Il “nostro” Francesco Paolo Michetti

Carlo Fabrizio Carli

michetti_fondo-magazineL’anno passato fu allestita a Roma in una sede prestigiosa – le Scuderie del Quirinale – e a cura di studiosi autorevoli, perfino investiti di ruolo istituzionale, una importante mostra sull’arte dell’Ottocento italiano. Non è questa la sede per formulare una valutazione di quella esposizione che pure nasceva dal lodevole proposito di rileggere e rivedere il giudizio troppo spesso e sbrigativamente riduttivo, purtroppo anche da parte di critici italiani, di un secolo che a me, e fortunatamente non solo a me, appare non indegno di una grande tradizione culturale qual è quella italiana, e che è certo penalizzato dal confronto non adeguatamente impostato con la situazione francese. Fatto sta, che nei due piani del percorso espositivo non figurava alcun artista abruzzese: non i teramani (Bonolis, Della Monica, Celommi); non Smargiassi e i quattro fratelli Palizzi; non il grande Patini, non Barbella, e neppure, per venire al nostro caso, Francesco Paolo Michetti.

E dire che, all’inizio degli anni Venti del Novecento, Giuliotti e Papini, nel loro Dizionario dell’Omo Salvatico, ricordavano – con espresso riferimento a Croce, a d’Annunzio, ma altresì al Cenacolo michettiano – come, appena pochi decenni prima, la cultura italiana fosse stata sul punto di diventare abruzzese. Una battuta, certo, quella dei due sodali strapaesani e polemici; eppure una battuta che aveva il suo fondamento. Un fondamento che si vorrebbe oggi ribaltare, al punto da far apparire secondario l’apporto abruzzese alla vicenda dell’arte italiana del XIX secolo?

Tutto provinciale, insomma? E dire che Giuseppe Palizzi viveva e lavorava fianco a fianco con i Barbizonniers, punto di riferimento degli italiani colti che approdavano a Parigi, e, sempre per insistere nel nostro caso, che Michetti ventenne era conteso dai due maggiori mercanti d’arte parigini del tempo, Reutlinger e Goupil; che nella capitale francese esponeva alle mostre più importanti, ai Salons e alle esposizioni universali, ed era di casa. Per non parlare del successo ottenuto in Olanda, in Austria e soprattutto in Germania, dove il mercante-collezionista Ernest Seeger nel 1898, e quindi quando il successo in Francia si era ormai affievolito, gli aveva acquistato in blocco le intere giacenze dello studio e allestito una grande mostra a Berlino.

Affezionato, sì, il pittore, all’eremo francavillese, ma non al punto da sottrarsi ai viaggi, ai contatti, agli incontri necessari.

E’, il Michetti degli esordi, pittore di una freschezza impagabile di colore e ideazione, di vaporosità atmosferiche, che sedusse alla lettera i contemporanei e continua a coinvolgerci. Quasi un dono innato, che si rivelasse spontaneo; quasi un enfant prodige. Fa parte di una sorta di leggendario dalle molte versioni analoghe, la vicenda di Eduardo Dalbono che scopre all’Accademia di Napoli, da abusivo frequentatore, il ragazzo sedicenne, orfano di padre e poverissimo, venuto da Chieti con un modesto sussidio concessogli da quell’amministrazione provinciale. Al pittore basta un’occhiata ai disegni che Michetti traccia su della carta di occasione, per rendersi conto del talento di quel “curioso ragazzo”.

raccoltazucche_fondo-magazine(La raccolta delle zucche, 1873)

Frutti di un talento innato: come si potrebbero definire altrimenti le opere della formazione nella prima metà degli anni Settanta, come la Mezza testa di Vecchio, del 1868; La Raccolta delle zucche (1873); i formidabili Autoritratti giovanili; il Fanciullo al sole, del ’74; il Ritorno dai campi, del ’75; la Processione del Venerdì Santo,  sempre del ’75, con il nutrito corredo di felicissimi studi e bozzetti.

Certo, non intendo qui negare i limiti, che pure ci furono, della pittura michettiana: un eccesso di descrittivismo; la sfarfallante fascinazione da parte del fortunismo, un impressionismo acceso e carico, coinvolto nell’aneddoto, fino al rischio di dissipazione.

