme di questo roteare in apparenza senza speranza afferma «E quando l’oro della posta avrai dissipato al tavolo da gioco non dire guardandoti le vuote mani aperte – Nulla è rimasto –  Hai giocato e perduto. Questo è rimasto!».

Non esistono perdenti o falliti nell’acuminato gioco della vita, perché al termine del proprio percorso, lungo o breve che sia stato, possiamo sempre con soddisfazione, se abbiamo messo in gioco tutta la posta che ci siamo portati dietro dalla nascita, dire che, di fronte all’ineluttabile fine che ci attende, quello che ci rimane è stato l’aver giocato.

E questo, se vissuto fino in fondo, a ben pensarci non è affatto poco. È la vita stessa. Ed è in questo messaggio di cupa saggezza che sta la grandezza incommensurabile di Jack London e dei suoi cani!

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