Fasciste. La vita delle donne nel Ventennio

Susanna Dolci

intervista Sergio Vicini e Luigi Sanvito

copertina_fasciste_fondo-magazineTorna sulle pagine de Il Fondo il “duo terribile” della Hobby & Work, il giornalista Sergio Vicini e l’editor Luigi Sanvito, per presentare l’ultima fatica storica della multiforme casa editrice di Bresso: Fasciste. Questa volta il Vicini (con la complicità del Sanvito), si è cimentato in una delle tenzoni più complesse: le donne del/nel Fascismo. Alla loro penna si è aggiunto lo zampino dell’eccellente “signora” femminista americana, scrittrice e storica, Ben Pastor, che ha curato  l’introduzione al volume. Appena Luigi mi ha comunicato l’uscita del qui testo, le dita della mia mano destra hanno iniziato a tamburellare nervosamente e già mi aspettavo di dover dilaniare e spolpare il libro come da migliore tradizione “ugolina”. Invece, dopo lettura assai minuziosa, l’ho benedetto per la sua chiarezza, immediatezza stilistica (tipica dell’autore) ed accuratezza nelle fonti storiche, bibliografiche ed iconografiche. Donne e condizione femminile, dunque, nel Fascismo. Bambine, ragazze, gentil sesso maturo, anziane. Pro e contro, bene e male, complessità e contraddizioni. Da qualsiasi estrazione sociale, dall’anonimato alla fama, dalla casalinga, madre e contadina alla dirigente del movimento femminile mussoliniano. Dalla sposa, madre e cittadina alle nove donne dell’adunata della milanese Piazza San Sepolcro, le fiumane, e le squadriste o dirigenti, senza dimenticare chi scriveva ed organizzava il lavoro ed il sociale alle donne e per le donne. Immagini e nomi indelebili quali Margherita Sarfatti, Ines Donati, Elisa Majer Rizzoli o Regina Terruzzi e tante altre ancora. Su tutte, però e sempre a mio avviso, lei: Donna Rachele Guidi ed il suo penetrante sguardo azzurro, trasformatasi nel suo secolo in una vera e propria “icona femminile”. Il resto lo lascio ai miei ospiti, concedendomi di pensare a mia nonna Marina (classe 1907) che visse degnamente tutta la storia del Fascismo ed a mia madre Antonietta (anno di nascita 1933), altrettanto orgogliosa “Figlia della Lupa”. Talvolta e così la storia non è solo unilaterale, prerogativa dell’uomo o di chi ne è celebre vincitore…. Ed è in ciò, appunto, che risiede la vera e saggia grandezza dello spirito…. Tanto meglio se poi il soffio vitale è, in certe circostanze, solamente e soltanto femminile…

S.D.

Sergio Vicini, perché un libro dedicato alle donne nel Fascismo?

Preciso subito che non è semplicemente un libro dedicato alle donne nel Fascismo, ma anche alle donne del Fascismo. Per venire alla domanda: questo saggio è il tentativo di coniugare due punti focali della mia ricerca storica: la condizione femminile e il regime mussoliniano. L’origine profonda di questa analisi è comunque da ricercare in un racconto di mia madre cui faccio un breve cenno nell’introduzione. Si tratta delle lacrime versate da mia nonna quando si è vista costretta a “donare” l’anello nuziale in occasione della “Giornata della Fede”. Quelle lacrime versate in privato mi sono sembrate una metafora delle condizione femminile, squarciata fra conformismo pubblico e difesa strenua della sfera privata. Quel racconto che fa parte del mio “lessico famigliare” mi ha spinto a cercare di capire la condizione femminile sotto il regime fascista. Ma più in generale sotto i regimi dittatoriali. Non a caso questo “Fasciste” vorrebbe essere il primo libro di una trilogia che proseguirà con “Naziste” e “Comuniste”. Staremo a vedere. Aggiungo che gli studi sulle donne durante il Fascismo sono ancora pochi. In genere si trovano saggi di netto taglio accademico o lavori troppo semplicistici e comunque ormai datati. Per quanto mi riguarda ho cercato, come sempre, di coniugare il rigore nella ricerca con uno stile accessibile a tutti. Spero di esserci riuscito.

