Prostituzione e buoncostume all’italiana

Marco Proietti

A Roma, quartiere Eur, vi è un palazzo (il palazzo della Civiltà, comunemente denominato “groviera”) dove si può leggere a caratteri cubitali che gli italiani sono “un popolo di santi, di eroi, di navigatori, di trasmigratori”, trascrizione scolpita nel marmo in un’Epoca che fu, quando la virtù era un vanto e la dignità non si vendeva al mercatino dell’usato; eppure oggi qualcosa stona in quell’affermazione, poiché sarebbe il caso di aggiungere che quello italiano è anche un popolo di paurosi o, meglio, di timorati di Dio.

prostituzione_fondo-magazineGià. La paura di essere sé stessi, di affermare con fierezza quelle che sono le proprie origini e di rivendicare tradizioni antiche tanto quanto le fondamenta del Colosseo e forse anche più; una tra le tante è il meretricio, altrimenti detta prostituzione, ovvero quella banalissima e diffusissima arte che fin dagli albori della nostra civiltà veniva praticata da donne di ogni rango: chi per piacere, chi per necessità, senza mai perdere la propria identità di donna, con piena libertà e possesso delle proprie facoltà cognitive. Ma oggi il nostro popolo ha paura del giudizio del Sommo ed è disposto anche a rinunciare alle proprie radici pur di accondiscendere tale trascendente volontà: e questo atteggiamento si è realizzato nella gestione della Res Publica da parte dei nostri governanti i quali, freschi freschi di elezioni, si sono affrettati subito a mettere in chiaro le cose e a portare le mani avanti indicando dove si trova la moralità e dove l’immoralità. E così è caduta sul tavolino del Consiglio dei ministri il progetto di riforma della Legge Merlin, la stessa che ha abolito le case chiuse e la cui struttura sta per essere nuovamente investita da un’ondata di acqua santa.

Eccola dunque la parodia del buoncostume, perché altrimenti come si potrebbe definire la riforma “buonista” sulla prostituzione? Come al solito si colpisce un effetto, si nega l’esistenza della causa e si fa finta che tremila anni di storia non siano mai esistiti; ma a questo punto è giusto analizzare i punti cardine del disegno di legge tanto agognato, cercando di capire se ha una sua intrinseca (molto intrinseca) utilità.

L’articolo 1 del ddl prevede l’introduzione di un nuovo reato ovvero quello relativo all’esercizio della prostituzione, e ciò vale tanto se l’esercizio avviene in luogo pubblico che in luogo privato, con il tentativo dichiarato di voler colpire lo sfruttamento di donne e minori; il reato comporta l’arresto da 5 a 15 giorni ed un’ammenda da € 200 ad € 3.000 sia per chi offre le prestazioni sessuali, sia per i clienti delle lucciole. Inoltre è stato prevista una specifica aggravante per chi partecipa,dirige oppure organizza, un’attività criminale che abbia come scopo lo sfruttamento della prostituzione, e un’ulteriore aggravante per chi unisce alla prostituzione anche lo sfruttamento dei minori: si può arrivare fino a 18 anni di reclusione ed € 150.000 di multa. A questo si è aggiunta una specifica pena per chi concede in locazione un immobile all’interno del quale si eserciti la prostituzione.

Fin qui nulla di particolare, poiché lo sfruttamento della prostituzione e quello minorile sono, senza alcun dubbio, tanto deprecabili quanto può esserlo un omicidio, un furto o lo spaccio di stupefacenti, ma è il concetto di base posto a fondamento della riforma che stride con l’intero sistema; il Governo, nell’esaltazione giacobina che lo sta trascinando a sfornare nuove figure criminose ad ogni occasione o comunque a legiferare anche sul diritto di servitù delle formiche, si è sbizzarrito questa volta nell’impartire lezioni di morale: insomma, il bue che dice cornuto all’asino, se pensiamo alle tante vicende personali dei politicanti italioti.

