Caro Fondo, il tuo eros non mi piace

Giuseppe Di Gaetano

La sapienza consiste nel guardare negli occhi l’essere che vi sta dinanzi e capire, prima che abbia la possibilità di fulminarvi, se si tratta di un dio o di un uomo.

Le Baccanti – Euripide – Dal testo messo in scena a Paestum nel 2006

Non mi piace nulla del numero monografico da Il Fondo dedicato all’eros. Se ciò che vi si propone è eros. Ho sempre apprezzato il grande e diffuso clima di libertà che vi si respira, anche se spesso e volentieri dissonante con la mia impostazione. Non fa, per esempio, mistero della sua linea anticristiana, ma la cosa non turba un cattolico quale io sono. Continuo a ripetere che il pericolo autentico è il pensiero unico, magari certificato dal potere, tendenza che avverto persino in questa liberalissima democrazia. Davvero la verità, ammesso che esista, ha bisogno di essere riconosciuta, e non imposta. Non si tratta neanche di un pregiudizio morale. Oggi  chiunque può praticare la morale più aderente alla propria personalità senza che alcuno si senta in dovere di fargli la predica. E questo lo considero un passo avanti. Il dibattito si, è nella natura delle cose, la predica no. Intendo parlare di quella serie di affermazioni, non di rado apodittiche, indiscutibili, che proviene da una presunta posizione di superiorità. Né è da mettere in discussione la statura artistica degli autori proposti. James Joyce, Paul Verlaine, Ana Rossetti o Violette Leduc, per citare solo alcuni degli autori proposti, non aspettano di certo la certificazione del sottoscritto per trovare una loro collocazione nella storia della letteratura mondiale. Qui si tratta d’altro. Non sono neanche certo di riuscire comprensibile. Perché un tentativo di comunicazione sia comprensibile occorre che si sviluppi su un terreno comune, praticando il quale mittente e ricevente possono entrare in contatto. Proviamoci perché, in questo caso, è importante riuscirci. Partiamo da una lunga citazione dalla “Metafisica del sesso” di J. Evola.

adamo-ed-eva_fondo-magazine«Il sesso è la “più grande forza magica della natura”; vi agisce un impulso che adombra il mistero dell’Uno, anche quando quasi tutto, nelle relazioni fra uomo e donna, si degrada in abbracciamenti animali, si sfalda e disperde in sentimentalismi fiacchi e idealizzanti o nel regime addomesticato dei connubi coniugali socialmente autorizzati. La metafisica del sesso sussiste negli stessi casi ove, nel vedere la misera umanità e la volgarità di infiniti amanti di infinite razze – Maschere e individuazioni senza numero dell’Uomo Assoluto in cerca della Donna Assoluta in una vicenda sempre di nuovo sincopata  nel circolo della generazione animale – riesce difficile vincere un sentimento di disgusto e di rivolta e si sarebbe tentati di accettare la teoria biologica e fisica che fa derivare la sessualità umana dalla vita degli istinti e dalla semplice animalità. Eppure, se un qualche riflesso di una trascendenza vissuta si manifesta involontariamente nell’esistenza ordinaria, ciò avviene attraverso il sesso e, quando si tratti dell’uomo comune, avviene solo attraverso il sesso. Non coloro che si danno a speculazioni, ad attività intellettuali,  sociali o “spirituali”, ma soltanto coloro che si innalzano fino ad un’esperienza eroica o ascetica vanno, a tale riguardo, più in là. … Questo è il vero fondamento della importanza, da nessun altro impulso eguagliata, che amore e sesso hanno avuto e sempre avranno nella vita umana.»

Non si tratta di un testo sacro. Ma offre un’eccellente base sulla quale discutere dell’argomento. Ovviamente se quando si parla di forza magica la  mente corre ai tarocchi, agli amuleti vari o a una qualche possibilità di cambiare la materia conviene fermarsi qui. Il resto sarebbe noioso o indisponente. Il resto potrebbe anche essere costituito da un torrente di citazioni inattuali e pungenti che fanno fare bella figura all’autore ma non incrementano di una spanna la comunicazione. Lasciamo, dunque, tranquilli Freud, Marcuse, Reich, il rapporto Kinsey, Dostoevsky, Henry Miller, e chi più ne ha più ne metta. È importante notare che oggi non si può pubblicare un romanzo senza che si dilunghi in un’esplicita scena di sesso. Il sesso aiuta a vendere. Ha un suo valore commerciale.