Come è strutturato questo tuo nuovo lavoro?

Il volume è diviso in due parti. La prima è dedicata alla vita delle donne nel Fascismo e nella sequenza dei capitoli cerca, nei limiti del possibile, di seguire un ordine cronologico che segue l’evoluzione del regime littorio a partire dalle prime posizioni emancipazioniste fino a giungere alla mobilitazione nelle organizzazioni femminili di massa del PNF. Il tutto passando attraverso la svolta reazionaria innescata dal Discorso dell’Ascensione e dall’abbraccio con i Nazionalisti e con la Chiesa cattolica. A mio avviso sono prevalentemente questi due soggetti a imporre di fatto una società patriarcale e discriminatrice nei confronti delle donne. Ci sono poi capitoli dedicati alle donne nei ghetti, cioè alle prostitute nelle case chiuse e nelle colonie. In questo secondo caso, si parla sia delle colonizzatrici che delle colonizzate. La seconda parte è invece dedicata alle donne del Fascismo, ed è divisa in capitoli monografici che affrontano le diverse  tipologie: dalle squadriste alle sansepolcriste, dalle dirigenti alle scrittrici. C’è anche una sorta di appendice dedicata alle organizzazioni femminili del PNF.

La donna del Fascismo è “solo” in gabbia tra “burro, focolare, lenticchie e cannoni” (come cita nella prefazione la scrittrice americana Ben Pastor)

Bisogna distinguere: per le donne normali senza dubbio è solo “gabbia”, salvo microscopici ma importanti rifugi nella sfera privata. E mi riferisco soprattutto alla generazione di mezzo del Ventennio, cioè quelle donne che sono troppo vecchie per entrare con entusiasmo nelle organizzazioni femminili del partito e troppo giovani per avere preso parte alle esperienze emancipazioniste e suffragiste dell’Italia liberale. Diverso il ragionamento per l’elite femminile, che fa un’importante esperienza politica e professionale, anche se limitata ad alcuni settori ben precisi (assistenza e propaganda in primis). Ma è si deve ricordare che per molte ragazze l’ingresso nelle organizzazioni del partito è un momento fondamentale di maturazione, è l’occasione per trovarsi liberamente fra coetanee, per uscire di casa e per sfuggire alla soffocante tutela dei familiari. Paradossalmente, il Fascismo, nel momento in cui inquadra le donne, in un certo senso le libera dalla prigione opprimente della casa in cui pure aveva cercato di rinchiuderle.

Quante e quali donne “fasciste”? le madri mussoliniane, la misoginia di Marinetti, il femminismo al nero di Edda Ciano, le femministe latine… o altro ancora?

Hai colto nel segno. Non a caso il libro si intitola “Fasciste”, al plurale. Infatti, il discorso sul Fascismo al femminile non può essere diverso da quello sul Fascismo in generale. Onestamente, penso che una delle peggiori superficialità sbandierate da certa storiografia sia quella di ridurre il Fascismo a un blocco monolitico plasmato sulla figura di Mussolini. Un modo comodo per liquidare un passato scomodo e gettare tutta la colpa sul Duce. In realtà, il Fascismo è un fenomeno complesso, contraddittorio, variegato, in cui convivono il peggior reazionarismo, il Cattolicesimo di estrema destra, alcuni intellettuali raffinati, spinte sindacaliste, movimenti “modernisti” e “passatisti”. Per le donne la situazione è identica: ci sono intellettuali che hanno sempre sostenuto la parità e aristocratiche portatrici di una visione gerarchica dei sessi; ci sono squadriste coraggiose e dirigenti approfittatrici; voltagabbana e militanti fedeli a se stesse e al regime fino all’ultimo momento. Ecco, nella suddivisione del libro ho cercato di mostrare proprio questa complessa varietà.

Donne e politica nel e del Fascismo. Quote nere o rosa? È stato, soprattutto, un binomio possibile?

