Thule. Il mito del popolo iperboreo

Luca Leonello Rimbotti

350px-thule_carta_marina_fondo-magazineL’estremo Nord come origine profonda della civiltà europea. L’Ultima Thule. Di qui, miticamente, prende le mosse la millenaria tradizione artica: un popolo che lascia il suolo avìto e si stanzia nella nuova terra-madre del destino. Ciò che per Evola era il luogo da cui si irraggiò la stirpe nordico-solare degli Arii, un «elemento razziale superiore, ario-occidentale e nordico-occidentale, derivato dalla corrente dell’emigrazione che ha presa la direzione Occidente-Oriente». Dunque, ex Septentrione Lux: il sole che nasce tra le sette stelle dell’Orsa…L’orizzonte di luce boreale emana nella cultura popolare ed erudita europea una vibrante nostalgia delle origini, che lega la potenza della luce solare alla sua perenne vittoria sull’oscurità. Mito polare, mito politico nordicista: il polo magnetico planetario, ciò che guida il viandante e il navigatore, è anche archetipo esistenziale. Il Nord è luogo irto di simbologie astrali e solari, telluriche e genealogiche, ma allo stesso tempo è un complesso di concreti riferimenti circa uno spazio geografico reale e un reale popolo-razza che da qui prese le mosse, entrando nella storia nel suo muoversi a conquista del Sud. Il Grande Nord è la Patria Primigenia. È una memoria giacente, poi divenuta filosofia romantica della bruma e della penombra, ma è anche messe di dati paleontologici, di argomenti culturali e antropologici. Arktos è lo spazio geomantico dell’orso-Orsa Maggiore, è la Thule di Pitèa greco, dove sorge l’albero cosmico Ygdrasill, l’Axis Mundi; è la terra dell’Abaris mago ubiquo di cui parla Mircea Eliade e poi di Apollo Iperboreo, l’Abalun nordico che, secondo Evola, non è altri che Avallon. Il grande Nord è anche lo scenario del rovinoso Ragnarökkr, la caduta degli Dèi causata dal cataclisma atlantidèo di cui hanno scritto Wirth e Hörbiger: tutte cose di cui narrano le antiche fonti e i moderni mitografi. Ed è anche la vedica patria artica, così come l’avestica Airyana Vaejah: parliamo insomma della culla iperborea della razza bianca europea, gli Arii protostorici.

Molto spesso, per motivi politici, tutto questo complesso di valori è stato demonizzato e sovente passato sotto codardo silenzio, come se si trattasse di una menzogna ideologica o, chissà perché, di una leggenda malvagia. Si vollero rinnegare le testimonianze antiche come le moderne. Si ignorarono patrimoni scientifici universalmente riconosciuti, come quelli legati allo studio della lingua indoeuropea e alle ipotesi circa la provenienza dei popoli nordici che ne erano i portatori. Il linguista Benveniste provò in decenni di studi che il vocabolario indoeuropeo reca termini legati al grande Nord ed è invece ignaro di fauna e flora meridionali. Dumézil, del pari, mostrò essere la trifunzionalità sociale delle civiltà indoeuropee storiche – indoiranica, greca, romana, celtica, germanica, slava – un retaggio delle più arcaiche istituzioni protostoriche dei popoli una volta abitanti il Settentrione europeo. Ancora in epoca storica, presso i Goti la saga popolare riportava memoria di un Nord verdeggiante, così come il nome stesso della Groenlandia, ad esempio, rimanda a epoche in cui la natura, a quelle latitudini, era mite e ospitale.

Le fonti greche – Erodoto, Omero, Esiodo su tutti – provano che ai loro tempi ancora si aveva memoria di un’era primordiale in cui le nostre genti vivevano a nord della Scizia – quindi in direzione del circolo polare artico – e confermano quanto scritto dai testi avestici (iranici) e da quelli vedici (indiani) circa un’epoca in cui i più lontani antenati vivevano nella patria degli Arii. Tutta una tradizione antica – che annovera Posidonio come Vitruvio – ci parla di una sottile nostalgia per un’età dell’oro nascosta tra le caligini nordiche, dove si dice vivere una gens felix che al biancore della pelle irrorata di pallido sole unisce un carattere silenzioso, operoso e sognante. Una terra che fu abbandonata in seguito al mutare violento del clima, che da temperato si mutò in glaciale e inospitale, con dieci mesi invernali e due mesi estivi. Di questo parla ad esempio Omero, quando riferendosi agli Dèi narra di come esistesse ab initio un giorno lungo un anno; e richiami simili si hanno anche in numerosi filosofi pre-socratici e anche in Aristotele. Il geografo greco Megastene confermò che esisteva una memoria comune arya; Erodoto, che cita il mare artico, le notti polari e le nevi nordiche, descrive con Pausania le feste ateniesi denominate boreali; il mito e il culto apollineo collocano il sito originario di Apollo nell’estremo Nord iperboreo e quello della saga degli Eraclidi nel giardino delle Esperidi, le ninfe nordico-iperboree; il mito greco di Orione è simile a quello indoiranico e parla della lotta cosmica tra un periodo di luce e un periodo di tenebra. Infine, esiste una solida letteratura storica e toponomastica sull’Omero scaldo nordico, sull’Iliade baltica, sugli Achei della Scania…

