Arthur Rimbaud. Una stagione africana

Romano Guatta Caldini

Quella voglia di annientarsi e di non darsi…
e basta, basta poesia…
Roberto Vecchioni – A.R.

C’è un’immagine che torna sempre, quando si pensa a Arthur Rimbaud; un immenso catafalco coperto da lenzuola bianche. E’ la barella che il poeta si fece costruire per il suo ritorno in Europa, quando, devastato dalla sifilide, abbandonò per sempre le coste africane. A fotografare quest’immagine ci ha provato Hugo Pratt, riuscendoci splendidamente, come anche Ardengo Soffici: «La mia gamba è lunga e secca / E calzo il n° 41 come Arthur Rimbaud ! Dovrò forse morire a trentasette anni fra colonne d’ametista? »

rimbaud-in-africa_fondo-magazineCosa cercò il poeta in Africa? Ma soprattutto, che tipo di vita condusse? Per rispondere alla prima domanda, non c’è bisogno di leggere tra le righe: «La mia giornata è compiuta; abbandono l’Europa. L’aria marina mi brucerà i polmoni, i climi sperduti mi abbronzeranno. Nuotare, pestare l’erba, cacciare, fumare soprattutto; bere liquori forti come un metallo bollente, – come facevano quei cari antenati intorno ai fuochi. Ritornerò, con membra d’acciaio, con la pelle scura, con lo sguardo furente: dalla mia maschera, mi giudicheranno di razza forte. Avrò dell’oro,  sarò ozioso e brutale. Le donne sono piene di cure di questi infermi feroci, che tornano dai paesi caldi. Sarò immischiato negli affari politici. Salvo. Ora sono maledetto, ho orrore per la patria» scrive Rimbaud nella sua stagione infernale.

Scritto tra l’aprile e il settembre del 1873, Une saison en enfer rappresenta sicuramente lo scritto più visionario del  ribelle di  Charleville. Dal ’74 in poi, dopo la pubblicazione delle Illuminations, il distacco totale, dalla poesia come dalla prosa, da Verlaine come dalla famiglia.  Rimbaud, la grande anima, intraprenderà il cammino verso l’eternità d’orata del deserto dell’Harar. La vecchia Europa gli era ostile. Nobiltà e borghesia, monarchia e democrazia erano solo etichette che nascondevano la vacuità e la falsità del  pensiero dominante: «Sono una bestia, un negro. Ma posso essere salvato. Voi siete falsi negri, voi maniaci, feroci, avari. Mercante, tu sei negro; magistrato, tu sei negro; generale, tu sei negro; imperatore, vecchia prurigine, tu sei negro: hai bevuto un liquore non tassato, della fabbrica di Satana. (…)  L’astuzia maggiore è lasciare questo continente, dove la follia va in giro per fornire ostaggi a quei miserabili ».

Una volta in Africa, diverrà mercante d’armi e di schiavi, cacciatore d’avorio ed esploratore. E sfruttando proprio le rinnovate conoscenze geografiche, sarà corrispondente per diverse agenzie di stampa e centri studi geografici. Se i critici ritengono che l’esperienza letteraria di Rimbaud, si chiuda con la pubblicazione delle Illuminazioni, è anche vero che ciò che scrive un poeta ha pur sempre una sua valenza letteraria. Pochi studi sono stati fatti sui reportages africani di Rimbaud, come poco è stato l’interesse dei critici nei confronti delle lettere a familiari e amici. Queste mancanze sono state colmate, in parte, dalla ricerca di Alberto-Aldo Bertozzi con il suo Viaggio in Abissinia e nell’Harar. Uno studio accurato su uno dei periodi più oscuri della vita del poeta di Charville. Il resoconto di dieci anni di esplorazioni, viaggi, ricchezza e povertà tra l’Abissinia e Marsiglia. Importanti appunti di viaggio, con dettagliate informazioni di carattere etnico, e geopolitico, senza trascurare, naturalmente, gli aspetti storici. In questa edizione vengono riportati, nella loro interezza, i documenti inerenti i rapporti epistolari intercorsi fra il poeta e rispettivamente, la sorella, la madre e gli editori. In appendice i ricordi di chi conobbe Rimbaud nel periodo di permanenza africana. Quello che ne esce, è il ritratto di un uomo profondamente cambiato, quasi come se il Rimbaud europeo non fosse mai esistito o fosse solo un lontanissimo ricordo.

Riguardo il percorso compiuto dal poeta, l’amico Alfred Bardey scrive: «Rimbaud apparve per la prima volta ad Aden nel 1880. Vi soggiornò per alcuni mesi, poi partì per l’Harar, tornò ad Haden nel 1884. Andò nello Scioa nel 1886 e, di là, ancora nell’Harar, dove restò fino alla metà di quest’anno.(…) E’ stato uno dei primi pionieri nell’Harar, e tutti quelli che lo hanno conosciuto, diranno che fu un uomo onesto, utile e coraggioso».

Interessante per ciò che concerne la tanto, forse troppo dibattuta sessualità di Rimbaud, sempre il Bardey ricorda: «Dal punto di vista morale non ha presentato alcunché di particolare in Arabia o in Africa. Ebbe sempre amicizie femminili e un legame piuttosto lungo con una abissina. L’unione fu intima (…) affittò una casa apposta per vivere con la sua compagna nelle ore libere dal lavoro. (…) Non so nulla dei sentimenti intimi che Rimbaud nutriva per quella donna. So che per lei era buono e aveva chiesto alla cameriera di mia moglie di insegnarle qualche lavoro di cucito».

Quello che però rappresenta l’unica nota di continuità fra il Rimbaud europeo e quello africano, è il costante disprezzo per il genere umano. Il suo tono denigratorio e sarcastico, nei confronti dei colleghi, gli procurerà non pochi problemi, in più di un’occasione.

Come già ricordato, dopo il suo sbarco in Africa orientale, Rimbaud smise di scrivere e  quando gli si chiese il perché non continuasse a occuparsi di poesia, la risposta fu lapidaria: «Assurdo, ridicolo, disgustoso…!!!» Eppure un poeta è pur sempre un poeta, anche e forse soprattutto, quando pensa di non esserlo più. Sul letto di morte, con una gamba amputata di fresco e in pieno stato di alterazione psichica, detterà alla sorella la seguente lista:

Un lotto: un dente soltanto
Un lotto: due denti
Un lotto: tre denti
Un lotto: quattro denti
Un lotto: due denti

Che si tratti di ermetismo, avanguardia dadaista o semplice farneticazione poco importa. Rimbaud muore la mattina del 10 novembre 1891. «Non ha fatto altro che viaggiare terribilmente e morire giovanissimo» dirà di lui Verlaine. Circa vent’anni dopo, un altro giovane letterato francese, ugualmente irregolare e sfrontato, si recò in Africa e come Rimbaud si dedicò al commercio. Il suo nome era Louis-Ferdinand Céline, ma il suo voyage lo portò ben più lontano.

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