Via dall’Afghanistan…

miro renzaglia

afghanistan-_fondo-magazineNo. Non è l’onda emotiva per la morte dei nostri parà a dettare il titolo di questo articolo: i soldati, soprattutto quelli appartenenti ad un corpo speciale e glorioso come la Folgore, sanno che nel loro mestiere la morte è da mettere in conto. A loro va il doveroso e commosso saluto. Ciò che non è più tollerabile è che altri ragazzi italiani combattano una guerra e muoiano per ordine altrui; che la combattano per interessi, sempre altrui, che non ci riguardano; che la combattano in condizioni di quella inferiorità dovuta ad una Costituzione (la nostra) che non  potendogli riconoscere lo status di belligeranti, li priva della possibilità di azioni preventive mirate all’autodifesa e alla controffensiva.

Che ci stanno a fare i nostri soldati in Afghanistan? Davvero, se c’è qualcuno convinto che sia possibile esportare la democrazia e che il nostro compito sia promuovere una idiozia del genere, siamo messi male. E se perfino (perfino?) Benedetto Sedici è convinto che le nostre truppe in missione laggiù: «operano per promuovere la pace e lo sviluppo delle istituzioni, così necessarie alla coesistenza umana» (omelia domenicale del 20 set.), siamo messi anche peggio. Prima ancora di chiedere se sia legittimo imporre ad altri un modello di istituzione, domando: quel modello (la democrazia) è davvero così esemplare? Pochi altri sistemi di governo, dalla fine dell’ultima guerra mondiale, si sono macchiati delle infamità, degli abomini, delle stragi, degli stermini commessi in suo nome. Ma anche fosse, la democrazia, la quintessenza della pace e della concordia, del diritto e del rispetto altrui, come non è mai stata, chi incarica chi di imporla con forza delle armi ad altre nazioni? Non ci prendiamo in giro o, meglio: non ci prendessero in giro. Non siamo (noi italiani), lì per quello. E non ci stanno nemmeno gli altri.

“Guerra al terrorismo”, allora? Certo, l’11 settembre ha dato l’alibi per scatenare le due più grosse guerre ingaggiate dagli Usa, dopo la per loro sciagurata missione nel Vietnam: quella contro l’Iraq e, prima ancora quella, appunto, in Afghanistan. Per scatenarsi contro Saddam Hussein e il suo popolo si sono dovuti inventare (Usa & Uk) il possesso di armi di distruzioni di massa in grado di minacciare con il terrore la pacifica (?) sopravvivenza dei popoli occidentali. Che si trattasse di una palese falsità è ormai ammesso ufficialmente dagli stessi governi americani e inglesi, senza che la cosa abbia incoraggiato, però, l’immediato ritiro delle truppe da quell’area. Anzi, significativo è  che il primo atto di Barack Obama sia stato quello di confermare il ministro della difesa americano della precedente gestione Bush, nel suo governo e che abbia deciso di incrementare il contingente militare Usa in Afghanistan. La missione afghana, invece, trovò la sua foglia di fico nella presunta presenza nel suo territorio del fantasma di Osama Bin Laden, autodesignatosi committente della missione terroristica contro le Twin Tower. Di Osama Bin Laden, nonostante l’esercizio delle migliori intelligence del mondo, si è persa ogni traccia. Né è mai stata trovata prova che il regime talebano (e quello iracheno) avesse collaborato con il commando  omicida autore dell’azione. Non fa niente: un’attenta regia individuò in quella nazione la rampa di lancio del terrorismo mondiale. Anche questo, evidentemente, era  un puro pretesto. E su questo puro pretesto si è chiesta e ottenuta la partecipazione della Nato e, quindi, anche dell’Italia alla missione. Una missione chiaramente suicida, come già per la vecchia Unione sovietica. E non soltanto per noi italiani che, a fronte di un contingente inviato di 2800 uomini, contiamo ad oggi 21 vittime. Gli alleati, sono messi ugualmente male:

Usa: 60.000 soldati, 830 morti
Gran Bretagna:  9000 soldati, 216 morti
Germania: 4050 soldati, 40 morti
Francia: 3160 soldati, 31 morti
Spagna: 780 soldati, 25 morti.

Morti per cosa? Per causa del terrorismo? Da quando in qua la resistenza ad eserciti di occupazione compiuta con attacchi di guerriglia è considerata terrorismo? Se è un principio valido, allora fu terroristica anche l’azione di Via Rasella. Se non lo è questa, non lo è nemmeno quella di Kabul.

No: non siamo in Afghanistan né per esportare la democrazia e nemmeno per azione preventiva nei confronti del terrorismo. Siamo là per interessi che non vengono e non saranno mai dichiarati ufficialmente ma che sono facilmente ravvisabili nella strategia militare degli Stati Uniti d’America che, in Iraq e Afghanistan, ha costruito un potente ponte di trasmissione e di pressione verso la Cina, suo vero incubo per concorrenza di interessi economici e strategico imperialisti. Strategia che non accenna nemmeno lontanamente ad essere dismessa.

Se questo è – come io credo –  il vero casus belli, l’Italia  si trova nell’invidiabile posizione di dire no a un disegno di perenne sudditanza dell’Europa a voleri, comandi e interessi a stelle e strisce e grand’inglesi. Soprattutto nella considerazione che da qualche tempo il governo Berlusconi ha cominciato una exit strategy dal mortale abbraccio Usa, stipulando accordi politico commerciali con la Russia di Putin e con la Libia di Gheddafi. Accordi che, non è un azzardo ipotizzare, sono anche all’origine della violenta campagna denigratoria di cui il premier italiano è oggetto da mesi per mano degli utili idioti nostrani in servizio permanente effettivo degli interessi yankee.

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