A chi Kerouac? A noi…

Roberto Alfatti Appetiti

on-the-road-jack-kerouac_fondo-magazineQuell’incontro sul grande scrittore americano – venerdì 23 ottobre nella sede romana di Casapound – non s’aveva da fare. L’ammonizione ci veniva rivolta da la Repubblica che, sorpresa e indignata, si rivolgeva così ai suoi lettori: «Indovinate chi si occuperà di Kerouac in occasione dei quarant’anni dalla morte? A chi è stata affidata la serata?». A Domenico Di Tullio, liquidato come «avvocato difensore in alcuni processi del passato dei cosiddetti irregolari di destra», quasi che l’attività forense rappresentasse in sé qualcosa di deprecabile e trascurando lo spessore culturale, con tanto di pubblicazione all’attivo, di Domenico. A Gianfranco Franchi, presentato tout court quale «fondatore del caffè letterario online meglio conosciuto come Lankelot» piuttosto che come autore di quattro libri apprezzati e giovane letterato di tutto rispetto. E a chi scrive, che – a parere della notista (Alessandra Longo) – sarebbe stato da considerarsi indegno di partecipare al dibattito in quanto estimatore di quel nazi di Knut Hamsun, quasi che nella mia vita non mi fossi occupato d’altro. Sorpresa, la mia, durata lo spazio di qualche click. Digitando il mio nome su google e scorrendo i risultati della ricerca, appena dopo la segnalazione del mio blog – dove la giornalista, sacrificando appena cinque minuti della sua preziosa giornata, avrebbe potuto “scoprire” decine e decine di scrittori da me trattati – il secondo link indicato dal motore di ricerca è del centro studi La Runa: un mio articolo, per l’appunto, su Knut Hamsun. Prova inconfutabile della mia ossessione per lo scrittore norvegese. L’associazione – Alfatti, Hamsun, nazismo – era bella che servita. Un gioco da ragazzi. Miserie del giornalismo piccolo piccolo, quello che lavora in superficie, che non è interessato a conoscere, approfondire, confrontarsi. Che peraltro, neanche a farlo apposta, ignora che Hamsun è da considerarsi, semmai, “l’on the road” ante litteram per eccellenza, ché coi viandanti dei suoi bellissimi romanzi – non a caso parliamo di un premio Nobel per la letteratura – ha anticipato di decenni la poetica del viaggio inteso come ricerca spirituale di sé.

Eppure la sentenza di Repubblica era bella che scritta: «Sconfinamento» culturale. Kerouac è roba loro. Suo malgrado, perché se c’è uno scrittore che – per citare le parole dell’amico William Burroughs – «è sempre stato violentemente contrario a qualsiasi genere di ideologia di sinistra» è proprio Kerouac. Che di farne l’icona s’era già bello che stufato quand’era in vita.

Ma malgrado l’anatema, di Kerouac ce ne siamo occupati in una serata che si è dimostrata molto interessante, anche grazie ai tanti interventi e alle domande che il pubblico ci ha posto, a conferma della vivacità di un ambiente culturale – quello di Casapound – ben diverso dagli stereotipi che certa stampa continua ostinatamente a far veicolare. Ne abbiamo parlato sviscerando vita, idee e opere dello scrittore, senza prestarci al gioco tutto giornalistico delle figurine (questa è mia e questa è tua) e senza voler aggiungere una riga alle tante agiografie di comodo, di cui il mito di Kerouac può fare tranquillamente a meno, alimentato com’è dalla morte prematura – aveva solo quarantasette anni – e dalla potenza suggestiva di On the road, il longsellers che nell’immaginario collettivo rappresenta ancora oggi più uno stile di vita e una visione del mondo che un semplice romanzo. Una metafora del desiderio di libertà prima che un’opera letteraria dalla pur potente forza evocativa. Sono pochi, del resto, a non averne in casa una qualsiasi edizione, più o meno sgualcita. Per chi l’ha letto, è ormai parte integrante dell’album dei ricordi, a fare da sottofondo a chissà quale episodio della propria vita. Ma anche chi non l’ha mai letto e mai lo leggerà, sa di cosa parliamo.

