Romolo: la selva, il fuoco, l’ascia, il lupo

Luca Leonello Rimbotti

quirino_fondo-magazineL’erezione della Città dominatrice dal nucleo incomposto delle origini primordiali è uno di quegli eventi che appartengono alla cosmogonia, prima ancora che alla storia: un nuovo mondo prende forma, un’identità sorge sbalzandosi come un bassorilievo a tutto tondo. Roma si distacca dal fondale naturalistico di uno scenario arcaicissimo, direttamente attinto dal contatto con l’ignoto della natura e delle sue arcane potenze. Qui, sogno mitico e realtà antropologica di tribù sparse e ancora prive di storia conosciuta si intrecciano, a formare una sintesi poderosa, la maggiore epifania politica della storia mondiale. L’apparizione demiurgica di Romolo, il predestinato, ricopre la funzione di una raccolta di valori appartenenti alla sfera ancestrale per dar loro disciplina e forza organizzata.

In questo senso, la definizione della Città, la delimitazione del pomerio come cinta sacrale di separazione tra lo spazio incontrollato e quello ordinato, appare come la somma di Natura e di Spirito, di comunità rurale di suolo e di civiltà politica entro la recinzione urbana. La natura primitiva della Latinità in epoca proto-storica è essenzialmente legata alla selva, al nemus, a quegli spazi in cui l’identità comunitaria è ancora indifferenziata, fondendosi con le energie di natura: lotta, sangue, magismo, suolo, subconscio e predestinazione, sono questi i limiti entro i quali si svolge la vicenda pre-storica. Eppure, guardiamo quanto è profonda la forza dei significati simbolici: l’etimologia indoeuropea di nemus è la medesima di nomos, cosicché è proprio la selva illimite che racchiude la potenza ordinatrice della legge. È per questa via che il Naturvolk, il popolo pre-storico, diviene del tutto naturalmente, e senza le “costituzioni” artificiali della modernità, il Kulturvolk, il popolo creatore di civiltà superiore.

Per prima, la Teogonia di Esiodo (VII secolo a.C.) dispone la scena in cui agisce l’antefatto ancestrale del mondo romano-italico. E qui si disfrenano in pieno le energie occulte da cui trarrà origine la potenza solare di Roma. Una tradizione preponderante rivela che da Circe maga, accoppiatasi con Odisseo, nacquero Latino e suo fratello Agrios, il “selvatico”, identificato con Silvius, il capostipite dei Silvi di Alba, che, attraverso l’avo Numitore, è antenato dei gemelli fatali, e dunque di Romolo, l’eroe fondatore. Altrove, si è visto in Agrios uno speculum di Fauno. E Fauno, dio del bosco sacro, è da Virgilio con precisione additato come figura oracolare che nell’incubazione sciamanica perviene al pronunciamento divinatorio: «cerca il sonno», «vede molti simulacri volteggianti», «ode voci», infine «comunica con l’Acheronte negli abissi averni». Noi sappiamo che Fauno è dio non oscuro in senso ìnfero, bensì portatore dell’animus arcano della razza: esprime la sua parola dal fondo dei penetrali boscosi, e l’uomo latino ne percepisce i responsi con un fremito che, più che terrore, è sensibilità per la dimensione magica, è il pànico, quella stessa forza remota che ancora in epoca storica permetteva, ad esempio, che il console Valerio sbaragliasse rianimato i nemici oppure che re Numa, come attesta Plutarco, apprendesse l’arte dell’espiazione dei fulmini.

Luogo per eccellenza in cui Fauno esprime gli oracoli è la selva divina di Albunea, sin nel nome di origine nordica, tale dunque da mostrarci con ogni evidenza che la devozione latina e poi romana per i risvolti sacrali del bosco aveva una comune radice con l’equipollente attitudine germanica di collocare nella foresta gli spiriti comunitari e la risoluzione dei destini per bocca divina: ad esempio, la quercia sacra. Ciò che fece parlare, ad esempio con Guido Manacorda, di una dialettica della selva e del tempio, come di una compartecipazione tra il notturno e il solare, tra l’anima della schiatta e lo spirito della civiltà storica, già fornita di consapevole volontà di potenza. In questo, più che altrove, Romanesimo e Germanesimo tradiscono con luminosa chiarezza le loro origini unitarie, discese con naturale simmetria dal comune alveo indoeuropeo.

Roma apollinea ha dunque un’origine del tutto dionisiaca, fortemente intrecciata al retroterra di una primordialità che non verrà mai rinnegata. Se noi pensiamo che Remo e Romolo sono oltretutto detti figli di una Silvia (la vestale Rea della tradizione mitografica, che attraverso lo stupro sacro consumato dal dio Marte concepì i due gemelli), ecco che vediamo ulteriormente rafforzata la linea genealogica che poneva tra gli antenati di Roma tutta una folla di esseri silvestri: Pico, l’uccello totemico, il figlio del Sole e primigenio re del Lazio; poi Fauno-Lupo, infine Latino, re degli Aborigeni, il popolo dimorante sui monti, il proveniente-da, cioè la stirpe che cala per insediarsi nel suolo del suo destino. Dall’antropologia del ver sacrum – la cerca dell’insediamento sotto guida divina – al mito ellenizzante della fondazione troiana di Albalonga, sino a quello degli Aborigeni, è un continuo dirci che il nucleo atavico dei popoli italici che saranno associati da Roma aveva una provenienza altra: quale più chiara indicazione di eventi protostorici legati alla migrazione indoeuropea? E si pensi inoltre alla figura di Saturno, l’arcaicissimo dio agrario italico, associato al Crono greco. È per l’appunto a questo custode ctonio della potenza romana (nel suo tempio si conservavano il tesoro della città e le insegne di guerra) che Virgilio faceva risalire la prima chiamata a raccolta delle genti italiche: «Raccolse la stirpe indocile e dispersa per gli alti monti e diede leggi e volle che si chiamasse Lazio…».

