L’Altro, io e l’elogio dell’oblio. Sciopero…

miro renzaglia

L’articolo di Miro Renzaglia che segue è stato pubblicato sul quotidiano l’Altro, il 26 settembre u.s. e fa riferimento al dibattito in corso su quel giornale avendo come tema la “memoria condivisa”, di cui il Fondo ha già dato resoconto (si vedano gli articoli: “Odio e sopraffazione nella musica dei fasci?” di Francesco Mancinelli, con annessa discussione sul forum e: “Se la nostra è la memoria dei vincitori” , di Valerio Morucci). A causa della sua pubblicazione, alcuni redattori del quotidiano l’Altro sono entrati in sciopero.

La redazione

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ELOGIO DELL’OBLIO

Miro Renzaglia

Questa idea di condividere la memoria tra (ex?) fascisti e (ex?) comunisti nasce da una marzullata di Pino Casamassima che, su queste pagine [de l’Altro, ndr], da solo si è fatto la domanda: possiamo condividere le nostre memorie? e da solo si è dato la risposta: no, non si può.  Motivando il suo “no”, con l’ottima (?) ragione di quello che sembra un sillogismo di ferrea compostezza: “Izzo (o Guido, o Ghira)  è fascista; Izzo è un massacratore; tutti i fascisti sono massacratori”. Sennonché, quello di Casamassima, non è un sillogismo ma, per dirla con Lewis Carroll, un “sillygismo”, ovvero: una sciocchezza (silly = sciocco). Infatti, a destrutturarlo appena, non corrisponde per nulla alla classica formula aristotelica A=B, B=C, C=A ma si adatta perfettamente a quella dell’autore di Alice nel paese delle meraviglie: da due premesse si produce una conseguenza, errata per ragionamento logico (e, anche, per evidenza immediata) ma coerente (per quanto, sciocca) alle premesse. Per esempio: «La regola è: marmellata domani e marmellata ieri, ma mai marmellata oggi. Marmellata a giorni alterni: oggi non è un giorno alterno». Mi sembra del tutto ovvio che sulla conseguenza: “tutti i fascisti sono massacratori, come Izzo” sia stato espresso il nullo gradimento di condivisione. E  – aggiungo – vorrei vedere: nemmeno la mamma di Izzo condividerebbe con il figlio gli orrori della sua memoria.

Di seguito, poi, si è aggiunta tutta un’altra serie di discutibili (e, infatti, se ne discute…) ragioni per cui questo matrimonio (delle memorie) non s’avrebbe da fare. Quasi tutte motivate comunque dall’insita violenza nel Dna dei fasci, manifesta persino nelle loro canzoni. Come se “Rigurgito antifascista” dei 99Posse, o lo slogan “Ama la musica… odia il fascismo” della Banda Bassotti fossero inni pacifisti… senza considerare quel manifesto antifemminista “Voglio una donna” di Roberto Vecchioni che, di sicuro, fascista non è… Oppure, e invece,  s’avrebbe da fare, ma secondo una formula che trovo raccapricciante: la conta dei morti. Io penso di avere un’altra memoria con cui fare i conti e, come il Cyrano di Rostand, che al massimo insulto rivolto alla sua persona («Avete un naso grande»), rispose con il celebre monologo sulle infinite possibilità di essere, in tema, ben più incisivamente variabili, ve la metto a disposizione: caso mai voleste circostanziare  e motivare meglio il vostro rifiuto.

Partiamo, come mi sembra doveroso, dalle origini. Circa nel 1926, a Leo Longanesi scappò detto: «Mussolini ha sempre ragione». Presto trasmesso al popolo con un più roboante: “il duce ha sempre ragione”, l’assioma divenne apodittico. Un assioma apodittico – è ancora Aristotele a spiegarlo – definisce epistemologicamente: principi scientifici veri e dimostrabili. Può un uomo e con lui la sua azione essere esente da errore? Si può non contestargli mai nulla? Ci si può uniformare alle sue decisioni con cieca fiducia nella sua infallibilità? No, non si può. O meglio: non si potrebbe e finanche non si dovrebbe. Ma concediamo pure agli uomini di quell’epoca la giustificazione di averlo adottato come riflesso automatico, sospeso fra il sincero consenso all’opera e l’esercizio di repressione del regime. Quel che rimane ben più difficile da accettare è che la destra-radicale si ostini a credere  che il duce continui ad avere sempre ragione. E che questo e solo questo sia il modo migliore per essere fedeli all’idea e alla storia di quell’idea. Mi limiterò ad alcuni esempi macroscopici. La conquista dell’Etiopia con l’uso (anche) dei gas nervini? Quasi una missione di pace, legittimata dal giusto anelito di avere anche l’Italia il suo “posto al sole” tra gli imperi coloniali. Le leggi razziali? Un dettaglio che riguardava poche migliaia di persone in eterna cospirazione contro l’Italia. L’entrata in guerra contro Gran Bretagna e Francia? Una necessità. E la campagna di Russia? Obbligo di fedeltà al grande alleato tedesco. E la dichiarazione di guerra agli Stati Uniti d’America? Se non lo avessimo fatto noi, lo avrebbero fatto loro. Questo, a livello di militanza di base. Se, poi, alziamo un po’ il livello della riflessione, possiamo rinvenire sì, qualche critica all’uomo che aveva sempre ragione, ma di un segno opposto a quello che sarebbe in auspicio. Prendiamo Evola, ad esempio. In quella summa del pensiero politico reazionario che è  Il fascismo visto dalla destra si legge questa gemma: «Un ulteriore aspetto negativo del sistema [fu il] fenomeno del “ducismo” (…) che dava quasi sul tribunizio e bonapartistico [rappresentando]  l’inclinazione, se non demagogica, almeno alquanto democratica, ad “andare verso il popolo”…». Capita l’antifona? Se il duce errore commise, secondo Evola, fu di essere stato fin troppo attento alla voce e al consenso del popolo… che gli dava sempre e comunque ragione.

