Se la nostra è la memoria dei vincitori

Valerio Morucci

L’articolo che segue dell’ex brigatista Valerio Morucci è stato pubblicato oggi, 16 settembre,  sul quotidiano l’Altro, diretto da Piero Sansonetti e fa riferimento al dibattito in corso su quel giornale sul tema della “memoria condivisa”, di cui il Fondo ha già dato ampio resoconto [leggi qui]. L’articolo è postato per gentile disponibilità del Direttore de l’Altro e dell’Autore.

La redazione

morucci_fondo-magazineIn una scena clou de “La vita difficile”, altro amarissimo squarcio capolavoro di Dino Risi, l’Alberto Sordi ex partigiano, comunista, idealista a nome Silvio Magnozzi, trafitto infine da quella vita, dice alla moglie nella verità di una ubriacatura da sconfitta: “Elena, vogliamo esaminare freddamente il nostro matrimonio? Io e te chi siamo? Siamo parenti? No, siamo due estranei. Tu sei una sconosciuta che ho incontrato in un mulino.” Marito e moglie non sono parenti; due estranei che si sono occasionalmente incontrati nella vita. Nessun legame profondo, radici, che vada oltre un pezzo di quella vita, e quell’insieme di occasioni o casualità.

‘Condivisione’ rimanda socialmente – quindi per gli animali sociali, compreso, suo malgrado, anche l’uomo – alla comunità, comunanza, solidarietà, identità di regole e principi, fini. E’ già sempre stato arduo condividere la memoria anche in un agglomerato politico definibile come una ‘comunità’, figuriamoci al di fuori di essa. E poi quella presunta ‘comunità’ è quasi sempre definita tale dal suo esterno. Cioè da un punto di vista ‘nemico’ che azzera le differenze interne; per un assommarsi di semplificazione identificatoria, cioè di bersaglio, e di ignoranza. Perché al suo interno ci sono ‘sempre’ guerre assai spietate. Combattute contro i peggiori nemici: i ‘traditori della causa’. Per dire, a esempio e senza accedere alla tragedia, che noi operaisti avremmo grande difficoltà a ‘condividere memoria’ con i comunisti maoisti dell’Unione-Servire il Popolo. I quali, oltre a perseguire una rivoluzione contadina al Sud nel momento della robotizzazione delle fabbriche, e purtroppo non sbarcando a Sapri, facevano lavaggio del cervello ai propri militanti inculcandogli le massime del Presidente nuotatore, al punto che parlavano solo tramite quelle. Ma, non bastasse, gli imponevano direttive sulla loro vita sessuale, tra cui il tassativo divieto del pompino. Pratica depravata della lasciva borghesia. E, ovviamente, per fare sesso dovevano essere sposati. Uniti in matrimonio comunista da un loro dirigente, che gli faceva giungere le mani sul ‘libretto rosso’ dopo avergliene letto un qualche passo illuminantemente appropriato.

Quindi con i fascisti non c’è da condividere alcuna memoria. Ognuno con la propria. E qui sta un primo problema. Perché se ognuno coltiva la propria, vuol dire che non ci si può più esercitare esclusivamente sulla memoria degli altri. Cioè che bisogna fare i conti con se stessi. Compito arduo, appositamente aggirato facendo agiografia della propria e dedicandosi alla memoria altrui, cioè prosaicamente alle malefatte altrui.

E’ stato detto: “Non possiamo condividere memoria con gli stragisti fascisti”. Ora benché non ce ne siano di condannati, escludendo Bertoli e la sentenza ‘comunista’ e di Stato per la stazione di Bologna, ci sono più che sufficienti elementi per ritenere che un qualche gruppo – non di oggi ma di allora, cioè nei cascami della Guerra Fredda finita da un pezzo – abbia avuto le mani in pasta nello stragismo ‘atlantico’ anticomunista. (Non anti-rivoluzionario, anti-picista. Cioè teso a impedire che il PCI arrivasse al governo.