I recenti ritrovamenti, effettuati dall’antichista e archeologo Andrea Carandini, delle case aristocratiche e delle mura fortificate del Palatino hanno confermato nella maniera più clamorosa la veridicità delle attestazioni leggendarie. La fondazione di Roma, attraverso la cerimonia inaugurale di Romolo, risale davvero al secolo VIII. Ma ben più arcaica è la vicenda che attiene alle origini del popolo romano. E lo stesso Carandini, nei suoi ponderosi studi su La nascita di Roma e Remo e Romolo, ha insistito con forza su una rivoluzionaria retrodatazione degli antecedenti pre-romani, precisando con sterminata mole documentaria che Roma non nacque dal nulla, ma da una presenza già organizzata di popolazioni omogenee pre-urbane ma associate, in grado di fissare una serie di abitati stabili a far data dal Bronzo medio (1600-1300 a.C.). E, in più, presupponendo comunità tribali sparse di accertata identità indoeuropea, risalenti addirittura al Neolitico. Tra queste ataviche aggregazioni genetiche rientrano ad esempio la teuta (“comunità totale”) osco-umbra attestata dalle Tavole Eugubine, non meno degli agglomerati a capanna rinvenuti nell’area del Septimontium e facenti parte di quel sistema latino di pagi-villaggi che fu all’origine dell’urbanizzazione cerimoniale di Roma attuata da Romolo prima, e della sua monumentalizzazione operata dai Tarquini poi. Alla fonte dell’Urbe c’è insomma la comunità parentale primigenia, qualcosa che attende solo l’atto fondativo rituale per raccogliersi in volontà politica di popolo.

La saga romùlea ci parla di un sistema storico radicato su quello mitico. Le genealogie sacre sono eloquenti documenti di appartenenza proto-storica. È dalla fratellanza di stirpe rispecchiata dai retaggi genealogici divini che sgorga la Città, tanto che «solo da queste figure cosmicamente primordiali – scrive Carandini – Romolo poteva derivare la nobiltà di sangue e l’energia spirituale necessaria per fondare la metropoli dei Romani». La saga romùlea mostra segni inequivocabili: la centralità della genealogia, sia divina che semidivina o eroica, rivela che in quei tempi incorrotti agiva in modo sovrano la legge dell’appartenenza ereditaria. Inoltre, la medesima saga mostra simbologie del pari evidenti: tra queste, la quercia, il fuoco, l’ascia, il lupo. Per fare solo pochi esempi, è Romolo che, davanti alla quercia sacra, erige una capanna dedicandola al culto di Giove Feretrio, il dio dei giuramenti comunitari. È poi nel complesso cultuale della regia di Romolo che trova collocazione la figura di Caco, il dio del fuoco e figlio di Vulcano che era nel pantheon della colonia latina stanziata sul Palatino. Inoltre è Picus, il dèmone sùpero (dunque benefico) che presiede alla nascita di Romolo e Remo, che, come vediamo nel famoso specchio di Bolsena (IV secolo), reca il feticcio simbolico dell’ascia bipenne, cui rimanda il becco a doppio taglio del picchio. E, di là dal topos della lupa allattatrice, è Fauno il Lupo che avrebbe generato il re eponimo Latino.

Similmente, la festa rituale dei Lupercali, istituita da Romolo, era connessa con i luperci, sodalizio arcaico di uomini-lupo, in tutto simile al Männerbund germanico, come ribadito ancora recentemente da Augusto Fraschetti sulla scorta del Dumézil. Gli archetipi della quercia, del fuoco, dell’ascia e del lupo sono elementi di cui è intrisa la saga di Romolo, e che rimandano tutti, e in linea retta, ai loro congeneri germanici. Romolo, dentro e fuori dal mito, è stato la figura attraverso cui Roma, da aggregato proto-urbano, è divenuta centro politico di una comunità consapevole, strutturata sui comitia curiata, l’assemblea degli uomini liberi che fu la prima forma di organizzazione statale, incardinata su un sistema gerarchico e sacrale-guerriero che taluni studiosi hanno visto come il perno di un già maturo sistema decisionale. Per cui, ad esempio, la struttura arcaica dei comizi sarebbe un istituto di manifestazione della volontà di una compiuta Gesamtgesellschaft, la comunità totale. Nel momento del trapasso dall’arcaica civiltà laziale alla civiltà di Roma pienamente formata, noi abbiamo infine l’ascensione di Romolo al cielo, il suo diventare nume protettore sotto il nome di Quirino, il dio unificatore della comunità di popolo.

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