Evola è responsabile anche di un’altra grave e assai frequente patologia della destra-radicale: quella che su altre pagine ho definito “complesso delle termopili”. Mi spiego. Finito come finì l’infausto regime, gli irriducibili in camicia nera si trovarono ad essere contesi da Togliatti, che voleva riciclare il loro spirito rivoluzionario nelle file del Pci (come in realtà avvenne in migliaia di casi) e da De Gasperi che, per contrasto al Migliore, pensò di consentirgli di costituirsi in partito autonomo. Un partito che, nelle sue intenzioni (di De Gasperi) doveva però rimanere sistematicamente fuori dell’agone politico. Ebbe ragione De Gasperi e nacque il Msi che, infatti, tranne pochissime e sempre infelici occasioni, lasciò i voti del suo elettorato rigorosamente in frigorifero, inutilizzabili per qualsiasi prassi democratica. A questa quasi assoluta inutilità, Evola offrì la pezza d’appoggio eroico-teorica degli: “uomini in piedi fra le rovine” ad aspettare che, insieme al nemico da battere, arrivasse la fine del Kali Juga e l’avvento della nuova, radiosa età dell’oro. Non furono pochi quelli che pretesero di fare della discriminazione di cui erano palesemente vittime, il vanto dell’uomo differenziato che si ritrae dall’agone pubblico in segno di disprezzo per la politica democratica. Un “mito”, insomma, che l’avveduto Marco Tarchi definì, a suo tempo e giustamente, “incapacitante”. Talmente incapacitante che, come spiega Freud con quello di Edipo, il mito si trasformerà presto in un complesso, il “complesso delle termopili” appunto, ovvero: l’eternarsi del mito del guerriero, pronto al sacrificio, che abbandona la polis (Sparta) per andarsi ad arroccare. Chi ne soffre schifa, ovviamente, la politica: roba da mercanti del tempio; da molli panciafichisti; esercizio da nani dello spirito… Mica è cosa per noi… Dove il “noi” sta per: gli eletti da superiori ordini divini. Qual è il guasto che produce? Gli è che i complessati in questione non sanno vivere senza la quotidiana sovra dose di adrenalina da cui dipendono simil tossicologicamente. Così, se il nemico non arriva dove e con le sembianze che si aspettano, se lo inventano: ieri i comunisti, oggi gli immigrati, domani i gay, dopodomani chissà… Intanto, il nemico vero (il capitalismo) ha deciso di lasciarlo combattere la sua battaglia contro il Nulla o il Poco. Mentre lui (il capitalismo) commercia, parlamenta, occupa, spaccia storie e geografie, inventa nuove liturgie ipnotiche di massa, s’introduce e s’insedia nella polis: insomma, fa la sporca politica che fa da sempre. Ormai, senza opposizione…

