La banda Casaroli

Romano Guatta Caldini

ma un tempo fu un bandito
bandito senza tempo
veniva con la pioggia
e se ne andava via col vento

The Gang – Bandito

casaroli1_fondo-magazine«Ho per principio la Vita, per fine la Morte. Voglio vivere intensamente la mia Vita per abbracciare tragicamente la mia Morte » (1) – scriveva l’anarchico ed espropriatore Renzo Novatore. A riaccendere la fiaccola della Rivolta, dell’Individualista spezzino, ci pensarono due ex militi della Repubblica Sociale Italiana e un ex partigiano sui generis. Lo sfondo in cui s’incrociarono i destini dei tre novelli Iconoclasti, è la  Bologna anni cinquanta, la Bologna busona, quella del carcere di San Giovanni in Monte, del neorealismo sugli schermi cinematografici e della miseria che si tocca con mano.

«Fin da ragazzo Paolo si era mostrato rissoso, violento, bugiardo e fantasioso» (2) – ha scritto Franco Di Bella dipingendo Paolo Casaroli [nella foto].  Classe 1925, orfano di padre e con una gran voglia di far andar le mani, a diciassette anni Paolo scappa da casa, abbandona un lavoro da ceramista e si arruola nella costituenda  Decima Mas. All’azione affianca vaste ma scomposte letture; Nietzsche e D’Annunzio sono i suoi preferiti ma non disdegna Jung e Sartre. L’altro protagonista è Daniele Farris, anche lui Bolognese e anche lui fuggito da casa per andare a combattere sotto le insegne della Repubblica di Salò. A differenza di Paolo, Daniele si arruola nella Brigata Nera Mobile “Attilio Pappalardo”, quella comandata da Franz Pagliani, il gerarca estromesso dall’incarico da Mussolini, per eccessivo zelo nella conduzione della lotta antipartigiana.  Il terzo e ultimo protagonista è Romano Ranuzzi detto Il Bello, per il fascino che  esercita sulle donne. Anch’egli orfano di padre come Paolo, come lui affamato di letture e costantemente in cerca di avventure. Nel ’44 tenta di arruolarsi nella Guardia Nazionale Repubblicana, ma viene rispedito a casa per la giovane età. In risposta all’onta subita, Romano si aggrega ad una colonna di partigiani bolognesi, dato che questi ultimi, si fanno molti meno problemi nel mandare al macello i ragazzini.

Paolo Casaroli e Romano Ranuzzi,  s’incontrano per la prima volta, nel dopoguerra, nel carcere di Bologna. Le loro celle sono vicine, così quando Paolo declama Nietzsche, da dietro le sbarre gli fa eco Romano con Sartre. Il sodalizio tra il nichilista e l’esistenzialista darà vita a una batteria di rapinatori, tra  le più famigerate che l’Italia del dopoguerra abbia conosciuto. Al gruppo di banditi-filosofi si aggregherà Daniele Farris, vecchia conoscenza di Casaroli, ma solo nel 49, in seguito a un’ amnistia, dato che anche lui, come i due amici, era finito in carcere per reati comuni.

All’uscita dalla galera si ripresenta puntuale la domanda sul da farsi; piegarsi a un sistema che ti uccide a suon di tasse e cambiali, prendendoti per usura, o  riprendere il cammino in cerca della bella morte. «Colui che adempie la sua vita, morrà la sua morte da vittorioso, circondato dalla speranza e dalle promesse di altri. Così si dovrebbe imparare a morire: e non vi dovrebbe essere festa alcuna, senza che un tal morente non consacrasse i giuramenti dei vivi! Questa è la morte migliore; quindi viene: morire in battaglia e profondere un’anima grande» (3) ha scritto Nietzsche. E se le letture influiscono sulle scelte di un uomo, allora anche Sartre ebbe il suo peso. Ha infatti dichiarato anni dopo Casaroli: «leggevo Sartre e lo interpretavo a modo mio, la morte era soltanto una liberazione. Dentro sentivo un fuoco terribile e l’autodistruzione era l’unico modo per estinguerlo. » (3)

