Natura e volontà. Divergenze metaetiche…

Riccardo Campa

Riccardo Campa, laureato in Scienze Politiche e in Filosofia all’Università di Bologna, è professore associato di sociologia nell’Università di Cracovia, dove tiene corsi in inglese e polacco di metodologia delle scienze sociali, sociologia e psicologia del terrorismo, sociologia della scienza, e sociologia delle organizzazioni criminali. Nel 2004 aderisce alla World Transhumanist Association e fonda l’Associazione Italiana Transumanisti, di cui è ora presidente.

La redazione

[1] Il cattolico identifica il soggetto morale – ovvero il soggetto a cui è richiesta una condotta morale o che si ritiene titolare di diritti – con la “vita umana”, anche se del tutto priva di coscienza, includendo perciò embrioni, feti, e corpi umani in stato vegetativo irreversibile. Il transumanista tende, invece, ad identificare il soggetto morale con “l’essere senziente”, un concetto ben più ampio rispetto a quello di umanità, e diverso da quello di vita umana. L’insieme degli esseri senzienti potrebbe infatti includere anche certe specie animali (nella loro natura attuale o in future versioni “potenziate”), nonché ipotetici alieni, computer pensanti, androidi, cyborg e oltreuomini. In questa prospettiva, il valore supremo non è la vita biologica, la mera esistenza, ma la volontà consapevole, l’intelligenza attiva.

Siamo dunque di fronte a due filosofie, dalle quali derivano due distinte bioetiche. Tuttavia, si notano delle differenze radicali fra transumanisti e cattolici anche a livello metaetico – ovvero a livello della definizione stessa di etica e, quindi, delle regole del gioco.

divenire-cop-n-1_fondo-magazineLe dottrine etiche sono spesso un insieme interconnesso di giudizi di fatto e giudizi di valore. Mentre i primi sono oggettivi, ovvero veri o falsi, i secondi sono soggettivi, ovvero miei o tuoi. Alla domanda etica «come dobbiamo vivere?» si risponde facendo in parte riferimento alla conoscenza, ossia a fatti oggettivi, e in parte – e soprattutto – a valori e valutazioni soggettive. In linea di principio, i transumanisti potrebbero rispondere agli anatemi dei cattolici, appellandosi semplicemente ai principi laici e liberali su cui le costituzioni democratiche pretendono di fondarsi. Se il dilemma è mutare o perire – secondo questo paradigma – i cattolici sono in fondo liberi di perire e non mutare, mentre i transumanisti sono liberi di mutare e non perire. Sennonché, i cattolici sono sordi a questa argomentazione e cercano continuamente di tradurre in legge i propri precetti, in “reati” i “peccati”, scivolando cosi inesorabilmente dalla bioetica “consultiva” dei comitati alla biopolitica coercitiva dei governi clericali.

Ciò accade perché i cattolici sono convinti che la morale sia un fatto di conoscenza e non di libera scelta valoriale, sia che venga fondata sul volere di Dio (il cui volere si presume conosciuto dalle sole gerarchie ecclesiastiche) sia che venga fondata sulle leggi di natura (conosciute ovviamente dai soli cattolici, o ai limiti dai “laici” che restano integralmente nell’orizzonte valoriale cristiano, pur avendone perduto per la strada la fondazione metafisica). Dunque, chi non è d’accordo con i cattolici è ipso facto immorale. Lo è per ignoranza – se non è a conoscenza della verità della rivelazione e della ragione naturale – oppure per pura malvagità – se la conosce ma la rifiuta, se non apre ad essa il cuore.

Su questo insiste in particolare Giuliano Ferrara, uno dei più acerrimi nemici del transumanesimo, nonché portavoce autonominato (e mai smentito) delle gerarchie ecclesiastiche. Nell’articolo Mettere in dubbio il dubbio[2], Ferrara arriva a paragonare il transumanesimo alla bomba atomica, paradigma di ogni malvagità umana: «La bomba di questo secolo non è distruttiva, al contrario: la nuova bomba è invece l’infinita capacità creativa del laboratorio». Ma per Ferrara il transumanesimo è anche peggiore, perché «questa arma ha… una forza devastatrice infinitamente superiore a quella dell’atomica. La creatività genetica può infatti anche curare la vita, non solo farla o predeterminarla secondo i suoi principi. Si presenta cioè con benevolenza».