Scritto di getto nel ’51 in una manciata di giorni su un rotolo di carta per telex e con un linguaggio parlato agile e nervoso – spontaneo, come lo definiva l’autore – venne pubblicato nel ’57 e arrivò nel nostro paese giusto cinquant’anni fa, vero e proprio apripista del movimento beat – Ginsberg, Ferlinghetti, Corso & Co. – e di quel fiume di novità letterarie e musicali che seguirono d’oltreoceano. Il successo fu immediato quanto contagioso. Il desiderio di fuoriuscire dagli schemi piccolo-borghesi, il valore dell’amicizia, la ricerca dell’autenticità e il senso profondo di una comune appartenenza che vivono tra le pieghe del libro non potevano non scaldare i cuori dei ragazzi di quegli anni in cui – per dirla con Alain de Benoist – «si ascoltavano tanto Bob Dylan e Leonard Cohen quanto le canzoni dei parà». Prima che le ideologie, nel tentativo di guidare quell’ansia di cambiamento, finissero con il travolgerla e trasformarla in qualcosa di radicalmente diverso. Prima che lo stesso movimento beat venisse dirottato e strumentalizzato, suscitando la reazione infastidita dello stesso Kerouac. Tanto da costringerlo a prendere le distanze dai compagni di strada e dai suoi esuberanti fans quando le loro posizioni divennero eccessivamente politicizzate a senso unico. «Ferlinghetti e un sacco di altra gente prima mi sono saltati sulle spalle – si era sfogato – e poi sono caduti in una trappola comunista».

È singolare – hanno scritto Barry Gifford e Lawrence Lee nella bellissima biografia “narrata” Jack’s Book (Fandango libri, pp. 347 € 18) – che Kerouac fosse «celebrato come l’incarnazione di un movimento che lui non aveva né il desiderio né la capacità di promuovere». Lui che, pur se di origini modeste, era il più aristocratico degli scrittori beat. Lui che tutto avrebbe voluto farsi meno che uomo-manifesto, quasi insofferente nel dover recitare un ruolo che non era il suo. «Sono così impegnato a intervistare me stesso nei miei romanzi, che non vedo perché ho dovuto soffrire ogni anno degli ultimi dieci anni a ripetere a chiunque mi ha intervistato quello che ho già spiegato nei libri stessi». Quel che c’era da raccontare, l’aveva fatto nei suoi libri. Per il resto, riteneva di non avere molto da aggiungere. Punto. Poco a che vedere con quegli scrittori, di talento infinitamente minore, che si amministrano e si autopromuovono con furbizia, presenziando qua e là, badando più a infiocchettare la confezione che a scrivere con sincerità. L’insofferenza di Kerouac nei confronti dei suoi discepoli crescerà di anno in anno e non esiterà a farsi beffe di loro. Un episodio è, al riguardo, significativo: Durante un’assemblea di beatnik, lo scrittore lesse una sorta di programma politico culturale della generazione “on the road” che parlava della «volontà che ci unisce al fine di difendersi contro lo spirito di classe, la lotta delle classi, l’operaio di classe. Noi andiamo a vivere presto in comune la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo». Il pubblico, composto per lo più da alternativi, ne fu immediatamente entusiasta. Salvo raggelarsi, poco dopo, quando Kerouac svelò che quello che avevano appena applaudito era un discorso pronunciato da Adolf Hitler al Reichstag nel 1937.

Ed è un dato di fatto che le sue opere, in Italia, furono accolte con attenzione a destra e diffidenza a sinistra. Ai primi piacque per le suggestioni jüngeriane ed evoliane che offriva, tanto da farne un riferimento esistenziale e letterario per la loro rivolta contro il sistema. Concetto sottolineato anche da Gabriele Fergola in un libro del 1970, Beats, in cui scriveva: «In Kerouac si verifica il tentativo di attuare quello che un antico detto estremo-orientale, ripreso da Evola, denominava “Cavalcare la tigre”, nel senso di bruciare il proprio io attraverso la sfrenata esperienza di ogni aspetto negativo del mondo».