In altri passaggi, precedenti quello citato, Evola affronta l’argomento delle perversioni sessuali e della morte, legata all’amore e al sesso. La metafisica è un testo imponente, ed anche senza bisogno di essere condiviso fideisticamente offre spunti di riflessione di grande importanza. Ad un altro momento rimandiamo questo impegno. Mi sembra utile, ai fini del ragionamento che andiamo sviluppando, porlo a confronto con un altro titolo di enorme importanza per la cultura del secondo ‘900. Eros and Civilisation. A Philosophical Inquiry into Freud di Herbert Marcuse frettolosamente riassunto con “Eros e Civiltà” nell’edizione italiana. Contraddicendo, ma solo in questo caso, quanto appena dichiarato, facciamo parlare l’autore. Il rischio adombrato per Evola qui appare moltiplicato in modo esponenziale. Intere generazioni ne hanno fatto “il vangelo” della propria esistenza: «Le perversioni esprimono dunque la ribellione contro il soggiogamento della sessualità da parte dell’ordine della procreazione e contro l’istituzione che salvaguarda quest’ordine…In virtù della loro ribellione al principio di prestazione in nome del principio del piacere, le perversioni rivelano una profonda affinità con la fantasia, quale attività psichica rimasta esente dalle prove della realtà, e subordinata unicamente al principio del piacere.» Il virgolettato è tratto da Eros e Civiltà di Marcuse mentre il corsivo, riportato dall’autore, è di Freud. Si tratta di un testo fondamentale per capirsi in rapporto all’epoca nella quale si vive. Nella prefazione politica del ’66 lo stesso autore afferma: «Proprio le forze che hanno messo la società in condizione di risolvere la lotta per l’esistenza sono servite a reprimere negli individui il bisogno di liberarsi…oggi la lotta per la vita, la lotta per Eros, è lotta politica.» E liberarsi è la parola d’ordine intorno alla quale ruota l’intero testo. Esemplifico, tentando di alleggerire con una battuta senza nulla togliere alla grande importanza del libro. Già nella prefazione alla prima edizione lo stesso autore: «Il sacrificio metodico della libido, la sua deviazione, imposta inesorabilmente, verso attività e espressioni socialmente utili, sono la cultura.” Per trarre le conclusioni, parecchie pagine più in là: “La morte può diventare un segno di libertà. La necessità della morte non contraddice la possibilità di una liberazione finale. Come ogni altra necessità, essa può essere resa razionale – senza sofferenza.»

È la conclusione del libro. O una delle conclusioni possibili. La morte nel senso più cupo e inutile del termine. Appare ovvio che Evola e Marcuse non sono conciliabili, ma non hanno neanche zone d’intersezione poiché l’uno esclude l’altro, anche se i termini sono gli stessi, evocano significati profondamente difformi. Occorrerebbero ben altro che due paginette per discuterne. Sta di fatto che la strada che conduce all’Eros non può essere semplicemente un percorso istintuale, o se volete, naturale nel senso più elementare del termine. «Ogni ritorno alla natura…è un fenomeno regressivo. L’uomo che divenga “naturale” in tale senso, in realtà si snatura.» J. Evola-  Cavalcare la tigre. Fa benissimo a legare insieme amore ed eros il filosofo romano poiché il termine latino, fin dall’etimo, completa in quell’inesorabile trasformazione del linguaggio e quindi dei significati descritta da Heidegger nel suo Einfürung in die Metaphysik 1935, tradotto con Introduzione alla Metafisica – Mursia 1968, la trasformazione di ciò che era istintuale in qualcosa di superiore, cominciando ad escludere ciò che invece originariamente all’Eros era collegato. Cioè la morte. In epoca omerica Eros non nasce come dio bensì come potenza collegata all’altra, Thanatos. Per più di duemila anni la cultura occidentale si è interrogata su questo dualismo arrivando con Freud a pianificare su base biologica, la pulsione di vita e la pulsione di morte, come i due poli attraverso i quali si esprime la sessualità. Qui chiudiamo con l’enunciazione in chiave psicoanalitica aggiungendo soltanto che l’autore de “L’interpretazione dei Sogni” attribuisce al sesso un’influenza vastissima, starei per dire predominante, se non esclusiva, nelle condotte umane, anche quelle considerate da esso più distanti o, addirittura, estranee. In ciò si accosta molto alla visione greca, dalla quale peraltro parte. Eros è un demone e non è un dio. È un’entità tellurica, sotterranea, che può provocare distruzione analogamente a quanto può avvenire con la liberazione delle pulsioni.