Quote nere, senza ombra di dubbio! Scherzi a parte, credo sia il caso di sfatare un mito e cioè che durante il Fascismo le donne fossero escluse dalla politica. Non è vero e cerco di spiegarmi: se intendiamo la politica come esercizio del potere, è evidente che le donne sono completamente tagliate fuori, sia nella gestione dello Stato che nella vita del Partito. Infatti, anche i Fasci femminili, dopo la fase molto fluida degli anni Venti, vengono saldamente controllati dalle gerarchie maschili. Ma ciò non toglie che le donne avessero un ruolo politico fondamentale. Penso in particolare alla battaglia demografica e all’assistenza. Le donne sono le uniche che possono realizzare gli obiettivi demografici indicati da Mussolini. E la loro scelta se assecondarli o meno è, in un certo senso, una scelta politica, anche se non pienamente consapevole. Torniamo a quanto detto poco fa: la difesa della sfera privata è una scelta politica, l’unica possibile in un sistema dittatoriale. Non dimentichiamo poi che molte delle militanti fasciste che ricoprono il ruolo di visitatrice fascista lo fanno con convinzione, certe di compiere un’opera di bene portando nelle case dei più bisognosi l’aiuto dello Stato littorio. L’attività di queste donne è politica e propagandistica insieme: sono loro a mostrare la faccia migliore del regime. Poca cosa, si potrà pensare, ma le donne hanno usato, spesso con profonda consapevolezza, tutti gli spazi di politica messi a loro disposizione.

Fascismo Chiesa e Donne

L’ho già accennato: la stretta sulla condizione femminile si nutre anche della visione proposta dalla Chiesa sulla gerarchia di genere. La misoginia cattolica è entrata nel Fascismo e ha contribuito a trasformarlo in un movimento reazionario. Credo anche che l’abbraccio di Mussolini con la Chiesa sia stato deleterio per molti altri aspetti della politica fascista.

Un accenno alla splendida appendice iconografica a chiusura del libro?

Abbiamo cercato di raccogliere alcune fotografie che  fossero indicative della condizione femminile. Troviamo, per esempio, immagini della famiglia fascista modello, con un nidiata di figli, delle Giovani italiane, delle Massaie rurali. Ma anche fotografie che rispecchiano l’immaginario femminile, dalla bella ragazza in camicia nera alla donna emancipata che si trucca additata al pubblico disprezzo. C’è anche il disegno della “Vergine Ottentotta”, usato dalla “Difesa della razza” come spauracchio propagandistico per mettere in guardia contro gli incroci fra banchi e neri nell’AOI. Una vera ossessione del Fascismo nella sua fase razzista.

Ausiliarie della RSI. Ci sarà, in un prossimo futuro, un tuo volume anche e soprattutto per loro?

Per il momento non è in programma, ma mai mettere limiti alla Provvidenza… In generale la RSI non è al centro dei miei interessi, mi stuzzica di più il “Fascismo classico” che è completamente diverso dalla fase di Salò. Però, ti posso dire che da quando ho avuto modo di conoscere il professor Chiarini e i suoi collaboratori del bellissimo Centro Studi sulla RSI di Salò, il mio interesse per quel periodo del Fascismo è cresciuto. Infatti, hanno a disposizione fonti bibliografiche e documentali davvero notevoli e catalogate alla perfezione. Tanto che viene voglia di metterci subito le mani… quindi, non escludo che in futuro possa dedicare parte del mio tempo allo studio di queste donne.

ines-donati_fondo magazineLuigi Sanvito, anche questa volta una scommessa editoriale? E perché questo argomento?

Anzitutto il nostro sforzo è di fare divulgazione storica tematicamente non omologata (non avrebbe senso, tantomeno ci interessa, andare in libreria col trecentesimo clone de “Il giorno più lungo” o de “Gli ultimi giorni di Hitler”); in secondo luogo, una passione (sia privata che editoriale) che accomuna me e Sergio – lui in queste cose è serissimo; io sono più “tendenza Groucho”; per questo lavoriamo così bene assieme – è lo studio dei totalitarismi novecenteschi non solo nelle loro dinamiche politiche ed economiche, ma anche in quelle culturali e di costume. Da questo punto di vista, la vicenda collettiva delle donne durante il Ventennio è straordinariamente emblematica di una parabola che è anche una possibile chiave di lettura del fenomeno fascista: dalle attese emancipazioniste, in ogni senso, alla progressiva sclerosi conservatrice e reazionaria di un regime che a quelle attese non vuole – o non riesce – a dare risposte adeguate. Sicché la storia delle donne durante il Ventennio sembra riflettere con grande nitore la storia globale del fascismo mussoliniano: un’occasione rivoluzionaria mancata.