Non è certo un caso, del resto, che uno degli “inni” della giovane destra primi anni Ottanta fu proprio una canzone della Compagnia dell’Anello dal titolo “Sulla strada”. Mario Bortoluzzi, storica voce della band (nella foto a sinistra), ci ha raccontato come si innamorò subito di Jack Kerouac: « Anche i miei amici più cari, come me “reduci” del FdG padovano, amavano Kerouac, soprattutto sul piano della ricerca spirituale e comunque della ribellione verso i non – valori della società materialista. Questi erano in fondo i due motivi che ci attrassero. Il voler seguire invece una via spirituale abbandondosi ad un sincretismo confuso, tendenza così forte nel movimento beat statunitense, ci parve piuttosto inconcludente. Infatti, eravamo convinti, da buoni estimatori di Evola, Eliade e Guènon, che l’apprendimento di una dottrina tradizionale fosse possibile soltanto con l’aiuto di un Maestro. I nostri Vagabondi beat pensavano, e in questo la cultura protestante americana aveva fatto disastri, di poter mescolare tutto in un’equazione personale dagli esiti inevitabilmente sterili. Stesso discorso per la droga. L’uso della stessa da parte di uno sciamano per sondare i molteplici stati dell’essere può avere un significato all’interno della cultura di origine, se praticata sotto controllo di un maestro. Mi pare che i Nostri avessero un’altra idea della cosa. Per il resto, ci stava bene tutto: la tensione verso il viaggio come conoscenza di sé, il desiderio di sfuggire alla “noia industriale”, il riappropriarsi del contatto con la natura…anche noi abbiamo scalato il nostro Matterhorn…Come Compagnia decidemmo di scrivere una canzone che riassumesse tutto ciò che – in quel momento – potesse dare un’idea forte di Europa e che potesse essere un invito a tutti i nostri coetanei a prendere uno zaino, un paio di buoni scarponi e a partire sulle strade del Vecchio Continente. Sì. Il viaggio come metafora della vita e ricerca interiore delle nostre origini.  Ecco allora il richiamo al popolo bretone, all’Irlanda in lotta per la libertà, ma anche all’Occitania dei trovatori e perché no verso Est, oltre quella cortina di ferro che teneva prigionieri milioni di europei! Di fronte a noi un continente la cui storia era da riscoprire: non ci stava bene l’Europa dei mercanti nata dalla CEE perché sentivamo che l’Europa era ben altro che un mercato comune, pretendevamo un’Europa dei popoli libera e indipendente, consapevole delle proprie antiche tradizioni. D’altronde era un momento in cui sentivamo la necessità di spiegare al mondo ciò che realmente eravamo e ciò che veramente pensavamo, lontani anni luce dagli stereotipi imposti dai media sulla figura dei giovani di destra alla fine degli anni’ 70. Sulla strada ci parve un titolo adeguato a ciò che volevamo esprimere. Forti richiami a Kerouac sono presenti anche in una canzone come Giornate di settembre dove la fonte ispiratrice delle esperienze alpinistiche da noi realmente vissute, è proprio la discesa di Ray, Yaphy e Morley dopo aver scalato il Matterhorn. Credo che di fronte al modello di società neocapitalista imperante (siamo ormai arrivati all’ultimo stadio del delirio mercatista) la risposta dei popoli non potrà essere che un corale STOP alla folle teoria dello sviluppo continuo e indiscriminato. Sarà una rivoluzione innanzitutto culturale e si fonderà su tre pilastri: Identità, Comunità e Partecipazione. I precursori della beat generation, Kerouac innanzitutto, hanno tracciato il sentiero verso l’uscita dal tunnel dell’autodistruzione indicando alcune priorità, ancora oggi utili al nostro Viaggio».

E Kerouac è chiamato “in causa” anche nella canzone 68 (testo di Walter Jeder, cantata da Fabrizio Marzi) – «Kerouac era nostro si diceva»- a conferma delle suggestioni che le sue opere determinavano nell’immaginario della destra.

Basta rileggersi, del resto, anche Fascisti immaginari – l’antologia di Luciano Lanna e Filippo Rossi – per trovarvi, al riguardo, altre preziose testimonianze. Da quella del professor Luigi de Anna che ha raccontato come, all’epoca della sua militanza pre-sessantottina nella Giovane Europa di Firenze, «divorassero Kerouac», agli incontri a Roma, nella primavera del ’68, che la Giovane Italia organizzava sulla beat generation e con Adalberto Baldoni. Lo stesso Sergio Caputo, nei primissimi Settanta ideatore, grafico e vignettista del periodico L’Alternativa – rivista diretta da Teodoro Buontempo e ispirata a Alternative, l’analoga esperienza francese animata da Jack Marchal – in un suo articolo intitolato “I servi del sistema” si schiererà dalla parte dei contestatori, ma lo farà fissando un preciso riferimento esistenziale e letterario in Jack Kerouac, quale  «portavoce di un vasto e valido fermento giovanile degli anni Cinquanta». Nel ’75 è un altro giornalista di destra, Pino Quartana, a tornare sull’argomento sulla rivista Presenza: «Non sarebbe azzardato riconoscere nella beat generation e in Kerouac in particolare alcuni dei tratti caratterizzanti la destra culturale: rivolta contro il materialismo e il collettivismo, ricerca di valori supertemporali, rivalutazione della tradizione, rifiuto delle formule artificiose dei materialismi edonistici di destra e di sinistra e ricerca di una spiritualità con cui riempire il vuoto spirituale».

Approcci a volte anche diversi (e opposti): se, da destra, un giovane Fausto Gianfranceschi difendeva i personaggi di Kerouac – «rispondono a una precisa logica che li conduce da una reazione di carattere sociale alla ricerca delle vie dello spirito» – da sinistra l’accusa era quasi sempre la stessa che veniva rivolta a Charles Bukowski, altro grande irregolare ante-beat. I loro personaggi rifiutavano l’inquadramento e l’irreggimentazione ideologica. Non avevano certezze dogmatiche ma, imperdonabili renitenti, coltivavano il dubbio. Stroncature senza appello, pertanto. Sull’italiano Agenda Rossa, per citare un esempio nostrano, liquidarono Kerouac come «pessimo scrittore, mediocre filosofo e politico qualunque».