Ovviamente, per il direttore de Il Foglio l’apparenza inganna, dal momento che il benessere nega il vero bene. «Possiamo stare meglio, concetto relativo, solo a patto di rinunciare alla buona vita, concetto assoluto. È tutto qui il relativismo transumanista: avrai un sempre maggiore benessere, migliorerai la tua condizione esistenziale, ma solo a patto di rinunciare all’ultimo sedimento oggettivo, stabile, della vita buona». Naturalmente, cos’è la vita buona è dato di saperlo solo a Giuliano Ferrara. Il depositario della verità assoluta ci spiega anche che «non è una questione di morale, di valori, è una questione di conoscenza e di ragione». E questo è il punto chiave.

La tesi viene immediatamente rigettata da Dario Antiseri, sullo stesso giornale, alcuni giorni più tardi: «No, qui non sono affatto d’accordo, giacché quel che dobbiamo essere e quel che dobbiamo fare è esattamente una questione di morale e di valori». E rincara la dose ricordando che proprio «la “presunzione fatale” di essere in possesso di verità ultime e definitive, di considerarsi interpreti legittimati di valori esclusivi, di conoscere l’essenza del bene e quella del male, di sapere in che cosa consiste la società perfetta, è la prima tra le cause per cui la terra è inzuppata dal sangue di milioni e milioni di vittime innocenti».[3] Antiseri difende dunque il relativismo. Si da il caso che Antiseri sia anch’egli cristiano, anzi, certo più di Ferrara, visto che quest’ultimo è solo un “ateo-devoto”. Tuttavia, le prese di posizione del Pontefice e delle gerarchie ecclesiastiche sembrano più in linea con quelle di Giuliano Ferrara, dato che indicano il relativismo etico come il male assoluto.[4]

divenire-n2_fondo-magazineÈ mai possibile che i bioconservatori clericali non si accorgano che lo stile di vita che loro ritengono “buono”, appare invece orrendo o insensato a milioni o forse miliardi di esseri umani su questo pianeta? Non si rendono conto che questa è solo la loro morale, la loro buona vita? Torna alla memoria un noto saggio di Leon Trotskij, il cui titolo ben si presta anche a descrivere questo scritto: “La nostra morale e la loro”.[5] In esso, Trotskij pone lo stesso quesito alla borghesia. Si rendono conto i borghesi che quello che loro chiamano “morale universale” altro non è che la morale della borghesia? I borghesi sono abilissimi nel relativizzare storicamente la morale antica dello schiavismo o quella medievale del feudalesimo, ma poi dimenticano sorprendentemente di relativizzare la propria. La trattano come un fatto universale, una legge naturale vincolante anche per i proletari o gli aristocratici. Naturalmente – aggiungo io – anche i comunisti cadono nello stesso errore, perché ritengono ancora una volta la società senza classi uno stadio definitivo dell’umanità, per cui la morale del proletariato viene ipso facto innalzata a morale universale. Sono relative solo quelle precedenti.

Alla base di questa presunzione fatale – comune anche alla visione di Ferrara – c’è un errore filosofico, che Antiseri non tarda ad evidenziare: «Stabilito (…) che le concezioni etiche sono contenutisticamente diverse, l’ulteriore irreprimibile domanda è la seguente: abbiamo a disposizione un criterio razionale, valido erga omnes, per decidere quale etica sia migliore in quanto razionalmente fondata? Ebbene, un interrogativo del genere, nucleo di ogni teoria dell’etica, non può ricevere una risposta positiva, se regge la “legge di Hume”. La legge di Hume ci dice che dalle descrizioni non sono logicamente derivabili prescrizioni, con la conseguenza che i valori di un sistema etico, i principi fondamentali, risultano fondati, in ultima analisi, sulle scelte di coscienza di ogni singola persona e non su argomentazioni di natura razionale».[6]

