Barbarossa. Un kolossal per la Lega

Stefano Vaj

httpv://www.youtube.com/watch?v=joYDd9NmbZg
(Renzo Martinelli, Barbarossa, 2009)

Ebbene sì, ero dai miei amici leghisti alla anteprima mondiale del Barbarossa di Renzo Martinelli al Castello Sforzesco di Milano. Una serata “che durante la prima repubblica non se ne facevano” (oddio, salvo forse negli anni ottanta craxiani…), con governo, sottogoverno, gotha ambrosiano, intellettuali, completi scuri e blu-jeans, nonché abiti lunghi e gioielli a profusione indossati da signore più di buona famiglia che con un passato da modellastra, ma pure in media un po’ più belle di quelle che di solito capita di incontrare all’apertura della Scala o nelle altre occasioni più “istituzionali” della saison meneghina. Il tutto con uno splendido buffet, rigorosamente basato su piatti tipici lombardi, che è stato offerto dopo la proiezione, e immerso un’atmosfera davvero ferica tra il castello illuminato dal basso, i giochi d’acqua, gli addobbi, i fiori. Senza contare un magnifico cavallo bianco (lo stesso che “interpreta” quello dell’imperatore nel film?), che con il suo cavaliere in armatura si è esibito dal vivo in impeccabili esercizi di dressage, malgrado flash, pubblico vociante e riflettori.

Non so se avrei scritto sul film, d’altronde, se non mi sentissi provocato dalla stupida supponenza dimostrata al riguardo di tanta parte della stampa italiana. Premettiamo che Martinelli non è Ridley ScottStanley Kubrick, e direi neanche Lars von Trier o Jean-Luc Godard o Ingmar Bergman. Raz Degan non è certo troppo convincente come capopolo milanese del 1200, sia per recitazione che per fattezze non propriamente celto-padane, e ripete dialoghi che sembrano presi di sana pianta da Braveheart, film- culto di Bossi che pure non ho mai amato troppo rispetto ad altri esempi pure esistenti della lotta della Scozia contro la dominazione inglese. La moglie, interpretata da un’altra ex-modella, Kasia Smutniak, fa il verso alla protagonista della Giovanna d’Arco di Luc Besson ad un punto che viene da dubitare se non si tratti di un omaggio voluto da parte del regista tanto quanto il primo. E non stiamo neppure ad indugiare sulla ricostruzione storica, le cui “licenze poetiche” d’altronde non sono certo superiori a quelle di altri film storici contemporanei di successo come Il gladiatore o 300.

D’altra parte, come si dice a Milano e in altre parti d’Italia: “averne!”. Ciò che colpisce vedendo il film è innanzitutto la capacità e il coraggio dimostrata da parte di chi lo ha fortissimamente voluto di fare una megaproduzione italiana, in un mondo che pareva ormai ristretto nel bene e nel male alle varie nicchie rappresentate rispettivamente dai Pieraccioni, dai Vanzina o dai Moretti. Soprattutto nel male, del resto. Ancora: una megaproduzione di qualità, che tra i film storici già citati e le fiction “nazionalpopolari” che ci ammanisce quotidianamente RAI si avvicina certamente di più al livello dei primi. E ciò, paradossalmente o meno, grazie all’impegno di Umberto Bossi, e di riflesso della sua capacità di mobilitare l’intero peso sociale e politico della Lega, che ha probabilmente investito in questo film più di tre quarti dell’intera “capacità di investimento” cultural-metapolitica del movimento negli ultimi due o tre anni. Tanto che il regista, ricordando le circa sessanta tappe del defatigante roadshow finalizzato a promuovere l’idea e la realizzazione del film contro l’ovvio scetticismo dei più, ha notato nel corso della serata con una battuta: «Abbiamo fatto un lavoro immane, e se si fosse trattato di una campagna elettorale per le europee sarei stato certamente eletto in tutti i collegi che abbiamo battuto».