Vero terrore di quegli anni. Con noi agit-prop al servizio di Mosca). Con quelli che hanno messo bombe ammazzando gente a grappolo – uomini, donne, vecchi, bambini – sarebbe arduo anche solo pensare di poter mutuare qualche parola. L’affermazione sembra sacrosanta nel suo rigore morale. Ma siamo ancora nella memoria altrui, cioè nelle altrui malefatte. Se passiamo alla nostra di memoria vediamo che, tanto per fare un paio di esempi, l’abbiamo condivisa, fino a essere parte delle nostre radici (“La battaglia di Algeri”), con i combattenti del FLN che però piazzavano cestini esplosivi nei bar della città. Uccidendo anch’essi a caso uomini donne vecchi e bambini. Francesi pied-noirs, ma anche gli algerini che ci lavoravano o ci passavano. Così come, più che le nostre radici, abbiamo condiviso le lotte, i sogni, l’afflato rivoluzionario con i viet-cong che però facevano esplodere i locali di Saigon frequentati dagli americani. Bombe che uccidevano anche i vietnamiti che ci lavoravano o passavano. E anche qui uomini donne vecchi e bambini. Cioè strage. Se un discrimine per l’enunciata condivisione è dato dall’atrocità dell’atto, la strage bombarola, come possiamo affermarlo per i fascisti stragisti e negarlo qui?

Messo di fronte ai pari orrori del regime nazista e di quello comunista, uno dei maestri non del pensiero comunista ma di quello socialista, disse che, pur tuttavia, rimaneva una differenza ‘morale’. E’ sicuramente arduo rintracciare una differenza ‘morale’ tra lo sterminio di milioni di ebrei, sinti, polacchi, oppositori, omosessuali, malati di mente attuata dal regime nazista, e quella di milioni di contadini ucraini morti per fame, tra il 1932 e il 1933, in una carestia portata alle estreme conseguenze dalla confisca alimentare e dalla quarantena armata, accompagnate da migliaia di fucilazioni nonché purghe nel partito comunista ucraino, per rimuovere gli ‘ostacoli’ alla collettivizzazione dell’agricoltura e piegare il nazionalismo ucraino. Se la differenza ‘morale’ non è negli atti, allora non può che essere nelle intenzioni, nei fini. Cioè che i comunisti avrebbero compiuto quegli orrori per la libertà dei popoli mentre i nazisti, e i fascisti, per la loro oppressione.

Per noi comunisti una affermazione apodittica. Non fosse che ha lo stesso fondamento ‘filosofico-morale’ di quella di Nixon che se un atto illegale è compiuto del Presidente, cioè da lui, non può essere illegale. Vale a dire che l’atto illegale, o l’orrore, cambia valenza non in base alla sua natura ma a quella di chi lo compie. Per definizione, nostra ovviamente, i comunisti compiono qualsiasi atto con intenzioni ‘buone’, mentre i fascisti con intenzioni ‘cattive’. Ma se i fatti sono parimenti esecrabili, la differenza data dalle intenzioni è una differenza di parole, discorsi. Prendendola dai discorsi però i fascisti hanno sempre detto apertamente di essere contro le libertà borghesi, contro il permissivismo democratico che fa di libertà licenza, fautori di uno Stato etico responsabile della guida morale dei cittadini.. Noi comunisti, con evidenti risultati di ipocrisia, ci siamo invece sempre detti amanti della libertà, della democrazia realizzata nella sua pienezza, del diritto individuale a scegliere e gestire la propria vita, mettendo però poi mano a regimi totalitari che controllavano ogni aspetto della vita dei cittadini tanto quanto il regime nazista, e molto più di quello fascista. Ma dato che per troppi la differenza è soprattutto nelle parole, queste vengono anche qui in soccorso. Noi comunisti non c’entriamo niente con i regimi comunisti, quelli sono stati una pessima realizzazione del Comunismo. Noi aspiriamo ad altro. La “vera libertà”.