Tra l’altro, nell’articolo di Ferrara queste ragioni oggettive e assolute contro il transumanesimo o a favore della vita buona cristiana non paiono così evidenti o ben argomentate. C’è solo un vago appello alla saggezza antica, alla tradizione, alla nostalgia di ciò che fu e che forse non sarà più. Ma nel mio libro Etica della scienza pura[7] ho mostrato in dettaglio che le radici del transumanesimo sono antichissime, in particolare nella storia europea. Certo non meno di quelle dell’attuale bioconservatorismo. Dunque, vi sono diverse “saggezze antiche”, diverse idee di “vita buona” anche alle nostre spalle. Non si sfugge al relativismo rifugiandosi semplicemente nel passato, nella tradizione. Il passatismo, più che una scorciatoia è un vicolo cieco.

Ferrara dunque sbaglia sul piano filosofico perché non conosce (o scorda) “la Legge di Hume” e sbaglia sul piano storico perché non sa che si possono rintracciare le matrici ultime della mentalità transumanista nei miti greci, nell’alchimia, e nel pensiero di Ruggero Bacone, nelle teorie del quasi omonimo Francesco Bacone, o nei successivi movimenti di emancipazione dall’egemonia della metafisica cristiana, e in particolare nell’illuminismo e nel futurismo.[8] Antiseri ha invece ragione quando dice che «la “legge di Hume” è la base logica della libertà di coscienza. La scienza sa e l’etica valuta; esistono spiegazioni e previsioni scientifiche, ma non esistono spiegazioni e previsioni etiche – esistono valutazioni etiche. L’etica non è scienza; l’etica è senza verità. Da tutta la scienza non possiamo estrarre un grammo di morale».[9]

Tuttavia, si può andare anche oltre il discorso di Antiseri. Non solo Ferrara viola una norma logica, costruendo il dover essere sull’essere. Ciò che è ancora più grave è che, in realtà, costruisce il dover essere sul non essere. Nel senso che le stesse premesse fattuali dalle quali invalidamente deriva le norme comportamentali sono frutto di fantasia, piuttosto che di osservazione scientifica.

Vediamo la questione in dettaglio. Esistono molte dottrine etiche, ma esse possono essere riunite in due grandi famiglie: le dottrine consapevolmente relativistiche e le dottrine con pretese assolute. Chi accetta la relatività dell’etica non deve più supportarla con fatti e ragioni, deve solo affermarla – e possibilmente testimoniarla con la propria condotta. Ma chi intende proporre un’etica assoluta, valida per tutti in tutti i tempi e tutti i luoghi, ha necessariamente bisogno di fondarla su fatti (veri o falsi). Dire che una certa condotta umana coincide con il volere di Dio è un giudizio di fatto (vero o falso), non un giudizio di valore. Dire che una certa condotta è conforme alla natura umana è un giudizio di fatto (vero o falso), non un giudizio di valore. La legge di Hume riesce a spazzar via giudizi di valore (sul dover essere) fondati su giudizi di fatto (sull’essere), aldilà della verità o falsità di questi ultimi. Nella fallacia cadono proprio le argomentazioni tradizionaliste e passatiste acritiche, del tipo «facciamo così, perché si è sempre fatto così».

Ma che succede se un integralista religioso risponde che Hume è solo un uomo, e la sua è perciò una legge umana, mentre il volere di Dio è al di sopra delle leggi umane? Che succede se un integralista religioso rivendica il diritto di derivare valori da fatti? Che succede se, oltretutto, l’integralista pretende che i fatti che afferma sarebbero scientificamente fondati? Questa non è una possibilità astratta, ma un’osservazione sociologica, perché è esattamente quello che fanno gli integralisti religiosi. Tutte le dottrine etiche con pretese assolute mischiano giudizi di fatto e giudizi di valore, e rivendicano la correttezza dei primi e dei secondi.

Se si accetta questa logica, la scienza non corre più parallelamente all’etica, senza mai toccarla. È vero che la scienza non può né supportare né annientare un’etica relativistica, ovvero consapevolmente relativa, ma – se il richiamo alla logica cade nel vuoto – la scienza può ancora (e forse deve) demolire le etiche “assolute”, pretesamente necessarie, eterne e universali, mostrando che i giudizi di fatto su cui si basano sono falsi o scientificamente infondati.