Femminismo sì o no? Alla fine le donne l’hanno spuntata o no sull’altro sesso?

Non per nascondermi dietro un dito, ma, da maschio, mi risulta piuttosto difficile rispondere. Mi sono sempre considerato un comunista libertario (e spero di esserlo davvero); come tale resto convinto che il conflitto di genere sia un riflesso del conflitto più generale tra capitale e dignità umana (scusa il lessico un po’ vetero e involontariamente cattolicheggiante, ma in proposito non ho cambiato idea). Da questo punto di vista ci siamo dentro tutti: compagni/e, camerati/e, uomini e donne, proletari e proletarie, immigrati clandestini e precari di call center etc. etc., in un mondo dove l’80% delle ricchezze è nelle mani del 20% scarso della popolazione – osservazione banale? Chi se ne importa, è la verità). E tutti quanti facciamo i conti, anche se in parti diseguali, con i rapporti di classe. Non sta a me, da maschio, decidere se il femminismo libera. Ma se libera, allora è mio compagno di strada. Se invece si tratta di un mero esercizio salottiero radical chic, beh, in questo caso non mi interessa. Tanto per fare un esempio tra gli innumerevoli possibili, cosa conta di più: la lotta per la parificazione dei salari e degli stipendi oppure un convegno (posto che se ne facciano ancora) sul “pensiero della differenza”? Personalmente non ho dubbi. Prima cerchiamo di raggiungere nei fatti qualche forma decente di eguaglianza, e poi discettiamo quanto ci pare.

Insomma si stava meglio quando era peggio o malamente in questa attualità?
Guarda, in due semplici parole: io avverto profondamente il bisogno di un orizzonte. Prima c’era (e parlo da militante di sinistra); ora non più. Non fosse altro per questo (ma ci sono innumerevoli altri motivi), si stava meglio allora.

Se cito le “quote rosa” a cosa pensi?

Ai panda, alle riserve indiane, alle “aree di verde pubblico” dei piani regolatori, ai quartieri a luci rosse, ai Montepulciano doc che poi si scoprono essere corretti col metanolo, al paternalismo di chi ti vuole dare un contentino purché tu stia zitta e buona. Un’idiozia, oltretutto un tantinello offensiva. Emma Goldman non ha mai avuto bisogno di venire premiata nel suo “specifico femminile” per essere riconosciuta come grande e problematicissima leader anarchica e comunista. E lo stesso discorso, mutatis mutandis, vale per Leni Riefenstahl o Margherita Sarfatti (che pure Mussolini trattò malissimo). Non è il sesso che fa la differenza; è da che parte stai rispetto alle ingiustizie, a partire da quelle quotidiane.

Prossimi volumi in uscita?

Tra poche settimane uscirà un libro-intervista a Giorgio Galli: titolo, “La svastica e le streghe”; tema, l’inadeguatezza metodologica della storiografia di scuola classica nell’analizzare e capire fino in fondo certi fenomeni collettivi, dalle sommosse popolari dell’antica Grecia alla caccia alle streghe nell’Europa tardo-medievale, all’avvento del nazismo in Germania. Seguirà un saggio (ultra-documentato e, mi auguro di cuore, sanamente iconoclasta) sulle correnti di sinistra del fascismo e del post-fascismo storico: io e l’autore, Ivan Buttignon (ricercatore universitario a Udine e Gorizia), volevamo intitolarlo “Aria di famiglia”; poi, dopo un serrato scambio epistolare, e a furia di occuparci del grande Camillo Pellizzi e del grandissimo Romano Bilenchi, ci siamo detti: al diavolo, intitoliamolo “Compagno Duce”. E così sarà. A inizio primavera 2010 è prevista una contro-storia molto ironica e un po’ cattivella (ma raccontata da un punto di vista illuminista) della Rivoluzione francese. Titolo, rubato a Victor Hugo: “Lo scoppio del fulmine”. Autore è Alfredo Venturi, ex inviato speciale de La Stampa e del Corriere della Sera in Germania. E poi, naturalmente, Sergio Vicini colpirà ancora…

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