Peccato che a chi dica questo possa anche capitare di affermare che i fascisti sono ‘il male’, che vanno banditi dalla società, che sono antropologicamente incompatibili con noi, cioè per nostra naturale estensione con il resto dell’umanità. Ma queste distinzioni, queste esclusioni, queste dannazioni, queste salvaguardie dai ‘nemici del popolo’, sono fondate su quei principi morali propri dello Stato etico che separa il male dal bene, e la cui aspirazione o meno dovrebbe distinguere noi comunisti dai fascisti. Il problema, e arriviamo alla memoria come Potere, è che i comunisti – stranamente tutti i comunisti, di qualsiasi sottorazza pur in odio tra loro – vogliono mantenere bloccata la memoria sulla sconfitta del Fascismo. Non vogliono in alcun modo riconoscere il ‘nemico’. Non concedergli null’altro che la dannazione eterna, l’esclusione. Dice Erri de Luca – recriminando sul destino della nostra generazione, la più carcerata della storia d’Italia, aggiunge -] che senza la pietà per il nemico vinto non ci sarebbe l’Iliade. Ma anche non rifacendosi alla poetica epica, possiamo trovare questa pietà per il nemico vinto anche in monumenti ‘ufficiali’ come la colonna Traiana. E questa pietà per il nemico, valoroso ma battuto, non è la pietà della misericordia cristiana per le vittime, ma quella del rispetto per chi ha tenacemente contrastato credendo nella sua parte.

Con la Seconda Guerra Mondiale, guerra di annientamento – di militari, ma anche e scientificamente di civili -, vengono definitivamente spazzati via questi ormai anacronistici retaggi del mondo classico scampati al manicheismo. Hiroshima e Norimberga codificano le nuove regole. Il nemico è il Male, nessuna pietà per i vinti, ai vincitori gloria eterna per aver liberato il mondo.. E questa logica dei Vincitori copre ancora oggi le carneficine. Su questo codice viene definita la memoria del Potere, la memoria condivisa, e quindi, con leggero spostamento semantico e totale scarto politico, la memoria del paese, la memoria collettiva. Ma cosa ha a che spartire chi si definisce comunista con la memoria del Potere? Qualcosa sì, evidentemente. Oltre alle belle chiacchiere, e ai comodi obnubilamenti della memoria, permane nel fondo dell’anima comunista la vocazione totalitaria data dalla convinzione di essere il sale della terra, gli eletti, i soli in grado di portare la, ‘vera’, libertà.

Un’Avanguardia, per le masse e con le masse, ma un tantino “più oltre”.. Il deprecato “individualismo”, la cui apoteosi sarebbe dei fascisti, cacciato dalla porta dei fini e rientrato dalla finestra dei mezzi. Anche qui se loro lo rivendicano apertamente, noi comunisti lo neghiamo ipocritamente. Il loro individualismo è una perversione del pensiero, per noi una necessità del momento. Prima di affrontare il problema della condivisione della memoria, o meglio del suo rifiuto sarebbe allora forse il caso di affrontare prima quello che può nascondere. O almeno iniziare. Poi, dopo, si potrà provare a riparlare di ‘memoria condivisa’.

La prima ‘differenza’ da evidenziare sarebbe quella che i fascisti – così come i comunisti, gli italiani, gli omosessuali, i negri, i cinesi, etc – non sono tutti uguali. Come per il nostro mondo comunista – si veda, per dire, la sempiterna setta di Lotta Comunista o il guazzabuglio trotzko-stalinista della ex rifondazione – ce ne sono di patetici, macchiette che fanno di tutto per aderire alle caricature della propaganda avversa. Ce ne sono altri con una vocazione squadristica da pulizia etnica. E ce ne sono altri che fanno attività politica sociale, anticapitalisti e antimperialisti. Se non è molto intelligente farli rientrare tutti nella categoria risparmia-fatiche del Male, sarebbe forse il caso di capirci qualcosa di più.

Andrebbe poi notato, lambendo la cronaca del presente, che i più accaniti e rumorosi seminatori di odio xenofobo, omofobo, misogino, razzista sono quelli del popolo leghista. Un qualche milione di italiani. Ma dato che del ‘fascista’ si può dare a chiunque, andrebbero forse ricordati la persecuzione degli omosessuali in URRS, con deportazioni nei Gulag (50.000 dal 1934), il radicato antisemitismo nonché il razzismo e oppressione in danno delle popolazioni non russe. Fascisti? E’ probabile che sul problema del violento degrado sociale, frutto avvelenato della disgregazione e dell’arrembaggio liberista tutti contro tutti, quella dell’antifascismo sia un’arma assai spuntata. Mentre invece tra ‘noi’ e ‘loro’ la differenza discriminante non può essere, risibilmente, negli intenti a monte ‘buoni’ o ‘cattivi’. Semmai entrare nel merito di quegli intenti per distinguere ciò che ‘per noi’ può essere giusto o sbagliato, accettabile o no. A cosa mettono mano quegli intenti. Quale il motore che li muove. Quali le risposte di fondo all’impasse del presente. Se preconfezionate o tutte da scoprire.

