Rovesciare il ’68? Già fatto: pochi mesi dopo

Gabriele Adinolfi

Bizzarrie. L’anno scorso, quando ne ricorreva il quarantesimo anniversario, il Sessantotto  fu pressoché ignorato. Il primo marzo, data dell’epica madre di tutte le scaramucce studentesche, mi recai a Valle Giulia dove sapevo che si sarebbe trovato Oreste Scalzone: tra camerati e compagni non eravamo neanche una quindicina a rendere omaggio a una memoria che a buona ragione si può considerare condivisa, se non altro nell’occasione specifica. Lì ad Architettura, dove gli studenti distratti non si curavano affatto di noi, c’era affisso alla porta a vetri un manifesto con il programma ufficiale delle commemorazioni previste a Roma: una serie di conferenze minori di nessun peso, giusto la routine minimale.

Un anno dopo è cambiato tutto. “Il grande sogno” imperversa ma non è solo, sullo sfondo, altri film genere amarcord come “Ombre rosse”, “Racconti dell’età dell’oro” o di un razza più surreale che potremmo definire ‘come-m’amarcoderei-se’, quale  “Cosmonauta”.

sessantotto_fondo-magazineLa sorpresa della sinistra

Perché un anno fa nulla e adesso tanta nostalgia?

Ad essere maliziosi, macché, ad essere semplicemente realisti, la risposta è lampante. Fino alla primavera del 2008 la sinistra stava al governo, impegnata a proprorre un’immagine medio-liberal della cotroriforma liberista, e perciò rinverdire sogni antichi di cambiamenti radicali le sarebbe risultato imbarazzante.

Un anno dopo non solo è all’opposizione ma vi è finita ridotta così male da accorgersi che oltre a perdere terreno nel mondo giovanile, scavalcata in più occasioni dal Blocco Studentesco, nemmeno è in grado di esprimere l’alternativa istituzionale al governo che o è di destra pur se schierata a sinistra, e la fa Di Pietro, o è proprio di destra e la impersona Fini.

Di colpo la sinistra si è accorta del suo (lungo) cortocircuito e del fatto non solo di non essere né carne né pesce ma neppur più appetita e forse neanche appetibile.

Ed ecco allora il libero spazio alle nostalgie oniriche per cercare una qualche rifondazione in un extraparlamentarismo, visto che di fatto è oggi più extraparlamentare che rappresentata da  un partito. Quale sarebbe poi questo partito è difficile dire essendo il trasformismo del pd andato ben oltre quello del pdl.

Così il cerchio si chiude. Coloro che si ribellarono al padre (è questa la più comune lettura freudiana del ’68) si scoprono orfani e da orfani muoiono.

Potremmo chiuderla lì ma faremmo torto al Sessantotto che non fu solo questo.

Vi faremmo torto sia dando eccessivo valore alle opinioni dei suoi nostalgici dell’ultima ora sia dando credito agli anti-sessantottini che esaltano il moralismo ciellino così calzante per il noiosissimo Nouvel Ancien Régime oggi in marcia.

Come hanno chiarito Cohn-Béndit e Gaber

Il Sessantotto non fu quello che divenne dopo e per cui generalmente lo si ricorda: ovvero non la rappresentazione della teologia rivoluzionaria importata dall’est per dotare un movimento generazionale di un’organizzazione e di un programma. Questo, come ammise il leader francese Cohn-Béndit nelle celebrazioni del ventennale, fu la sua chiusura in un vicolo cieco. Sapevamo bene, disse il révolutionnaire, cosa volevamo abbattere ma, non sapendo cosa costruire, prendemmo la scorciatoia di accettare l’alternativa plastica del momento. Ciò si ridusse in breve nell’avvento di una nuova morale, anzi di un nuovo moralismo con tanto di predicatori e preti dell’umanità nuova di cui ci ha dato un perfetto spaccato Valerio Morucci l’altro giorno parlandoci dei maoisti castigatori sessuali; ma il pci non era meglio.

Politicamente la rivolta impulsiva si arenò e si disperse molto presto in fiumiciattoli che diedero vita ad altrettante chiesette, come rilevò per tempo Giorgio Gaber. Fine delle eresie, approdate in sette  senza respiro e presto dotate di ortodossie moralistiche e proibizionistiche che rovesciarono  il deflagrante “vietato vietare”.

Rovesciare il Sessantotto, come pretendono alcuni? Già fatto: pochi mesi dopo.