Nell’articolo di Ferrara si capisce che l’autore cerca di giungere per vie razionali alle stesse conclusioni alle quali la Chiesa Cattolica è giunta in passato per vie teologiche. La nuova strategia è vitale, perché la via teologica, specie se “letteralista”, può essere facilmente demolita per via scientifica. Se quest’etica della bioconservazione è davvero il volere di un essere soprannaturale, su chi lo afferma pesa l’onere di due prove: la prova dell’esistenza di detto essere, e la prova della capacità esclusiva di certi esseri umani di farsi portavoce del volere di detto essere. Il metodo scientifico su questo è inflessibile. Per dirla con Euclide, «tutto ciò che è affermato senza prova, può essere negato senza prova». Dunque, in assenza di prove, le pretese assolutistiche dell’approccio teologico cadono di fronte ad una legittima e metodologicamente fondata negazione di Dio, di ogni essere soprannaturale, nonché della credenza (anch’essa tutta da dimostrare) che qualcuno abbia accesso privilegiato alla volontà del supposto ente supremo. Per la scienza, l’esistenza di Dio è solo una speculazione, libera finché si vuole, ma non è “un fatto verificato” e nemmeno un’ipotesi, perché quest’ultima prevede almeno una possibilità teorica di verifica o smentita.

Più complessa è invece la confutazione della morale bioconservatrice, se la si pretende fondata su una non meglio precisata natura umana o sulla ragione, ritenuta capace di riconoscere con certezza detta natura. Non a caso anche la Chiesa cattolica segue sempre più spesso la strada della morale naturale e non parla quasi più di Dio, sapendo della debolezza dell’argomento teologico, in una società ormai secolarizzata.

A ben vedere, anche a riguardo di questo approccio, la pretesa assoluta potrebbe essere rigettata facilmente… accettandone le premesse! Se è vero che detta morale è un fatto naturale, ovvero è fondata sulla natura umana, come si spiega il fatto che milioni di esseri umani non la sentono propria, non la fanno propria? L’unica conclusione logica è che tutti coloro che non la sentono propria, in realtà, non sono esseri umani. E, in effetti, frequenti sono le accuse dei moralisti cristiani agli immoralisti atei di inumanità, disumanità, diabolicità, bestialità. Su questo sembra non avere dubbi Don Giussani, il fondatore di Comunione e Liberazione, quando enfatizza «la lotta tra l’umano, cioè il senso religioso, e il disumano, cioè la posizione positivista di tutta la mentalità moderna [sic!]».[10]

Un nietzschiano coerente potrebbe del resto accettare per paradosso il ragionamento, portandolo alle estreme conseguenze. In sintesi: gli uomini hanno uno specifico codice etico, fondato sulla loro natura; detto codice, che la stessa ragione umana rivela, li vincola ad una determinata condotta di sottomissione all’autorità, di credenza incondizionata ai dogmi religiosi, e di bioconservazione; detto codice non vincola però le scimmie, perché non sono parte del consorzio umano; allo stesso modo non vincola gli oltreuomini, che hanno una natura del tutto diversa, postumana o almeno postumanista, e dunque sono refrattari ad una mentalità da schiavi nei confronti dell’autorità, pensano criticamente piuttosto che credere ciecamente, e – a differenza dei propri predecessori, della “corda tesa” che si sono lasciati alle spalle – sono pronti ad accettare la sfida dell’evoluzione autodiretta.

divenire3_fondo-magazineSi potrebbe obiettare che una simile risposta (una provocazione?) uccide il dialogo in partenza. Ma che dialogo è mai possibile con chi si ritiene depositario della verità assoluta, considera non negoziabili le proprie posizioni etiche e stigmatizza come “disumani” i suoi critici?