Altro vizietto, per niente originario storicamente, fortemente inciso in molti raggruppamenti della destra-radicale, è lo spirito di setta. Dico: “non originario”, perché di tale morbo non si rinviene traccia nelle prassi e nei metodi del fascismo storico che, anzi, fece della “mobilitazione di massa”, acutamente osservata da Renzo De Felice, un metodo di coinvolgimento pubblico che è l’esatta antitesi di ogni settarismo. Molto probabilmente, a determinarlo fu lo stato di esiliati in quelle fogne dove ci costrinsero i “formidabili” (formidabili, per chi?) anni 70. Ricusati dall’ordine democratico (l’arco costituzionale) e bersaglio di esercizi omicidi che pretendevano non essere perseguibili per legge (“uccidere i fascisti non è reato”), la chiusura in noi stessi fu prassi di legittima difesa. Anche giustificata, se vogliamo. Ingiustificabile, fu il perpetuarsi di quello stato di necessità (di chiusura) fisica, una volta scattato il cessato allarme. Purtroppo, il virus ormai era in circolo: e da fisico che era, si fe’ mentale. Una volta dentro il circolo chiuso della setta, uscirne è impossibile, se non per scomunica. La scomunica, come sanno tutti, è l’arma di ricatto più feroce per l’adepto di qualsiasi setta: essere fuori della comunità, vuol dire ritrovarsi a fare i conti solo con se stessi e pochi se lo possono permettere. Ma la scomunica scatta solo in un caso: l’infrazione delle regole interne. Tanto per fare un esempio: se Marco Tarchi oppone una petizione degli iscritti al partito, contro la proposta legislativa delle gerarchie missine di ripristinare la pena di morte, viene espulso.

“Ordine e Disciplina” è un altro grande moloch  che ingessa le menti di molti destro-radicali. Questo sì, risalente all’inquadramento quasi casermistico del regime che fu. Dimenticata la fase movimentista e illegale che precedette e concluse la marcia su Roma, noi, cent’anni dopo, gli eterni delinquenti per tutti, ci coviamo ancora in petto l’eterno questurino. Da qui, nei decenni, la ricorrente tentazione di intrallazzare con gli apparati d’ordine e di sicurezza dello stato “democratico e antifascista”, fino ad ipotizzare un golpe (mettiamo quello del principe Borghese) che, spazzando via la “sovversione rossa” e la “infezione democratica”, avrebbe ridato d’incanto alla nazione intera la disciplinatissima aura del regime che fu. E pazienza se a incoraggiare una tale tentazione (golpista) fossero, che so?, la Cia, la mafia, la massoneria e altre consorterie che, dal regime che fu, furono fieramente avversate: sorta che fosse la Quarta Roma, il sole avrebbe ripreso a splendere sui colli fatali irradiando l’universo mondo. Roba da fucilazione alla schiena per alto tradimento…

A questo punto, mi potreste obiettare: ebbene, quali farfalle vai cercando sotto l’arco di Tito? Comunque la metti, con una tale montagna di pregiudizi, complessi, tic nevrotici, manie e loro conseguenze nefaste, cosa dovremmo condividere? E, semmai vi avessi proposto una cosa del genere, avreste ragione. Ma non l’ho fatto. Solo che, nel frattempo, si sono manifestati, come segnala Valerio Morucci (l’Altro, 16/09): «I fascisti ‘sociali’ anti banche e multinazionali, impegnati per il diritto alla casa e al reddito sociale (…) Giovani infuriati per lo smarrimento di senso della propria vita [con i quali] i comunisti affrancati dalla vocazione totalitaria e dalla resistenziale arteriosclerosi del pensiero, [potrebbero trovare] magari inattese comunanze…». E se, ancora,  Massimiliano Smeriglio, sempre dalle pagine di questo giornale (l’Altro, 17/09) riesce ad esprimersi così: «Casapound, lo dico con rammarico, in questo senso è un grande esempio. Cultura, contesto, linguaggio, immaginario, politica ma senza l’ansia da prestazione, comunanza, trasversalità, idealità, relazione e trattativa…»,  forse esiste l’indice che, dalle mie parti, un percorso di fuoriuscita dalla palude che ho descritto è stato fatto e comincia ad essere riconoscibile anche dall’esterno.

Voglio con ciò invitarvi a condividere la memoria con i fasci-in-action del terzo millennio, che nulla hanno ormai delle sembianze destro-radicali? No, non vi chiedo nemmeno questo. Primo, non ho i titoli per farlo e, secondo, penso che la memoria è uno strumento utile ma anche molto pericoloso: a volte può ingannarti, in altri casi ti costringe dentro gabbie comportamentali  automaticamente pavloviane che non servono a niente altro che tenerti prigioniero dei tuoi pregiudizi. In ogni caso, va maneggiata con cura. Per questo, io sto con Nietzsche (e, per favore, non mi tirate fuori nei suoi confronti la vecchia obiezione del proto nazista), quando afferma: «La serenità, la buona coscienza, l’azione felice, la fiducia nel futuro – tutto ciò dipende, nei singoli come nel popolo (…) dal fatto che si sappia dimenticare al tempo giusto, tanto bene quanto si sa ricordare al tempo giusto…».

A me sembra che nei decenni appena scorsi abbiamo ricordato pure troppo, fino a fare delle nostre (rispettive e non condivisibili) memorie, un culto. Ne converrete: da qualsiasi punto di vista si voglia osservare questo culto, non è che i risultati siano stati particolarmente felici. Allora, rivolto la frittata chiedendo: e se, invece della memoria, provassimo a condividere l’oblio?

 

 

 

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