Una possibile risposta può essere quella di accettare la sfida posta dall’implosione del modello occidentale, e avventurarsi oltre i suoi> confini, quindi oltre il mondo finora conosciuto, per affermare una diversa misura delle cose nello sviluppo esponenziale delle libertà di creare saperi, conoscenze, abilità, intrecci, esperienze, rotture e ricomposizioni. Cioè di produrre ricchezza producendo libertà oltre gli ormai intralcianti vincoli, materiali e culturali, del (lavoro per il) profitto. Accettabile, a saperne di più.

Una risposta agli antipodi è quella di credere possibile il recupero nel passato del mondo occidentale di un paradigma di civiltà precedente all’avvio verso il tracollo. Bloccarlo nel tempo, fissare i suoi ‘valori’ ritenuti immuni dalla perdizione materialista, e trasformare questi valori ‘puri’ in un’Etica che lo Stato dovrà diffondere e difendere, e cui tutti i cittadini dovranno necessariamente uniformarsi. Non accettabile, se ne sa già abbastanza. Il ‘900 ha conosciuto totalitarismi di tutte le razze.

Tutti i ‘comunisti’ che pensano sia ancora oggi necessaria una ‘transizione’ etico/totalitaria alla libertà – anche solo, per cominciare, del tipo “ostracizziamo i fascisti” – possono quindi fare un passo avanti per essere ricollocati tra le fila degli aderenti a quella che loro credevano essere ideologia fascista. Mentre è ideologia totalitaria. Perché tra totalitarismo reazionario, fascista, e totalitarismo ‘rivoluzionario’, comunista, non c’è, per chi vi è sottoposto, alcuna differenza. Possono questi comunisti continuare a dire di non voler condividere alcunché con i fascisti (più o meno come i moralisti della domenica), possono continuare a identificare per comodità di condanna, esecrazione, ostracismo, gli stragisti con tutti i fascisti. Possono continuare a rigirarsi tra le mani i ferri vecchi della retorica antifascista dei Vincitori sull’Italia nata dalla Resistenza. Nel mentre che, tanto per dire della cecità, i fascisti ‘sociali’ anti banche e multinazionali, impegnati per il diritto alla casa e al reddito sociale, ma pur sempre con la finalità dello Stato Etico, continuano a fare proseliti tra i giovani. Giovani infuriati per lo smarrimento di senso della propria vita ma che – dato che da incazzati non gli va di stare dalla parte dei Vincitori – trovano un rafforzamento alla loro scelta proprio nel rifiuto del ‘senso antifascista della Storia’. Questi fascisti potrebbero essere, per i comunisti affrancati dalla vocazione totalitaria e dalla resistenziale arteriosclerosi del pensiero, avversari politici con cui forse scambiare brani di memoria, scoprendo magari inattese comunanze – che possano stimolare oltre nella ricerca/definizione della differenza – o vicende su cui sarebbe doverosa una ammenda. A meno che (potremmo augurarcelo) la crisi (di civiltà) non sia produttrice di un radicale rimescolamento dei presupposti dell’agire, è certo che, anche raggiunto un equilibrio di antagonismo e rispetto, si arriverà poi allo scontro. Per le diverse spinte al totalitarismo da una parte e al suo rifiuto libertario dall’altra. Ma si saprà così con chi e perché. Non pulizia etnica ‘antifascista’, e non guerra santa. Antagonisti politici, non scarto dell’umanità. Riaffermando la politica e mettendo da parte l’antropologia comunisto-centrica, il riciclo dei dettami antisatanici di Santa Romana Chiesa, e la logica di sopraffazione dei Vincitori.

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