Ma Michetti è per noi soprattutto l’interprete pittorico di quello che Tommaso Sillani – autore della prima monografia, postuma, di Michetti – definì “Abruzzo religioso”; le tradizioni ancestrali, le superstizioni anche, i culti che affondavano magari in retaggi precristiani, che avevano all’epoca una forza e un radicamento tenacissimi, oggi in gran parte smarriti. Un contesto da cui discendono le grandi composizioni corali, fortunatissime: La processione del Corpus Domini a Chieti (1876-’77), acquistata dall’Imperatore di Germania; Il morticino (1884), che tanto colpì d”Annunzio; Il Voto (1883), grande successo all’Esposizione di Roma del 1883, ed acquistato dallo Stato per la costituenda Galleria Nazionale d’Arte Moderna; La figlia di Iorio (1894-’96) dipinto premiato alla prima Biennale di Venezia nel 1895; Le Serpi; Gli Storpi (1900).

figlia-di-iorio_fondo-magazine1(La figlia di Iorio, 1894-’96)

Un pittore spesso di insospettabile solidità, basti pensare alla gran quantità di schizzi e studi per le tele maggiori: vorrei ricordare come unico esempio gli studi a pastello per la Pesca delle telline (1877 ca.). Un realismo, certo, il suo; ma complesso e problematico, come ha autorevolmente dimostrato Anna Maria Damigella.

E Michetti è per noi pure l’animatore del celeberrimo Cenacolo, che radunava, accanto al Pittore, d’Annunzio, Tosti, Barbella, la Duse, Eduardo Scarfoglio, Matilde Serao ed altri sodali. Pittura, scultura, musica, poesia in una aspirazione di arte totale.

E non tutto si esauriva per Michetti nella dimensione estetica; anche nel campo civile e politico, che pure non era il suo e in cui si muoveva con circospezione, volle lasciare la sua testimonianza. Come quando, Senatore, votò in aula contro l’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale, anche se ciò lo poneva contro l’amicissimo d’Annunzio e altri sodali.

Al giro di boa tra Otto e Novecento, Michetti – cui restava ancora un trentennio da vivere – avvertì chiaramente che i gusti stavano cambiando; lo avvertì, innanzitutto, nelle reazioni dell”ambiente francese, accettando la necessità del cambiamento, non ostinandosi a proseguire un cammino che pure, specie in patria, trovava ancora ampi consensi, ma sperimentando strade nuove. Si trattò di una crisi, di un ripensamento profondo, e questi non furono sterili ma proficui.

E’ questa la vicenda dell’Ultimo Michetti, per citare il titolo della mostra del 1993, avallata da uno studioso del calibro di Renato Barilli. Si tratta del Michetti che oggi ci sentiamo forse più vicino: quello del ricorso sistematico al mezzo fotografico, volto ad una ricognizione nelle vene dell”Abruzzo (figure, paesaggi, marine, rocce, fiori, alberi, pecore, scene di gruppo; ma pure le inquadrature drammatiche della mattanza dei tonni ad Acireale). Ma è anche la fase della pittura spogliata delle seduzioni già tanto care all’artista abruzzese: tempere alla glicerina su tela, con un procedimento tecnico ideato dal pittore, pressoché monocromatiche, immateriali, quasi tracce fantasmatiche, delineate con pennellate rapide e sintetiche, dove le figure sembrano confondersi con il contesto paesaggistico. Forse è lecito scorgervi un’eco di attitudine orientale, zen, e sappiamo come il Giappone, la sua cultura visiva, interessassero Michetti dalla giovinezza fino agli anni avanzati. Forse è possibile istituire – come proposto da Fabio Benzi – un parallelo tra questa pittura monocromatica di Michetti e la prosa notturna dell’amico d’Annunzio. Certo, un retroterra denso e complesso.

All’epoca Michetti non fu compreso; c’è una pagina indicativa, del 1919, dei Taccuini di Ojetti, in cui il giornalista-critico riferisce di un incontro con il mercante Lino Pesaro, fresco reduce da una visita allo studio di Francavilla e del suo sconcerto di fronte alle migliaia di tele arrotolate, delineate in quel singolarissimo anticipo di astrazione formale.

Sono convinto che dobbiamo essere fieri della scelta lungimirante, effettuata, giusto sessant’anni fa, da coloro che dettero vita al nostro Premio, un Premio che ha avuto vita lunga e proficua, quando essi lo vollero intitolare a Francesco Paolo Michetti, come ad un emblema dei rapporti tra l’arte moderna e l”Abruzzo, in una prospettiva italiana e internazionale.

Non omaggio retrospettivo ma ancoraggio ad un contesto di storia, ad una tradizione, senza cui – lo sappiamo – si va poco lontano.

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(*) – Parte della commemorazione di Francesco Paolo Michetti nell”ottantesimo anniversario della morte, tenuta da Carlo Fabrizio Carli a Francavilla al Mare il 25 luglio 2009, in occasione della cerimonia inaugurale del sessantesimo “Premio Michetti”.

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