Un autoritarismo travestito

Ma non è tutto; la forte influenza del progressismo che imperversò da nord-ovest veicolato per mezzo dei media della borghesia illuminata, s’incrostò sulla pulsione liberatoria e indipendentistica che era stata propria di una generazione  rock, beat e on-the-road, imponendo di colpo schemi psicocomportamentali solo apparentemente liberatori ma profondamente condizionanti, atti ad accompagnare, nell’incalzante urbanizzazione consumistica, l’edificazione di una società indifferenziata e matrigna.

Così il lungo, fiero, assoluto, fisico, sensuale, titanismo della  “gioventù bruciata” s’indirizzò senza quasi accorgersene verso un   totalitarismo esistenziale anti-autoritario (ma paradosalmente autoritaristico) e si concluse nell’uccisione del padre e non  nell’agognata e un po’ anarchica liberazione di genere spartiata o indoamericano dalle gabbie socio-famigliari.

Rovesciare il Sessantotto? Già fatto: pochi mesi dopo.

Prima del Sessantotto

Talmente presto che gli stessi protagonisti  quasi mai se ne accorsero non avendo fatto nemmeno in tempo a metabolizzare e così si è finiti con naturalezza col disquisire sempre e immancabilmente del “dopo” scambiandolo per l’allora.

Ma molto di quello che, come merito o come colpa, si attribuisce al Sessantotto lo precede.

Ad esempio data da ben prima la rivoluzione sessuale (che poi, se si tiene conto della piccante e libertina storia sociale del secolo XX dalla Belle Epoque in poi, ci si accorge non essere altro che la riscossa contro la controriforma degli anni cinquanta che fu, essa e non la liberazione sessuale, imposta controcorrente).

La pillola anticoncezionale in Usa viene varata nel 1960 e in Europa arriva nel 1961, la minigonna è del 1964. Il femminismo precede il Sessantotto, e non dobbiamo confonderlo minimamente con il successivo  neo-matriarcato informe e castratore che ha prodotto anche lo stereotipo “macho” dell’odierno fico-fuco.

L’uno e  l’altro, femminismo e neo-matriarcato, hanno ben poco in comune e non è di certo il femminismo che prevale oggi, malgrado alcuni luoghi comuni estrapolati da esso e manipolati dal conformismo traggano in inganno. Anche il femminismo, che al Sessantotto si presentò già vitale, è stato scolorito e neutralizzato dapprima dalla riforma post-sessantottina e poi dalla controriforma cui assistiamo da tempo.

Il Sessantotto fu la lunga onda, formatasi almeno dieci anni prima, di una generazione ribelle, solare e anarca. E’ il suo fallimento, politico, culturale e psicologico, ciò di cui parliamo oggi, quello che in molti esaltano e in molti deprecano. Ma non è il Sessantotto, è una risacca che nasce più o meno nel 1969, per l’effetto di una Babele caduta.

In quella risacca l’opera livellatrice di una matrigna invisibile e/o di un clero eunuco hanno imposto la logica ovattata di un’interminabile adolescenza, fatta di sogni possibili ma mai realizzati, di possibilità da rincorrere e da accantonare a intermittenza come giochi diversi da parte di individui viziati che non cresceranno mai e che non vogliono  scegliere definitivamente,  assumere appieno la responsabilità, non vogliono diventare adulti ma senza essere più fanciulli: non sono dei Peter Pan, che sarebbe fantastico, ma dei mammoni ciucciadito.

Nell’anestesia esistenziale di quel grande sonno, composto da sogni intermittenti all’infinito, si è così persa almeno una generazione e, soprattutto, si è rimodellata una società che non ha potuto, in tal guisa, che produrre angoscie, irresponsabilità, fallimenti e rimpianti.

Giordano Bruno e Prometeo

Ma la lunga sconfitta, benché inizialmente figlia di un titanismo abbattuto, non va confusa con il ribellismo che la generò e che non era ancora irrimediabilmente marcato dalle patologie successive.

Quel ribellismo fu, o perlomeno cercò di essere, autonomo ed eretico.

Questo va ricordato e rivendicato: sempre e comunque dalla parte di Giordano Bruno.

Anche se in questo caso non possiamo fingere di ignorare che il rogo l’eretico ha finito con l’accenderselo da solo, giocando col fuoco più irresponsabilmente di Prometeo.

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