RU486. L’aborto non è un dramma

Angela Azzaro

Prima di parlare degli aspetti negativi, forse vale la pena dedicare qualche secondo allo stupore. Lo stupore che nasce davanti al fatto che in Italia, nella bigotta e clericale Italia, sia ancora possibile compiere atti di laicità come quello che ha dato il via all’introduzione della Ru486. Il 30 luglio scorso l’Aifa, cioè l’Agenzia del farmaco, dopo una riunione fiume ha votato l’ok al farmaco che permette l’aborto attraverso un processo simile al ciclo mestruale. E qui finiscono (quasi del tutto) gli aspetti positivi. Perché immediatamente si è scatenata una polemica contro l’uso della pillola. La scusa, perché di scusa si tratta, è che il farmaco metterebbe a rischio la salute della donna. Il vero motivo è che rendendo l’aborto più facile si spingerebbero più donne a compiere questa scelta.

ru_fondo-magazineLa risposta alla prima obiezione viene dalla stessa Agenzia del farmaco, che ha la autorevolezza e la responsabilità di prendere decisioni proprio a tutela della salute dei cittadini e delle cittadine. Certo, in questi anni la salute della donna nella procreazione è diventata sempre più appannaggio della scienza e del potere medico. Ma questo processo, che tenta di cancellare il sapere costruito e rivendicato dalle donne negli anni 70, non dipende dall’introduzione della pillola, che anzi potrebbe significare il riappropriarsi del proprio corpo anche in un momento delicato come l’interruzione di gravidanza. Lo ha scritto anche la sottosegretaria al Welfare Eugenia Roccella, una della più acerrime oppositrici all’introduzione della Ru486, che si riaffida alla sfera femminile un atto prima del tutto medicalizzato. Davanti a quella che si profila come possibilità che cosa hanno pensato bene i nostro politici? Al ministero stanno ragionando su regolamento che preveda il ricovero per tre giorni. Diversi ginecologici che si sono battuti perché la pillola abortiva venisse introdotta in Italia dicono che non solo è inutile, ma pure dannoso prevedere questo periodo di tempo in ospedale. Come mai allora questa proposta? Davvero per tutelare la salute della donna? No, assolutamente no. Come ha giustamente scritto Beatrice Busi su L’Altro si tratta di puro sadismo. Non lo si fa per il bene delle donne, ma per punirle, perché in qualche modo si vuole rendere ancora più difficile la loro scelta.

Ed è qui che veniamo ad affrontare, in pieno, il merito dello scontro. Cioè: qual è la cultura che in Italia, da destra e da sinistra, si confronta con il tema dell’aborto? Cattolica? Integralista? Fondamentalista? Proviamo a definirla per difetto: non è una cultura laica. Anche la maggior parte dei sostenitori della legge 194 continuano a dire che si tratta di un dramma (prima non a caso ho parlato di un momento delicato). Usando questa espressione si tende a far propria la convinzione che il feto sia già vita umana sposando, di fatto, i convincimenti della Chiesa cattolica. E’ un convincimento che non è provato scientificamente ma che, in quanto valore per chi ci crede, va rispettato. Ma perché tentare di imporlo a tutti? Ma ancora di più perché paragonare la scelta di ogni donna, qualsiasi siano le sue convinzioni o il suo sentire, alla morale dei soli cattolici. Ecco qui che l’espressione l’aborto non è un dramma va calato nelle diverse individualità, nelle diverse convinzioni, nelle diverse esperienze. Ci saranno donne per cui la decisione di abortire è un dramma, ci saranno coloro per cui non lo è, ci saranno altre ancora per cui è una decisione complicata ma che non implica sofferenza.

In questi decenni si è cercato invece in tutti i modi di colpevolizzare le donne, di farle sentire delle assassine. Si è cercato di imporre una visione parziale a tutti, condannando moralmente chiunque abbia sulla vita, sul corpo e sulla libera scelta posizioni diverse. La discussione va portata su questo punto, anche se so molto bene che quando lo si tocca si suscitano rabbia, disprezzo, persino odio. “L’aborto è un dramma” è un assioma intoccabile, pena la scomunica. C’è però una differenza che va sottolineata. Io non voglio convincere nessuno della mia idea di vita o di libera scelta. Anzi, penso che tutte le posizioni siano lecite. Perché allora gli altri mi vogliono imporre i loro valori e mi vogliono obbligare a rispettarli?

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