Tuttavia, lo spirito scientifico invita a non fermarsi a questa scorciatoia argomentativa. L’etica bioconservatrice crolla di fronte a ben più consistenti fatti, perché è fondata su una concezione pre-darwiniana e dunque falsa dell’uomo. Quando Ferrara (facendosi interprete di un sentire comune nel mondo cattolico) dice che è immorale l’idea stessa della mutazione della natura umana, sembra dimenticare che siamo immersi da sempre in un processo di evoluzione e, dunque, la natura umana è qualcosa di difficilmente definibile e da sempre in costante mutamento.

Non solo. Dimentica anche che molte delle caratteristiche attuali dell’uomo derivano da scelte dei nostri predecessori di adottare determinati modi di vita, soluzioni, e tecniche, a partire dalla pietra scheggiata. Utilizzando strumenti da incisione, l’uomo ha avuto sempre meno bisogno di unghie forti. Controllando il fuoco e cuocendo il cibo, ha avuto sempre meno bisogno di una dentatura possente, dando la possibilità al cervello di occupare porzioni crescenti della scatola cranica a scapito della mandibola. Migliorando le armi da taglio è entrato in possesso di pellicce che hanno gradualmente reso superfluo il pelo per proteggersi dal freddo. Costruendo ripari, piuttosto che limitarsi ad utilizzare quelli esistenti in natura, ha colonizzato ambienti diversi, con climi diversi, che hanno poi retroagito ulteriormente sul suo fenotipo e genotipo. Ogni nuova tecnologia ha retroagito sulla natura umana. Quindi la natura umana non è un dato, ma un prodotto della tecnica, forse prima ancora che dell’ambiente.

È dunque scientificamente infondato quanto afferma Ferrara: non è vero che l’uomo di oggi, l’uomo postmoderno, piombato nel nichilismo dei valori, avendo rinunciato alle proprie radici cristiane, ha deciso di trasformare se stesso con la tecnica, seguendo un semplice capriccio, magari perché si annoia. L’uomo ha sempre mutato se stesso con la tecnica! Lo ha sempre fatto, negli ultimi quattro milioni di anni. La differenza è che ora ha preso coscienza del processo e si chiede se non sia più consigliabile farlo in modo razionale e consapevole.

Se l’uomo ha creato se stesso, se l’uomo è l’essere artificiale per natura, se è difficile o addirittura impossibile tracciare una linea di separazione netta tra il naturale e l’artificiale, affermare che l’etica transumanista è un errore, significa affermare che l’uomo stesso è un errore. Ma questo non è certamente ciò che credono umanisti e cristiani. Dunque, c’è piuttosto un errore di fondo nella loro visione del mondo, che ci pare di avere svelato.

Naturalmente, i cattolici potranno sempre uscire dall’impasse affermando che la prova dell’esistenza di Dio è nella Rivelazione e che il darwinismo è solo un'”ipotesi”.[11] Aggrappandosi cioè alla fede e rinunciando alle vie razionali. Seguano pure questa strada, se preferiscono. In fondo, è la strada maestra indicata dalla destra cristiana americana. Ma, seguendo questa via, non possono che tagliare ogni definitivo ponte con la modernità, ossia con il resto del mondo scientificamente e tecnologicamente avanzato, che include anche potenze non cristiane come Cina, India e Giappone, o almeno parzialmente “decristianizzate” come l’Europa.[12] Se la via della ragione non è percorribile, per la legge di Hume o per l’infondatezza dei giudizi di fatto su cui si costruisce la dottrina etica, quella della pura fede conduce alla marginalizzazione.

Si badi che i transumanisti non derivano la liceità etica dei propri comportamenti dalla costatazione che “si è fatto sempre così, seppur inconsapevolmente”. Proprio perché, così facendo, violerebbero la Legge di Hume. E alla logica i transumanisti preferiscono non rinunciare. Tra l’altro, un movimento risolutamente futurista non può certamente cercare una autorità nel… passato, anche se il passato è davvero dalla sua parte. Quand’anche così non fosse, oggi si può mutare semplicemente perché si vuole mutare. Si torna dunque al primato della volontà e si accetta completamente la premessa metaetica del relativismo.

