Nietzsche. Dal grande “sì”, al grande “no”

Emanuele Liut

nietzsche_fondo-mafazineAll’interno della vasta e poliedrica opera di Nietzsche – che pur, abbiamo esperito negli aspetti fondanti, altrettanto ridontante nella sua monotònicità, – Aldilà del bene e del male rappresenta un’opera matura, estremamente schietta e priva di quelle “ombre giovanili” che racchiudono in diversi simboli, gli embrioni di ciò che sarà a venire, ma risentono altresì dei “debiti intellettuali” di Nietzsche verso si suoi maestri. Una sorte di “cupo alone” che andrà via via togliendosi, attraverso Umano Troppo Umano, Aurora, Gaia Scienza, fino a trasfigurarsi nel colore alcionio di cui è composto lo Zarathustra.

E’ importante quindi considerare che il parto di Aldilà del bene e del male avviene non molto dopo quel fiume in piena, esperienza scrittoria chiave e liberatoria quale fu il celeberrimo “Also Sprach”, rappresentazione somma e meridiana del grande sì nietzschano – benché essa segni esplicitamente i passi del tramonto di Zarathustra –  e più grande anelito che risponde sì anche al non senso dell’eterno ritorno: -che si afferma sopra, e nonostante, ” il pensiero più abissale”.   Libro culmine in cui sembrano unirsi, attraverso la funzione fondante del mito, della ‘metafora assoluta’, tutti gli aspetti fondamentali che ridondano nelle altre opere, alle quali offre nuovi spunti di comprensione, nuovi intrecci di impervie strade, verso la luce nitida delle montagne, più maestose e superbe, poichè erette su terribili abissi.

Aldilà del bene e del male rappresenta invece l’incipit di una stagione nuova, di un nuovo Nietzsche, trasfigurato, ridiventato se stesso. E in quanto pienamente se stesso, capace di determinare il suo spazio, attraverso l’uso positivo della negazione. In virtù di ciò, e nonostante il carattere severo, l’opera pare comunque densa di libertà, perché la negazione ha un carattere ‘liberatorio’.

Come è testimoniato, brevemente  (quasi a non voler intoccare la nitidità del libro), in  Ecce homo:  «dopo aver risolto quella parte del mio compito che dice sì, toccava ora alla parte che dice no, che opera il no: la trasvalutazione stessa di tutti i precedenti  valori, la grande guerra  – l’evocazione di un giorno della decisione».

Ma l’esortazione al grande no, non è meno gioiosa del sì alla vita che molto poeticamente si era rappresentato nello Zarathustra; ma è più reale, più concreto, sebbene non si parli quasi mai terra a terra, Nietzsche assume qui per intero, gioiosamente, il suo ruolo – necessario per la grande salute, di “distruttore della morale”: è l’apice della filosofia col martello.

Arma per scardinare muri e propiziare un continuo implicito dialogo, in cui Nietzsche incide trasformandolo in una sfida, con il lettore,a  cui non esita nell’indicarne la pericolosità, – la tetra possibilità del “martirio per la conoscenza”. Ha  per questo buone parole Colli quando nella sua prefazione dipinge il libro come una “sfida al cervello del lettore”,  anche se questa costatazione, se rimane tale, non è che il puro intellettualismo desacrato da Nietzsche stesso.  Ma quel che è certo è che, nonostante questa sia una costante nell’opera di N., mai come in questo libro egli si pone come avversario nei confronti del lettore, e così ad egli (se sa leggere tra le righe) si apre, confessando velatamente se stesso; confessando in maniera grandiosa una vera e propria impersonale biografia del filosofo  e, di risvolto, una messa alla prova necessaria per stabilirne il rango, nei limiti di una severa psico-fisio-analisi tesa a eliminare le scorie dell’uomo morale, dell’uomo etico e dei “diritti” sotto i quali nasconde la propria nullità sopravvaricante. Una sorta di “psicologia dell’intellettuale” e di ciò che di angustamente moderno e becero v’è in lui. Una messa alla prova dei vecchi istinti e dogmatiche, una esortazione alla prova del grande rifiuto, e un ripartire da zero, aldilà del bene e del male. Anelito alla filosofia dell’avvenire…

Per questo, continuando sulle righe di Ecce Homo, «questo libro è innanzitutto una critica alla modernità» , mentre Zarathustra era uno sguardo mitico verso il futuro; ed era anzi un orizzonte a-temporale quello che lo guidava – Aldilà del bene e del male testimonia  una sorta di viaggio a vuoto nel presente («i miei scritti sono degli ami che io getto[…] Se nulla ha abboccato, la colpa non è mia, mancavano i pesci…!») e indica un ritorno a terra della speculazione nietzschana; lo sguardo prima «vietato da una enorme coercizione a guardare lontano»; è ora costretto «a penetrare in ciò che è più vicino, il tempo, il circostante».

Così il libro assume un valore nettamente politico, che nella concezione nietzschana vuole rendersi totale, monista, in virtù della costante ri-unione dello iato che sussistente tra istinto/natura/dioniso e intelletto/mondo/apollo. Gioco eterno di divisioni e inclusioni, che testimonia, accostato nella Geburt “all’eterna lotta dei sessi”, l’innocenza del divenire: candido e spietato esso distrugge le lente pretese progressiviste e moralmente “ottimistiche” delle scienze moderne, incatenate al vecchio modus filosofandi e alla settorializzazione della conoscenza (si è visto, a mero scopo finanziario e di produzione insensata e vanitosa), costringendola di fatto ai margini del “potere” più plebeo, appendice della modernità, del modo di vivere che essa, smunta dea, giustifica, e a cui tutti si prostrano: tutti – costringendoci ad essere nessuno.

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