Lo studioso Onorato Bucci ha riferito, in anni recenti, che in proposito esiste una “messe impressionante” di documentazione antica circa la coincidenza tra mito del Nord e circostanza storica di uno spostamento di popolazioni verso Sud, a seguito di una qualche catastrofe tellurica che mutò il clima e le condizioni di vita di un Settentrione non più verde, ma avvolto dai ghiacci. È questa la migrazione indoeuropea, che si separò nei due tronconi meridionale (Europa) e orientale (Iran e India), dando vita ai grandi cicli storici delle civiltà conosciute. Bucci, che non è un ideologo nordicista, ma professore alla Pontificia Università Lateranense, nel suo libro sugli Antichi popoli europei ha dunque potuto scrivere che «la sede originaria degli Arii è la zona glaciale artica […] doveva pertanto esistere una patria originaria di genti che – sulla stregua delle fonti greche – noi siamo soliti chiamare “Iperborei” a cui riandava la memoria collettiva degli Indo-Iranici, dei Greci e dei Celti […] questa patria comune è chiamata dall’Avesta Airyana Vaeiah, terra cioè degli Arii». Si ha dunque la conferma, al più alto livello di scientificità, delle intuizioni che già furono espresse nel 1903 da Bal Gangadhar Tilak circa la dimora artica dei Veda, secondo cui «l’Avesta parla espressamente di una terra felice: l’Airyana Vaejo (o Paradiso Ariano), situata in una regione in cui il Sole splendeva una volta l’anno, regione distrutta dall’invasione dei ghiacci e delle nevi, che resero il clima inclemente tanto da costringere il popolo a migrare verso sud». Che la dimora arya primordiale fosse nel profondo Nord lo dimostrano anche i documenti letterari indiani: «che l’uomo Ariano sia vissuto entro il Circolo Artico in tempi premevi, ne abbiamo notizia dai versi del Rig-Veda», precisava Tilak. Queste teorie vennero poi riprese anche da Adriano Romualdi, che dimostrò, una volta di più, in quale modo le varie invasioni doriche – intorno alla metà del secondo millennio a.C. – dettero vita alle civiltà storiche: dalla Grecia arcaica agli Italico-romani ma, prima ancora, persino al mondo egizio, fecondato dalla migrazione arya per via dei contatti con la popolazione indoeuropea dei Mitanni, di cui sono documentati i legami di sangue con le più arcaiche dinastie faraoniche. Teofanie astrali, culti solari, sacralizzazioni del fuoco e della luce, concezioni legate all’uomo come razza divina, simbologie di lotta e di vittoria come l’ascia e lo swastica, strumenti come il carro da guerra o utensili in ferro sarebbero altrettante testimonianze di un unico legame tra genti iperboree calate a Sud in epoche pre-storiche – addirittura rimontabili al Neolitico – e quel dirompente epifenomeno scientificamente documentato che è il sorgere improvviso delle grandi civiltà storiche in area mediterranea.

Ma queste attestazioni moderne non sono, a loro volta, che conferme di più antiche ricerche che saldarono – soprattutto nell’Ottocento romantico – la filologia, l’antropologia, la storia e la linguistica in un unico patrimonio culturale. Basta pensare ai primi studi di indoeuropeistica di Max Müller, oppure alle teorie di Friedrich Creuzer sulla simbologia greco-arcaica o a quelle di Karl Otfried Müller circa l’Atene dorica e l’Ellade arya, nella cui costituzione primeva si sarebbe colta con facilità la discendenza ario-dorica, legata alla protezione per la Sippe, il nucleo razziale familiare, e al predominio politico della Gerusìa, il consesso di aristocrazia arcaica che deteneva il potere – alla maniera del Senato romano in epoca repubblicana – quale casta regale votata alla difesa dell’ethos e dell’ethnos dei padri.