Ci sono due autori, proposti nel numero de “il Fondo” citato,  che praticano lo stesso percorso sul quale mi sono avviato. La leggerezza in Kundera è insostenibile poiché dietro l’apparente levità, ed anzi frammista allo scorrere della narrazione, esiste la meditazione del saggista, la riflessione dell’uomo, non come sovrapposizione posticcia, caratteristica in molti autori, bensì inestricabilmente connessa alla storia. Nel racconto proposto riesce a dire, in modo gradevole, le stesse cose che sono andato snocciolando, annoiando i più, in tre pagine. La riflessione che se ne trae mi sembra molto vicina a quella proposta in questo scritto. Se non identica.

Elegante e sensuale Patrizia Valduga, così schierata e così lontana da me, manipola con visionaria maestria materiale letterario nobilissimo. Ma attenzione: L’autrice ha ben presenti i confini del gioco. Siamo noi che li perdiamo di vista, lasciandoci trasportare. La sua aristocratica condivisione, necessaria per un artista, trova il proprio significato ultimo nell’impossibilità di definirsi, nell’invidia degli dei:

Io sono sempre stata come sono
anche quando non ero come sono
e non saprà nessuno come sono
perché non sono solo come sono

Eppure,  quanta sapienza nei suoi versi.

“No, niente amore qui, soltanto sesso:
non svegliamo l’invidia degli dèi”.
Ora che tanto bene mi hai concesso,
dio dell’amore, miserere mei…

Siamo tornati  a Kundera. O no? Ma, ancora più indietro: siamo tornati a Euripide. Oppure no?

Talvolta liberiamo i demoni che albergano nell’uomo e diamo loro la possibilità di spargere morte e terrore. Un pittore austriaco, che aveva sfogliato qualche pubblicazione esoterica (andavano di moda alla fine dell’ottocento), ha contribuito a ridurre  il mondo un cumulo di rovine, trascinando nel disastro la cultura all’interno della quale operava, proprio per l’incapacità di controllare le potenze che aveva incautamente liberato. Cosicché il “povero” Mussolini, pragmatico, onesto e furbo, come presumono essere tutti gli italiani, si lasciò coinvolgere, e con lui l’intera nazione, in qualcosa di spaventosamente più grande, le cui conseguenze ancora gravano sulle coscienze di tutti i sopravvissuti e sulla cultura che mi sento di rappresentare.

Spesso tramuta quando oprano i Dèmoni,
e inaspettati eventi i Numi compiono.
E a ciò che s’attendea negarono esito,
e all’inatteso aprîr tramite agevole.

Così conclude Euripide le sue Baccanti, nella classica traduzione di Ettore Romagnoli. La stessa chiusura la ritroviamo nell’Elena, nell’Andromaca, nella Medea dello stesso autore. Molti hanno scritto trattarsi di una chiusura convenzionale. Ho impressione che sia lo snodo, comune ad altre trame, verso il quale l’autore greco vuol indirizzare la conclusione di una tragedia nella quale il protagonista muore straziato dalle donne impazzite (tra cui la stessa madre) per non aver voluto riconoscere la divinità del demone sfidato. Ipotesi avvalorata da un altro passo della stessa opera.

“Essere saggi e pregare gli dei:
questa è la cosa più bella” .

Euripide parla di Demoni e di Dei.
Ed ho imparato che, io essere umano, quando c’è sentore di demoni conviene girare alla larga.

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