No. Restiamo in Afghanistan…

Marco Proietti

Le ultime vicende in Afghanistan tengono banco da giorni e, se vogliamo dirla tutta, sono anni che si discute sull’opportunità o meno di mantenere il finanziamento ad una missione “di pace” o sedicente tale: di sicuro dopo gli ultimi eventi occorre fare un minimo di chiarezza, quanto meno per poter suscitare una discussione sui contenuti e non sulla forma.

afghanistan1_-fondo-magazineIn primo luogo. Una guerra, qualunque essa sia, non può mai essere di pace. Il principio romano “si vis pacem para bellum” sembra più suonare come ironico poichè non ha alcun senso definire dei soldati come uomini di pace; sicuramente è più corretto dire che, in molte circostanze, l’ordine e il controllo su di un territorio si esercitano solo attraverso un oculato uso della forza: lo ha fatto la Russia, lo fanno quotidianamente gli Stati Uniti, lo fa la Cina e sarebbe ora che lo facesse anche l’Unione Europea. Eppure questo poco ha a che fare con una guerra iniziata l’indomani dell’11 settembre, con tutti si sé e i ma che tale scelta si è trascinata dietro; poco ha a che vedere con quegli interessi economici e politici che hanno portato a sventolare l’esigenza di una guerra giusta.

In secondo luogo. Le due guerre, in Iraq e in Afghanistan, sono assolutamente da contrastare quanto meno ideologicamente. Sono state due missioni militari organizzate ad hoc dagli Usa per pilotare i, sempre proni, sudditi europei verso la cura degli atlanticissimi interessi: il petrolio, il controllo del Medio Oriente, lo spauracchio del terrorismo, e via dicendo. Potrei andare avanti a scrivere delle pagine intere, il concetto resterebbe sempre lo stesso: si tratta di due missioni senza senso poiché compiute sotto la bandiera della democrazia sedicente e del politicamente corretto, in nome solo ed esclusivamente del profitto a tutti i costi, contro l’autodeterminazione dei popoli. E per Loro, i detentori del sapere democratico, poco importa se in entrambi i paesi si viveva meglio prima della democratica invasione e che ora, con ancora le truppe Nato su quei territori, sia in atto una deleteria guerra civile. Il ruolo dell’Europa in tutto questo è ridotto al minimo, poiché di fatto si è rifiutata di affermare con forza la propria autonomia politica, economia e militare di fronte a operazioni di baso profilo, preferendo sottomettersi ad interessi di oltreoceano.

In terzo luogo. Sono morti altri sei italiani, sorge quindi nuovamente il dubbio del cosa fare e del dove andare. Le strade sono ovviamente due: rimanere oppure battere ritirata in fuga disordinata. Ma allora dobbiamo fare delle precisazioni.

PRIMA IPOTESI: rimaniamo in Afghanistan mantenendo gli accordi internazionali. Questa sarebbe la posizione ufficiale del nostro Governo e della maggior parte dei politici italiani, chi lo fa per un “non voltiamo le spalle ai nostri amici americani” chi lo fa per un “combattiamo i vigliacchi attentati” e chi ancora perché “è necessario esportare la democrazia”; resta sempre il dubbio che, qualora il menefreghismo si facesse strada, tutti questi presupposti sarebbero privi di significato. Eppure del buono c’è. Si, sembra strano e fa venire i brividi a pensarlo, ma nello stato attuale delle cose una ritirata immediata delle truppe equivarrebbe a gettare discredito sulla professionalità dei nostri soldati, oltre a garantirci una amara figura internazionale a cui siamo oramai avvezzi fin dai tempi dei Savoia; sicuramente non è una guerra nostra e ci troviamo nostro malgrado a sopprimere l’autodeterminazione di popoli liberi, nonostante ciò la real politik è spesso fatta di freddi calcoli privi di contaminazioni ideologiche: sedere ad un tavolo internazionale con le proprie truppe sparse in tutto il globo è cosa ben diversa dell’essere un piccolo paese di provincia che timidamente alza la voce. E la cosa acquista ancora più consistenza se applichiamo il ragionamento all’unica realtà sovranazionale che in questo momento non ha ancora deciso da che parte stare: l’Europa.

SECONDA IPOTESI: ci ritiriamo immediatamente, sulla falsa riga del suggerimento della Lega. Certo questa potrebbe essere l’ipotesi migliore, ma a poco servirebbe il ritiro da una missione al soldo yankee senza un’immediata e improrogabile uscita dalla NATO e la creazione di un organismo militare europeo unico, nonché il rilancio di una politica economica e sociale europea su vasto raggio (diciamo pure a livello intercontinentale), spingendo verso la costruzione di un’Europa delle piccole patrie: privi di questi presupposti allora non se ne fa nulla. Figureremo solo come dei codardi che fuggono via alla prima bomba come nel ’43, e chi muore con la nostra divisa si sentirà sempre meno attaccato a certi valori che ha imparato in caserma e aggiungo subito: leviamoci dalla testa l’idea del soldato povera vittima. I soldati italiani sono dei professionisti del mestiere e tutti rigorosamente volontari, non certo degli eroi per caso e quindi, che si tratti di missioni di pace o di guerra, i nostri soldati sono addestrati per lavorare con un rischio che chiamerei elettivo nonché piuttosto frequente.

Allora che soluzione portare? Io non mi schiero con i pacifisti ad oltranza, da qualunque schieramento vengano. Volere la pace non significa essere pacifisti e, in alcune circostanze, ci si deve rendere conto che le scelte vadano fatte più col cervello che con il cuore. Allo stato attuale un’Europa socialista e nazional-popolare non è nemmeno immaginabile, per mancanza sia di formazioni politiche adeguate ad una azione garibaldina (è sufficiente riflettere sul fatto che i nostri rappresentanti nel gruppo europeo “Europa delle nazioni” sono i parlamentari della Lega), sia per malattia cronica dei nostri politicanti di mestiere, totalmente assuefatti dalla corsa alla democrazia ed alla istituzionalizazione: è una triste realtà con cui ci si deve confrontare se si vuole veramente rilanciare un’Idea nuova.

Resta quindi la prima ipotesi. La più sofferta, la più ingiusta dal mio punto di vista, ma l’unica che permetta all’Italia (ed all’Europa) di non figurare sempre come l’ultima ruota del carro. A questo assunto si potrebbe obiettare con un classico “la grande proletaria s’è mossa” ed allora viene da replicare che invece ha ragione Berlusconi quando afferma che l’uscita dall’Iraq e dall’Afghanistan può avvenire solo se le organizzazioni internazionali prendano, collettivamente, tale decisione: una decisione unilaterale ci metterebbe alla berlina (salvo sempre attuare la seconda ipotesi di cui sopra).

Il tutto si può quindi riassumere con una massima: la guerra è errata e non dovevamo partire ma, ahimè, oramai lì siamo, abbiamo lasciato i nostri morti e quindi lì rimaniamo per portare a termine le nostre consegne, che ci piaccia oppure no, affinché nessuno ci dica che siamo dei voltagabbana. Anche se poi la nostra intera classe politica è formata da voltafaccia.

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