L’epica indoeuropea è andata nel tempo a costituirsi come mito politico dell’appartenenza e simbologia comunitaria dell’identità. Sulla scorta delle invocazioni che Nietzsche levava alla nostra più veneranda connotazione nordico-boreale, si venivano precisando i tratti della rivendicazione moderna di un presupposto primordiale: «Guardiamoci negli occhi. Noi siamo Iperborei. “Né per terra, né per mare, troverai la via che conduce agli Iperborei”: già Pindaro conosceva questo di noi. Di là dal Nord, dai ghiacci, dalla morte – la nostra vita, la nostra felicità…», si legge nell’Anticristiano del 1888. Questi sono i contorni del sublime, che dalla saga legata all’Ultima Thule fece nascere le moderne mitologie rivoluzionarie dell’identità: a cominciare dalle rinnovazioni solstiziali come celebrazioni del fuoco e dell’aurora, quali vennero praticate nella Germania moderna alla maniera di nuovi Männerbünde e di rinati Berserker: uomini-lupo, che come i romani luperci, come gli italici hirpi soriani, come le greche fratrìe, andavano ripercorrendo il mito della fratellanza di sangue originaria, la scintilla prima del riconoscersi in comunitarismi guerrieri di stirpe e schiere di milizia. Di un risorgere di simili miti dionisiaci in pieno Novecento si occuparono Dumézil, Otto Höfler, Alfred Baeumler: la “Germania segreta” riviveva nelle moderne formazioni politiche militanti, nel richiamare il popolo alla più intima fusione nel realismo eroico.

Anni fa, nel suo libro su Il mito del Nord, Luigi De Anna precisò trattarsi di un mito «essenziale per l’identificazione del sé dell’uomo dell’Antichità e del Medioevo. L’oscurità, esistendo, crea il concetto di luce». Lo stesso uomo nordico vive dentro di sé l’ansia di luce, la sua terra primordiale è perduta ma sopravvive nel subconscio della patria interiore. Jung chiamò archetipo wotanico una tale nostalgia. Il mito polare come esempio di peculiarità geoclimatica e razziale fu spesso avvertito, dalle civiltà nordiche affermatesi nel Meridione, come narrazione del terribile e insieme del sublime. Sotto il sole del Sud, l’uomo iperboreo aveva smarrito l’origine, ma non la memoria solare dell’origine. In questo senso, spesso si è spiegata la fatale e secolare marcia germanica verso le coste soleggiate del Sud, in cui Normanni, Vandali o Goti eressero i loro regni, ripercorrendo le orme dei Dori e dei Latini, nordici creatori dei primi imperi mediterranei. Epiche e narrazioni fantastiche, presenti anche nella cultura popolare dell’Europa moderna, riecheggiano eventi di cui il ricordo cosciente trattiene solo sfumati contorni. Eppure, come dice Joscelyn Godwin, il mito polare eternamente riaffiorante sta a provare che «queste disparate leggende serbavano la memoria  razziale di un’origine nel lontano Nord e di una graduale migrazione a Sud». Ne è prova estremamente ricca il recente libro su Il mito e la rappresentazione del Nord nella tradizione letteraria, pubblicazione degli atti di un convegno tenutosi a Padova nel 2006: il Nord come «luogo della sfida e della gloria». In ogni epoca, dall’Antichità all’Umanesimo, dal Romanticismo al Novecento, il mito nordico – nella poetica, nell’arte, nel folklore: dalla musica wagneriana alla letteratura “gotica” e all’esperienza di viaggio – si presenta per l’europeo di alta civilizzazione come un confronto ineliminabile, nell’eterna cerca di un luogo in cui dominano sovrani il meraviglioso, il fantastico, l’ignoto e il potente. Tutto questo, nella crisi della prima metà del Novecento, è potuto diventare anche un mito politico di rigenerazione del popolo e di purificazione dalle corruzioni della modernità. In altre parole, col riemergere del mito nordicista raffigurato dal sole rotante e dalla scure littoria, avvolta in verghe di nordica betulla, entrava in gioco la virtù primigenia di un modo d’essere incorrotto. Simbologie di purezza, emblemi di lotta spengleriana tra le forze del ghiaccio e del fuoco. Forme ataviche di identità ancestrale, di cui l’Europa di oggi – che sta sprofondando in un caos tropicale di degrado levantino ha più che mai disperato bisogno.

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks