Giovannino Guareschi. Il vino e la reazione

Romano Guatta Caldini

Guareschi ha avuto la disgrazia di morire in Italia. Se fosse morto in Francia, è certo che André Malraux, uno dei più acuti e penetranti scrittori del nostro tempo (…) avrebbe trovato il tempo per andare al suo funerale.

Baldassarre Molossi, La Gazzetta di Parma, 25 luglio 1968

guareschi_fondo-magazineScritto a sei mani da Enrico Sisti e Andrea e Giorgio Grignaffini, Nella dispensa di Don Camillo è un libro leggero, un viaggio bucolico fra la cucina della Bassa parmense, vista attraverso gli occhi e le parole  di Giovannino Guareschi, l’uomo che ha reso celebre quel Mondo piccolo, di cui molti, in tempo di globalizzazione, sentono la mancanza.  Come Caronte anche gli autori ci traghettano in quella Terra di Mezzo tra la via Emilia e il Po: «una terra (…) inafferrabile come un paesaggio nella nebbia; concreta quanto può esserlo pane e culatello». (1) Eppure non di soli cibi solidi si parla.

Accompagnato da palati dotti, il lettore naufraga soavemente tra le sponde del Fortana e del suo più  famoso ( o forse famigerato) bevitore. Chi è avvezzo alle letture guareschiane non può non aver colto la familiarità dell’oste di Roncole con i vitigni autoctoni. Più volte tra le pagine di Don Camillo ci s’ imbatte in un’umanità avvolta fra le nebbie il cui unico conforto, materiale e non, è un bicchiere di Fortana (fortanella  o fortanino), un vino che ben rappresenta la sua gente, come del resto  ha scritto Guareschi:   «gli uomini cosiddetti di poche parole si comportano spesso come le bottiglie di fortanella, se le lasciate tranquille nel loro angoletto, col sedere dentro la sabbia fresca, si presentano come quelle che sono, umili bottiglie di un umilissimo vinello. (…) Cavatele fuori dall’ombra e non appena avrete cominciato ad avvitare il cavatappi, vi troverete coinvolti in una specie di eruzione vulcanica lampo.»(2)

La passione di Guareschi , per questo semplice vitigno, verrà sublimata da una cospicua  produzione di bottiglie di Fortana del Taro, provenienti dalla spremitura delle uve di proprietà del romanziere. Bottiglie od opere d’arte, dipende dai gusti, che troveranno ampia accoglienza fra i tavoli del ristorante della famiglia Guareschi. Indicative del personaggio, sono anche le etichette che accompagnano questi fiaschi. Rossastre, quasi sbiadite, il campo visivo viene sovrastato dall’immagine di un esausto manifestante, (Guareschi stilizzato), che, probabilmente brillo, si addormenta ai piedi di una quercia a cui è appoggiato un cartello recante la scritta: pane e lavoro.

Il motto di tutta una vita. Colori e ambientazioni maccariane che però fanno pensare a inclinazioni sinistrorse del nostro. In realtà Guareschi si definì sempre un bieco reazionario, tanto da lasciare in eredità al figlio Alberto queste parole: «Postero mio diletto, un giorno ti diranno certamente: “Tuo padre fu un reazionario” e tu non dovrai adondartene perché questa è la sacrosanta verità, tanto che io, oggi, mi onoro di essere un fiero reazionario. Reazionario – dicono i vocabolari – è chi si oppone al progresso e vuol far rivivere le cose del passato. Qui occorre che ci mettiamo d’ accordo sul significato da dare alle cose del passato. Io mi guardo attorno e mi domando: come vanno oggi le cose in questo disgraziato mondo? (…) Siamo d’accordo che, grazie alla penicillina e ad altre mirabili cose, è molto più facile salvare un malato di quanto non fosse cinquant’ anni fa: ma questo è un porco progresso che salva dieci malati e ammazza centomila sani e quindi io sono contrario al progresso. Evviva quindi la reazione! Sono un reazionario, postero mio diletto, perché mi oppongo al progresso e voglio far rivivere le cose del passato. Ma un reazionario molto relativo, perché il vero bieco reazionario è chi, in nome del progresso e dell’uguaglianza sociale, vuol farci retrocedere fino alla selvaggia era delle caverne e poter così dominare una massa di bruti progrediti ma incivili. Postero mio diletto, quando vedrai sulla terra che coprirà lo chàssis di tuo padre il marmo recante inciso “fu un uomo probo” cancella e scrivi: “Fu un bieco reazionario”. Non lasciare che si calunni la memoria di tuo padre. Quando ti diranno che sei un bieco reazionario come tuo padre, sghignazzerai e io mi sentirò vivo, nella mia libera tomba di onesto defunto». (3)

Non un bigotto retrogrado ma un NO-GLOBAL ante-litteram, molto più simile a un odierno José Bové, che a un codino monocoluto della reazione. Attenzione però, non confondiamo le acque, o meglio, non mischiamo l’acqua con il vino. Guareschi fu sempre un uomo di destra, paladino di un anti-comunismo che ha fatto storia. Una destra la sua, che non esiste più, spartana ma di classe, senza orpelli, priva di nani e ballerine più da circo che di corte, una destra insomma, portatrice di valori sani, tanto da essere rimpianta  perfino dall’odierna sinistra:

«E milioni di italiani –  scrive Giorgio Bocca –  devono essersi chiesti: ma perché la cultura, gli intellettuali, ci hanno mentito per anni? A fiuto, a naso, i nostri intellettuali avevano capito che quell’isolato, irsuto, anomalo scrittore della Bassa padana aveva dentro di sé qualcosa di molto pericoloso: pensava con la sua testa, diceva la sua verità, discutibile, certo, nei contenuti e nello stile, ma una verità opposta al niente, alla menzogna, al conformismo, al sovieto-americanismo degli scrittorucoli che vincevano il premio Viareggio e che avrebbero impiegato chi venti, chi trent’anni per accorgersi che nell’ URSS c’era una dittatura burocratica».

Quella di Guareschi era la destra del Candido, della satira che sapeva ridere e far ridere, perfino gli avversari. Non mancava infatti in Guareschi, neanche la componente libertaria. Per sbeffeggiare il dogmatismo dei trinariciuti (termine da lui coniato) comunisti, aveva così intitolato le sue vignette: Obbedienza cieca, pronta e assoluta. Eppure, nonostante fosse il PCI,  il bersaglio privilegiato della penna sarcastica di Guareschi, i maggiori attacchi o le ripercussioni più rilevanti, vennero dalle  fila della Democrazia Cristiana. Guareschi ebbe  le prime noie  nel ’50, a causa di alcune vignette satiriche il cui bersaglio era l’allora Capo dello Stato Luigi Einaudi. Quest’ultimo, anch’egli produttore di vino, sarebbe stato colpevole, secondo il giudizio del Candido, di aver fatto pesare la sua carica  istituzionale, al fine di aumentare le vendite delle bottiglie di sua produzione. Più seria la questione con De Gasperi, accusato da Guareschi di essere, se non il mandante, la regia occulta dei bombardamenti anglo-americani su Roma. Responsabilità morale, quella di De Gasperi, suffragata dalla presentazione, in sede processuale, di  due lettere autografe dello stesso Presidente del Consiglio, entrambe datate gennaio ’44 e la cui autenticità è ancora oggi oggetto di discordia fra le rispettive tifoserie. Condannato per diffamazione, il fondatore del Candido sconterà circa 400 giorni di carcere. Di certo, all’epoca, nessuno scese in piazza gridando allo scandalo, nonostante la libertà d’informazione avesse subito realmente un duro colpo. Al contempo, Guareschi affrontò il processo con gran dignità, senza ricorrere a escamotage giudiziari o leggi ad personam, ma questi erano altri Uomini e altri tempi.

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(1) Sisti  – Grignaffini, Nella dispensa di Don Camillo, Guido Tommasi Editore

(2) Ibidem

(3) Il testamento di Guareschi – treviattiva.it

(4) Giorgio Bocca, la Repubblica,  6 marzo 1981

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