Come tutti gli uomini a un bivio, anche i componenti della banda decideranno di affidare la scelta esistenziale alla sorte, più precisamente a una moneta. Croce ci si rassegna a un’esistenza riassumibile nella triade del  produci-consuma-crepa, testa si ricomincia a far rapine, ma in grande stile e poi succeda quel che succeda. Quando Casaroli  incise sul dorso del suo bracciale la frase, «mamma fu destino», divenne chiaro a tutti quale faccia della moneta si era svelata decisiva.  Tutto ciò era comunque conforme al disegno politico vagheggiato da tempo dalla coppia Casaroli – Rannuzzi. Ha scritto in merito Cristiano Armati: « Il superuomo di Nietzsche, nella prospettiva dei filosofi banditi, diventa esistenzialista e immagina nuovi piani per un futuro ordine sociale: una dimensione anarco – individualista a cui si può pervenire anche attraverso la rapina. (…) Ciò che li unisce è la fede nei confronti di una forma quasi metafisica di guerra. Una guerra da combattere da soli, contro tutti e contro ogni cosa. » (4)

Il primo esproprio, attuato dalla banda, per lo più merce proveniente da abitazioni private, fruttò la misera cifra di circa  seicentomila lire. Tale pochezza e qualche inceppo organizzativo, indussero Casaroli ad assumere altri compagni di ventura, tra questi, il più sveglio, di mente e di mitra, risultò Lorenzo Ansaloni, anche lui ex milite delle Brigate Nere come Paolo. Il banco di prova della nuova banda fu la filiale genovese della Banca di Roma che fruttò il considerevole bottino, per l’epoca, di circa sei milioni. La bella morte non era arrivata,  in compenso iniziò la bella vita. Anche il processo nichilistico di autodistruzione richiedeva la sua dose di classe e ricercatezza, ma un’esistenza al di sopra delle proprie possibilità, portò ben presto all’esaurirsi della cassa comune. Per far fronte alle spese, urgeva rimpinguarsi le tasche di denaro liquido e il solo modo che conoscevano per procurarselo, rifiutando il lavoro, era la rapina. Così, dopo aver preso a nolo una fiat 1400 puntarono su Torino. Ad essere presa d’assalto, questa volta è la Cassa di Risparmio di via Stradella. Ottocentomila il bottino. Troppo poco, bisogna fare un altro colpo e infatti poco tempo dopo prendono d’assalto l’agenzia n° 3 del  Banco di Sicilia  a Roma. Il copione è il solito: Ansaloni fuori con il motore acceso, Farris a far da palo, Rannuzzi che tiene d’occhio  personale e clienti e Casaroli che salta il bancone facendosi riempire la borsa di contanti. Ma qualcosa questa volta non funziona, il cassiere reagisce e Casaroli ordina ai suoi di sparare. A cadere sotto i colpi di Farris è il direttore della banca Gabriele Angelucci. La banda batte in ritirata, per la fuga usano un’altra 1400 presa anch’essa  a nolo come quella per la rapina di Torino. Grave errore, questo, che pagheranno caro.

Gli inquirenti, infatti, dopo aver seguito le tracce lasciate dalla banda nei garages di nolo, riescono ad arrivare a Casaroli e alla sua abitazione di via San Petronio Vecchio a Bologna. Nell’appartamento ci sono Ranuzzi, Casaroli e Farris. All’arrivo degli agenti, per farsi strada, Ranuzzi spara e inchioda al portone  l’agente di pubblica sicurezza Giuseppe Tesoro. Intanto Farris è riuscito a guadagnarsi la fuga  dall’uscita laterale, mentre Casaroli e Rannuzzi dopo una corsa a rotta di collo in strada, riescono a salire al volo su di un tram di passaggio, lasciandosi alle spalle un altro agente; Giuseppe Tonelli, che giace sanguinante sull’asfalto. Scesi al volo dal tram, ricomincia la corsa a piedi ma tra i passanti c’è il brigadiere in pensione Mario Chiari che ha la bella idea di provare a fermare i due fuggiaschi. L’ex militare finirà con l’allagare di sangue, il suo, i portici di Bologna. Un vigile urbano, invece, accorso sul luogo del delitto, per soccorrere il collega, sarà colpito a una gamba, mentre sorte peggiore toccò a un tassista che tentò invano di raggiungere una cabina telefonica per chiedere aiuto. La fuga, però, sta per volgerete al termine.   Casaroli e Rannuzzi capiscono che continuare a piedi è una follia. Salgono così su un’automobile abbandonata da un autista impaurito e si accingono a partire, quando vengono accerchiati da carabinieri e polizia. Inizia la sparatoria, Rannuzzi è raggiunto al ventre da una raffica, non muore ma non vuole neanche finire nelle mani dei militi.  Si volta verso Casaroli, saluta l’amico, punta la pistola verso se stesso e spara. Paolo non è da meno, con un salto balza fuori dall’automobile esponendosi al fuoco nemico, non ha neanche il tempo di premere il grilletto che viene crivellato di colpi.