L’etica transumanista non è più “vera” di quella cattolica, nonostante tutte le difficoltà logiche ed empiriche di quest’ultima, dovute peraltro alle sue pretese assolutistiche. Non è più vera, perché i valori non sono né veri né falsi. Ma è la nostra. E questo ci basta.


[1] Tratto dal saggio “La nostra bioetica e la loro”, apparso in Letteratura Tradizione, n. 44, Heliopolis Edizioni, Pesaro 2009.

[2] G. Ferrara, “Mettere in dubbio il dubbio”, Il Foglio, 12 ottobre 2005.

[3] D. Antiseri, “Le mie obiezioni ai sostenitori della legge naturale”, Il Foglio, 19 ottobre 2005.

[4] Già nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontefice, l’allora Decano del Collegio cardinalizio Joseph Ratzinger aveva dichiarato guerra al relativismo: «Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». (http://www.vatican.va/gpII/documents/homily-pro-eligendo-pontifice_20050418_it.html). Come termine di confronto, vedi anche Stefano Vaj, “Elogio del relativismo”, in l’Uomo libero n. 65 del 01/03/2008, online a http://www.uomo-libero.com/articolo.php?id=415.

[5] In L. Trotsky, Letteratura arte libertà, Schwarz, Milano 1958, 133-169.

[6] D. Antiseri, “Le mie obiezioni ai sostenitori della legge naturale”, op. cit.

[7] R. Campa, Etica della scienza pura. Un percorso storico e critico, Sestante Edizioni, Bergamo 2007.

[8] Oltre al mio Etica della scienza pura, si vedano La scienza sperimentale di R. Bacone (Rusconi, Milano 1990); Nuova Atlantide di F. Bacone (Berlusconi, Milano 1996); Quadro storico dei progressi dello spirito umano (Rizzoli, Milano 1989), Il sogno di D’Alambert di D. Diderot (Rizzoli, Milano 1996). A proposito di quest’ultimo, si veda anche J. Hughes, “Il sogno di Diderot”, in Divenire. Rassegna di studi interdisciplinari sulla tecnica e il postumano (a cura di R. Campa), Sestante Edizioni, Bergamo 2009. Per quanto riguarda il futurismo, cfr. F. T. Marinetti, “L’Uomo moltiplicato ed il regno della macchina” (1910) e dello stesso autore il “Manifesto tecnico della letteratura futurista” (11 maggio 1912).

[9] D. Antiseri, “Le mie obiezioni ai sostenitori della legge naturale”, op. cit.

[10] Cfr. E. Bellone, La scienza negata, Codice edizioni, Torino 2005, p. 82. Giussani giunge a questa conclusione reinterpretando il mito di Ulisse, che è per lui «l’uomo intelligente che vuole misurare col proprio acume tutte le cose». Per il prete, è disumano l’atteggiamento di chi afferma: «l’unica cosa sicura è quella che tu costati e misuri scientificamente, sperimentalmente; al di là di questo c’è inutile fantasia, pazzia, affermazione immaginosa». Si chiede allora sarcasticamente Bellone: «Che cosa c’è di più alienante di una situazione in cui moltissimi organismi viventi sono formalmente classificabili come elementi di Homo sapiens ma sono, invece, disumani?».

[11] Ma dovrebbero perciò contraddire lo stesso Pontefice Giovanni Paolo II che, essendo malgrado tutto più “illuminato” dei suoi seguaci, ha avuto prima il buon gusto di chiedere scusa per la condanna a Galileo Galilei e poi, sullo slancio, di impegnarsi una coraggiosa difesa del darwinismo con il Messaggio ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze del 22 ottobre 1996. Se nell’enciclica Humani generis, Pio XII aveva affermato che l’evoluzione è un’ipotesi, quel giorno Wojtyla si spinse oltre e affermò che «circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell’Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi. È degno di nota il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all’attenzione dei ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline del sapere. La convergenza, non ricercata né provocata, dei risultati dei lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per sé un argomento significativo a favore di questa teoria» (www.vatican.va).

[12] Pellicani afferma senza troppi giri di parole che «la “vera Europa” oggi è pagana, non già cristiana» (Le radici pagane dell’Europa, op. cit., p. 179).

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