Il prodotto finale, pur con qualche ingenuità e qualche inevitabile neo che può balzare all’occhio esercitato del cinefilo (come il montaggio ripetuto degli stessi spezzoni di effetti speciali nell’assedio di Milano), è un film ben capace di avvincere il grande pubblico, esaltante, ed il cui spirito generale è difficile non condividere, così come è difficile non apprezzarne la fattura. In particolare, l’interpretazione di Friedrich von Hohenstaufen da parte di Rutger Hauer è talmente una spanna al di sopra di quella di Raz Degan e di tutti gli altri interpreti da rischiare davvero di farne il protagonista del film a lui intitolato. Come anche notevole è quella di Murray Abraham nella parte dell’unico personaggio davvero negativo del film, il nobile Siniscalco Barozzi, che lo rende con un miscuglio tra la tradizionale, arrogante alterigia del fiduciario in Italia dello straniero e la tetra spregevolezza di un classico Shylock shakespeariano, e su cui è verosimile si accentri l’ostilità dello spettatore.

Al di là delle intenzioni – ma queste, come dice Michel Marmin, una volta che un film esce dalle mani del suo autore sono solo curiosità storiche, perché il messaggio di un’opera è quella percepibile dal suo pubblico -, l’imperatore tedesco è infatti tutt’altro che demonizzato nel film, e se per i casi della storia rappresenta il nemico immediato dei milanesi e poi dell’intera Lega Lombarda, nella rappresentazione che il film di Martinelli ne dà non fa in fondo che il suo mestiere, e scende in Italia sia per rispondere alla richiesta di protezione da parte di Lodi di fronte alle angherie ambrosiane, che all’inseguimento di un sogno di restaurazione carolingia che non può che vederlo passare dalla pianura padana. Sogno che lo porterà sino a Roma, dove troverà nel film, come tanti altri prima e dopo di lui, non l’urbe dei Cesari, ma una cloaca di intrighi levantini e clericali  – simboleggiati anche dal contagio del suo esercito ad opera della peste che scoppia proprio mentre il popolo servilmente lo acclama – ed in cui trova l’apice della sua parabola ma anche l’inizio della decadenza. E in effetti con Roma la figura peggiore del film la fa forse la chiesa, al tempo stesso zimbello ed eminenza grigia delle potenze dell’epoca, come conferma anche il ruolo di fatto iettatorio che svolgono tutti i personaggi del suo clero che intervengono nella storia, dal vescovo milanese che ritrova i “Re Magi” (!) e che preconizza sulla base di tali magiche reliquie l’inespugnabilità della città destinata ad essere distrutta disponendo che sia portata via la “strega” (Eleonora, destinata a nozze apparentemente pagane con Alberto), al Papa che celebra l’incoronazione dell’imperatore e l’inizio di tutti i suoi guai. Un imperatore che è del resto abbastanza ghibellino, se non da precorrere Napoleone incoronandosi da solo, almeno da prendere il posto del pontefice, una volta ricevuta la rituale investitura e con scandalo degli astanti, nell’incoronare la sua imperatrice.

Del resto, e ciò sia detto anche per la diffidenza che il film potrebbe suscitare in sponde diverse da quelle della cultura e della political correctness dominanti, tutto l’episodio della distruzione di Milano e poi della riscossa della Lega Lombarda, che pure rappresenta in un certo senso “il” mito fondatore per l’intero universo leghista, non è privo di chiaroscuri anche nella prospettiva di tale ambiente. Un po’ come le Cinque Giornate di Milano, che da un lato richiamano valori di autodeterminazione ed emancipazione che non possono non risuonare con un’identità politica federalista, autonomista, regionalista, ma d’altra parte hanno anche rappresentato un momento di distacco del Lombardo-Veneto da una sfera “imperiale” e plurale, e da una contestualità soprattutto mitteleuropea, per avvicinarlo viceversa ad uno stato nazionale centralista, in una contestualità inevitabilmente soprattutto mediterranea e peninsulare. E le “responsabilità” che alle miopi ambizioni egemoniche del comune di Milano vengono attribuite dal film nel contribuire ad innescare la vicenda sono in questo senso eloquenti nel distacco del film dalla facile retorica patriottarda con cui i fatti narrati sono ancora oggi spesso rievocati.

Con tutto ciò, la grandiosa rievocazione della battaglia di Legnano contenuta nel film, echeggia davvero lo schierarsi di un popolo in lotta per la difesa della sua vita e della sua libertà e il trionfo della volontà incarnata nella Compagnia della Morte, in cui una volta di più i pochi si sono levati contro forze sovrastanti per consacrare il proprio destino ad un ideale superiore della loro comunità di appartenenza.

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