Un clima testimoniato autorevolmente dalle parole della compianta Fernanda Pivano: «In quegli anni era molto chiara l’ostilità della sinistra italiana verso autori come Kerouac. Io sono stata anche licenziata come consulente della Mondadori perché facevo pubblicare quegli autori beat sgraditi all’élite intellettuale di sinistra». Del resto non potevano piacergli quei personaggi che la Pivano descrive così nella prefazione alla prima edizione italiana di On the road: «Costretti a vivere in una società anonima nella quale non riescono a credere, la sfuggono creandosi una società autonoma e vivono in piccole bande più o meno segrete secondo un codice primordiale basato sull’inviolabilità dell’amicizia». No, proprio non potevano piacere quei ragazzi che per maestri si erano scelti Céline, Fante e Pound, autore sempre caro alla beat generation. «Pound era un buon diavolo, anzi, il mio poeta preferito», fa dire Kerouac a Japhy, uno dei protagonisti dei Vagabondi del Dharma. E durante la campagna presidenziale del 1952 che vide la vittoria di Eisenhower, i beatnik arrivarono addirittura a scrivere «Ez for Pres» – ossia «Ezra Pound come presidente» – sulla cinta esterna del St. Elizabeth’s Hospital, il manicomio dove il grande poeta era recluso da sette anni per collaborazionismo. E lo stesso Kerouac aveva, da autentico libertario qual era, un rifiuto spontaneo per l’ideologia di sinistra. Lo confermerà anche Peter Orlovsky: «Entrammo in politica e Allen Ginsberg e io stavamo con la sinistra e lui con la destra». Fece suo il motto “Right or wrong, it’s my country”. Giusto o sbagliato, è il mio paese. Sino a difendere paradossalmente lo stesso intervento in Vietnam. Posizione che Kerouac confermerà anche nel ’66 a Roma in occasione della presentazione del suo romanzo Big Sur. Perché lui amava l’America anche se la chiamava “fellaheen”, prendendo a prestito la parola che uno storico tedesco da lui particolarmente amato, Spengler, aveva usato per definire il sottoproletariato del mondo. E malgrado fosse di origini franco-canadesi, a differenza degli altri esponenti della beat generation, si mostrerà riluttante a lasciare gli States per l’Europa e rifuggirà con ostinazione da una vita fatta di vagabondaggi e ristrettezze. La sua era la speranza in un’America nuova, libera dalla morsa del conformismo. E il suo viaggio assume il valore di una ricerca cavalleresca che sembra richiamarsi allo spirito dei primi pionieri americani che si spingevano coraggiosamente verso est, al mito della frontiera che sarà consacrato da una pellicola cult come Easy Rider.

Fino a quel 21 ottobre del 1969, quando se ne andò nel più banale dei modi, consumandosi davanti alla tv, imbottito di successo e di birra. Lasciata alle spalle la sua vita stradaiola, era tornato a essere quel che era: un ragazzo normale, che amava la mamma ed era appassionato di baseball. Solo un infortunio di gioco, del resto, aveva fatto sì che non diventasse un campione di football. Un ragazzo invecchiato troppo in fretta. Un tradizionalista conservatore fiaccato dall’acool. Che scriveva poco e solo sotto effetto di droghe. Non amava i capelloni, ma continuò fino alla fine ha rappresentare l’icona di una vita profondamente inquieta. Lui che di viaggiare si era stancato. Lui che non aveva la patente. Non come l’amico Neal Cassady, che gli aveva ispirato il personaggio di Dean Moriarty, co-protagonista di On the road. Autentico vagabondo, Neal era già morto l’anno precedente. Da outsider. Il suo corpo ritrovato vicino ai binari di una ferrovia. Jeans e maglietta, alcool e barbiturici. Fine dei giochi. Fine delle illusioni. A distanza di tanti anni, a resistere all’oblio del tempo è soprattutto il mito di Sal Paradiso (alter ego di Kerouac in On the road) che, c’è da giurarsi, sarà alimentato ulteriormente dalla prossima uscita nelle sale del film tratto proprio dal libro e prodotto da Francis Ford Coppola, da anni titolare dei diritti, al quale, stando alle indiscrezioni, starebbe lavorando Walter Salles, già regista di Central do Brasil e I diari della motocicletta ispirato, guarda caso, al viaggio di un altro grande irregolare: Che Guevara.

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