Ma il punto in realtà non è nemmeno questo. Perché certamente va combattuto lo sfruttamento minorile e femminile, ma con altrettanta fermezza è necessario non commettere l’errore di fare di tutta l’erba un fascio e finire col prendere provvedimenti dal sapore bigotto obbligando gli italiani ad una castrazione collettiva: parliamo schiettamente, la prostituzione esiste, è sempre esistita e sempre esisterà, la questione è solo del “come” avviene e non del “se” ciò sia giusto o meno, altrimenti dovremmo folgorare tutti coloro i quali si pongono sulla via per Damasco sperando in una redenzione. E in ogni caso, a quale scopo? Quale legge morale dice che la prostituzione è un male? Un conto è lo sfruttamento delle donne e quello minorile, che per altro può avvenire in qualsiasi posto di lavoro e sul quale, per giunta, esiste una copiosa legislazione al riguardo, ben diverso è la scelta di chi decide che sia la strada la propria fonte di auto-sostentamento; in questo ultimo caso il ruolo dello Stato è solo quello di dover impedire che l’esercizio di tale, sia pur particolare, forma di lavoro (perché comunque di lavoro si tratta) avvenga senza che vi sia violazione delle norme a difesa del buon costume, dell’ordine pubblico e della già citata legislazione a favore delle fasce deboli.

E in ogni caso se ora esiste un reato di prostituzione che colpisce sia le prostitute, sia i clienti, sia gli sfruttatori, e se un determinato esercizio “abusivo” del meretricio è vietato dalla legge, va da sé che vi deve essere una forma di “esercizio lecito” che la legge non ha preso in considerazione: resta dunque un grosso gap legislativo, e non basta sanzionare con la reclusione chi sfrutta donne e minori, è necessario adottare più incisive misure di prevenzione invece di limitare l’azione ad una chiamata alle Crociate anti perversione.

Tutto il resto non ha senso. Non hanno senso i proclami scandalistici, le prese di posizione delle femministe, i programmi di partiti politici, associazioni culturali, sindacati, benpensanti e buonisti di destra e di sinistra; ad ognuno la propria legge morale, tanto da rendere onore a Kant, e lasciamo allo Stato l’unico compito di evitare che il libero arbitrio del singolo comprima la libertà degli altri consociati. Probabilmente la Merlin va veramente cambiata, ma forse sarebbe più semplice abrogarla e regolamentare una volta per tutte quello che nei fatti è divenuta una delle più chiare forme di espressione del lavoro nero, e ciò va fatto senza troppi peli sulla lingua, senza timori verso i piani alti dei Cieli e soprattutto senza troppa fatica visto che il modello che precedeva la Merlin ha funzionato per circa duemila e cinquecento anni: tutto il resto sono solo quisquiglie da giornali scandalistici o gossip buoni sotto l’ombrellone con il cocomero in mano.

Un paese come il nostro,che ha accolto pornostar nel parlamento e che vive di continue contraddizioni politiche, può davvero porre veti basati sulla morale? E la morale di chi? Ma soprattutto, servirebbe davvero a qualcosa? Credo proprio di no. Una riforma culturale si basa su ben altre fondamenta, e comporta una profonda revisione del tessuto sociale, economico e politico, non si basa certo su declaratorie circa i grandi principi che poi sono sistematicamente ignorati dagli stessi che dovrebbero fornire il classico buon esempio.

Il discorso meriterebbe un maggiore approfondimento, posso solo riassumere il concetto con alcuni punti chiave: 1) la prostituzione e lo sfruttamento minorile sono due fenomeni che vanno considerati in maniera distinta; 2) è necessaria una riforma radicale e poderosa del mondo del lavoro in proiezione di un sincero rilancio dello Stato Sociale; 3) vanno abbandonate posizioni medievali, totalmente inadeguate in una società che si definisce laica.

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