Per un nuovo femminismo

Annalisa Terranova

donne_-fondo-magazineGrazie a Noemi Letizia e a Patrizia D’Addario si levano voci a sostegno del riemergere di un nuovo femminismo. Un tormentone sottotraccia che ha imperversato l’intera estate, accanto alla lettura di Zia Mame sotto l’ombrellone. Ieri Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera ha provato a tirare le somme: se tutte sentono che è ora di dire basta alla mercificazione, all’imperio della chirurgia estetica, alle passerelle che dal GF introducono direttamente nelle dorate stanze della politica, vuol dire che ci siamo, che forse è venuto il momento di interrompere il lungo silenzio del femminismo. Di tornare ad alzare la voce contro le forme mai sopite di maschilismo che nel nostro Paese umiliano le donne illudendone la voglia di protagonismo con la regalìa delle quote rosa. Il dibattito imperversa, ma nasce già come dibattito d’élite, che fatica al allargarsi verso il comune sentire delle donne normali.

Intanto, l’origine della discussione è viziata. L’esistenza di un giro di escort attorno al potente di turno non è condizione sufficiente per dare forza e sostanza a una nuova mobilitazione femminile. Non lo è perché questo stato di cose appartiene alla storia del costume da secoli. Sarebbe fin troppo facile rifarsi all’esempio delle favorite dei re di Francia le quali però, a differenze di quelle attuali, non si accontentavano di modesti collier con le farfalline ma usavano i ministri come pedine riuscendo a modificare le linee di politica estera del regno. Pare che dopo la Rivoluzione francese, insomma, per le donne le cose siano andate un po’ peggio. L’egualitario diritto di voto ha spazzato via le trame di palazzo in cui si cimentavano le escort del Seicento promosse al rango di privilegiate consigliere della corona. Ma torniamo all’oggi: non può essere una cosa seria proporre cortei e girotondi di streghette per opporsi a quelle che… «papi non si tocca». Si tratterebbe di una guerra di genere, per usare un linguaggio specialistico, tra un certo modo di intendere l’essere donna e un altro che pure ha una sua nutrita rappresentanza. Il velinismo non è un fenomeno imposto dai “maschi”, ma si nutre della libera e volontaria adesione di diciottenni ambiziose e sicure di sé. Il rischio è che poi ti ritrovi davanti la faccia accusatrice dell’avvocato Ghedini che decreta che quelle che protestano sono tutte “bacchettone”. Un incubo. Un gigantesco equivoco. Meglio lasciar perdere.

C’è un altro vizio di forma in questo appello a un neofemminismo: esso non sarebbe che un’altra delle tante manifestazioni di quell’antiberlusconismo che, al pari del berlusconismo più ottuso, sta avvelenando la politica italiana da oltre un decennio. Collegare una rinascita di consapevolezza femminile alle moine di Noemi e ai ricatti della D’Addario, in altre parole, potrebbe pure risultare offensivo per le donne normali, intelligenti, certo non entusiaste dell’attuale rapporto tra politica e mondo femminile, ma che non possono andare in piazza solo per rivendicare il fatto di non aver mai partecipato a un concorso di bellezza o di non avere mai realizzato un book fotografico per la tv.

E allora si rinuncia in partenza? No, si sceglie magari di allargare l’obiettivo, provando a capire che l’«intolleranza attiva» delle donne – quanto mai necessaria – va rivolta contro una visione complessiva che porta le vallette ad essere in tv il «secondo sesso» e che viene da lontano, insinuandosi nella mentalità delle famiglie italiane anche grazie alle battute a doppio senso del compianto Mike Bongiorno per poi rompere gli argini e diventare sempre più invasiva fino all’esasperato esibizionismo dei reality. Tutto ciò esiste da quasi trent’anni. Viene considerato un fatto “normale”. Chi contesta questa condizione (come si evince dal documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne non deve lasciarsene ossessionare, dovrebbe guardare fuori dalla scatola magica della tv e “fare rete” con le energie femminili che non si sono lasciate intrappolare dallo schema “se appari in tv sei vincente”. Ha ragione Maria Laura Rodotà quando parla di ripartire dall’autostima ma questa autostima deve fondarsi sulla consapevolezza che le donne oggi non sono un sesso “umiliato” ma sono il verso “sesso forte” anche e soprattutto per la loro salubre estraneità a certi rituali della politica bassa che non sa sopravvivere senza l’arroganza e senza le festicciole. Il femminismo ha già fatto i conti con la sua proverbiale ritrosìa ad apprezzare la bellezza femminile, generando tutta una serie di luoghi comuni beceri cui gli uomini ricorrono in genere quando sono a corto di argomenti o quando ritengono di dover giustificare la loro privata indecenza. È il caso di ripetere un errore storico? No, non è il caso, anche perché Berlusconi non è un maschilista, semmai appare il perfetto campione di una specie di “gallismo” globale che i format televisivi hanno appunto reso troppo familiare, benché indigesto.

Lo scorso inverno mi è capitato di intervenire a un dibattito in un liceo romano sulla figura di Simone de Beauvoir. In quell’occasione feci presente che oggi l’universo femminile non si sente più in competizione con l’altro sesso, ma si sente in competizione con il mondo intero, un mondo dove le identità di ciascuno vanno pazientemente reinventate, ricostruite, ristrutturate. E, ancora, sottolineavo il fatto che, se noi guardiamo ai recenti modelli che la letteratura per adolescenti ha confezionato, vediamo che le donne rappresentano le figure forti, le più tenaci, le più adatte a esprimere quegli stessi valori che un tempo caretterizzavano solo gli eroi “virili”. Pensiamo alla Hermione Granger della saga di Harry Potter, una ragazza che media con il mondo magico attraverso la razionalità e attraverso l’ideologia liberale dei diritti, una strega se vogliamo più moderna dello stesso Harry Potter a suo modo dominato dal dubbio di non riuscire nell’impresa. Oppure possiamo prendere ad esempio la figura di Bella, la protagonista di Twilight, che va contro la propria natura per amore compiendo al tempo stesso una scelta di anticonformismo e di trasgressione. Ovviamente qui non giudichiamo il valore letterario di opere di questo tipo ma la loro rispondenza al modo in cui nella società si è evoluto il modello femminile. Accennavo anche a modelli femminili alternativi a quelli confezionati dagli editor che pensano al grande pubblico come la protagonista del bel romanzo di una scrittrice cilena, Alejandra Parada Escribano, il cui titolo è Sono esausta, e che racconta in modo molto divertente le peripezie cui una donna deve sottoporsi per conciliare quelli che oggi chiamiamo tempi di cura e tempi lavorativi.

Be’, alla fine, nessuna ragazza di quel liceo ha ripreso uno di questi spunti. Una di loro ha fatto una domanda rivelatrice: «Non trova umiliante il fatto che tante ragazze vogliano fare le veline?». Ahi, ahi, sarebbe il caso di dire, queste ragazze vanno certo liberate dal velinismo ma anche salvate dall’ossessione contraria. Le veline, aspiranti e reali, sono e restano una minoranza. Accanto a loro ci sono eserciti di donne cui dare la parola, cui dare fiducia, nelle quali sperare. Bisogna fare affidamento sulla loro «forza differenziatrice». Nient’altro. I cortei verranno dopo, se ce ne sarà bisogno. E saremo in tante.

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