Ha scritto Massimo Fini : «Il Ribelle (…) vuole solo rimanere se stesso, fedele a una sorta d’inconscia promessa che si è fatta da Ragazzo. » (5) In tal senso, Daniele Farris cercò di non tradire mai il ragazzo che insieme a Casaroli e Rannuzzi, aveva deciso di sconvolgere il mondo. Farris era riuscito a fuggire nascondendosi in una bisca ma la notizia della morte dei due amici lo sconvolse. Raggiunse il cinema Manzoni e durante la proiezione de La valle della solitudine, approfittando dell’oscurità, si piantò una pallottola nel cuore. Il biglietto che trovarono nel seggiolino adiacente il corpo  riportava queste parole: «La faccio finita non per paura né per vigliaccheria ma solo perché ho il rimorso di non essere stato vicino ai miei amici e specialmente a Paolo nella sua ora estrema. Non mi pento di nulla, ho fatto tutto ciò che volevo. (…) Paolo, mantengo la promessa, ti seguo.» (6)

La storia però non si conclude qui. All’ospedale c’è un uomo che dal suo letto, con voce flebile intona ‘O sole mio, per farsi beffa degli agenti , increduli, che lo piantonano. E’ Paolo Casaroli. Non ha mai smesso di respirare. E’ vivo, vegeto e si è ripreso in modo miracoloso.  Per lui inizierà il calvario carcerario, fatto di catene e isolamenti ma nonostante ciò, non si piegherà mai alla repressione delle galere democratiche. Quando il sistema deciderà di allentare la presa, Casaroli riprenderà le passioni di un tempo; la filosofia e la pittura. Segno della sua vivacità culturale, ad esempio, è la lettera indirizzata a Benedetto Croce in merito a una recensione di quest’ultimo a un trattato di Kant: «Egregio Onorevole, ho letto attentamente i suoi commenti e critiche sul trattato di pedagogia e didattica di Kant. Biasimo e deploro la sua enfatica prosopopea doppiamente deplorevole per il fatto che lei denigra un defunto.(…) La sua è una filippica feroce e ridicola al tempo stesso (…) »(7) La lettera si conclude con la seguente promessa: «Quando uscirò di qui verrò a farle la pelle. Saluti. P. Casaroli. » (8) Parole forti, forse scritte nella speranza di ottenere l’infermità, ma frasi comunque consone al personaggio e al suo retaggio culturale. Retroterra, quest’ultimo,  che influirà anche nella composizione del memoriale scritto durante la detenzione.  Significativi, in questo senso, sono i richiami a Nietzsche: «La natura mette, di tanto in tanto, al mondo, certi uomini cui assegna compiti superiori al comune; questi hanno un destino speciale: per loro è naturale che non valgano le leggi comuni, essi devono far valere la loro autorità, la loro forza e devono usarla. Quello che essi compiono, che per altri potrebbe essere crudele, per loro non è crudeltà. » (9)

Nonostante le intenzioni poco pacifiche nei confronti del mondo e un tentativo d’insurrezione carceraria, Casaroli sconterà quasi trent’anni in galera. Con il tempo e l’applicazione sistematica, diverrà un pittore piuttosto quotato. La rabbia che un tempo sfogava in modo maldestro con una pistola, ora la re-indirizzava in maniera sinuosa, con fluide pennellate nere sulla tela.  Le sue colpe il sistema gliele aveva fatte pagare tutte, fino in fondo e senza sconti. Casaroli non si era mai pentito né aveva avuto rimpianti, se non uno, quello per gli amici persi per strada. A un Enzo Biagi in cerca di rivelazioni, aveva infatti dichiarato: « Gli amici, rimpiango gli amici. C’era fedeltà tra noi, fino all’ultimo. Neppure la politica ci divideva: Farris diceva di essere fascista, Ranuzzi era comunista e io ero…anti. » (10)

___________________

(1)   Renzo Novatore – Il mio individualismo iconoclasta , “L’iconoclasta” 1920

(2)   Cristiano Armati – Italia Criminale, Newton Compton Ed. p. 77

(3)   F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

(4)   Cristiano Armati – Italia Criminale, Newton Compton Ed. p. 78

(5)   op. cit., p. 79

(6)   Massimo Fini – Il Ribelle, Marsilio Ed. p.212

(7)   Pino Cacucci – Mastruzzi indaga, Feltrinelli Ed. p. 103

(8)   op. cit., p. 104

(9)   Cristiano Armati – Italia Criminale, Newton Compton Ed. p. 83

(10) Pino Cacucci – Mastruzzi indaga, Feltrinelli Ed.  p. 100

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