Uno strano gioco

Milan Kundera

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da: Amori Ridicoli. Uno strano gioco

Non si era mai svestita in quel modo. La timidezza, quella sensazione di panico interiore, l’ebbrezza, tutto ciò che provava di solito quando si svestiva davanti al giovane (senza potersi nascondere nell’oscurità), tutto ciò era scomparso. Stava lì davanti a lui sicura di sé, sfrontata, in piena luce, e curiosa di sapere da dove le venissero tutt’a un tratto i gesti, fino ad allora sconosciuti, con i quali si spogliava ora, lenta ed eccitante. Sentiva i suoi sguardi, si toglieva leziosamente ciascun capo di vestiario e assaporava i singoli stadi della denudazione.

Poi, però, rimase di colpo completamente nuda davanti a lui, pensò che ormai il gioco era finito; che, abbandonando i vestiti, aveva abbandonato anche la simulazione e adesso era nuda, adesso era se stessa, e il giovane adesso le si sarebbe dovuto avvicinare per compiere quel gesto che avrebbe annullato ogni cosa, un gesto al di là del quale ci sarebbero state solo le loro più intime tenerezze. Nuda davanti al giovane, di colpo smise di giocare; si scoprì in imbarazzo e sul suo viso apparve un sorriso che apparteneva davvero soltanto a lei: timido e confuso.

Solo che il giovane non le si avvicinò e non annullò il gioco. Non scorse il sorriso intimamente noto; davanti a sé vedeva soltanto il bel corpo estraneo della propria ragazza, una ragazza che odiava. L’odio aveva ripulito la sua sensualità da ogni residuo di sentimento. La ragazza voleva avvicinarglisi, ma lui le disse: ” Sta’ ferma dove sei, voglio vederti per bene”. Adesso desiderava soltanto trattarla come una puttana a pagamento. Solo che il giovane non era mai stato con puttane a pagamento, e la loro immagine gli era mediata solo dalla letteratura e da quello che aveva sentito raccontare. Si rivolse quindi a quelle immagini e la prima che vide fu una donna con la biancheria intima nera (e le calze nere) che ballava sul coperchio lucido di un pianoforte. Nella cameretta d’albergo non c’era pianoforte, c’era solo un tavolino appoggiato alla parete, non grande, coperto da una tovaglia di lino. Ordinò alla ragazza di salirci sopra. La ragazza fece un gesto supplichevole, ma il giovane disse: “Sei stata pagata “.

Quando la ragazza riconobbe nello sguardo quell’inflessibile invasamento, si sforzò di continuare il gioco anche se ormai non poteva e non sapeva più farlo. Con le lacrime agli occhi salì sul tavolo. Il ripiano era grande al massimo un metro per un metro, e una gamba era un po’ più corta delle altre; in piedi sul tavolo, la ragazza provava un senso di instabilità.

Il giovane era però soddisfatto della figura nuda che adesso si ergeva sopra di lui e la cui pudica esitazione non faceva che eccitare il suo dispotismo. Voleva vedere quel corpo in tutte le posizioni e da ogni lato, così come si immaginava che l’avessero visto e l’avrebbero visto anche altri uomini. Fu volgare e lascivo. Le diceva parole che la ragazza non gli aveva mai sentito pronunciare in vita sua. Lei voleva ribellarsi, voleva fuggire da quel gioco, lo chiamò per nome, ma lui le ordinò immediatamente di star zitta perché non aveva il diritto di rivolgerglisi con tanta familiarità. E così, alla fine, confusa e in preda a un pianto interiore, lei gli ubbidì, si chinò in avanti e si accovacciò secondo i desideri del giovane, fece il saluto militare e di nuovo agitò i fianchi in un twist; fu allora che un movimento un po’ più brusco le fece scivolare la tovaglia da sotto il piede e per poco non cadde.

Il giovane la prese e la trascinò sul letto. Si accoppiò con lei. La ragazza era contenta al pensiero che almeno adesso quel gioco infelice sarebbe finalmente terminato e loro due sarebbero tornati nuovamente così com’erano, col loro amore. Accennò a sfiorarlo con le labbra. Ma il giovane le allontanò la testa e ripeté che baciava solo le donne che amava. Lei scoppiò in un pianto dirotto. Ma nemmeno il pianto le fu concesso, perché la rabbiosa passione del giovane stava conquistando a poco a poco anche il suo corpo, e il corpo fece poi tacere il lamento della sua anima. In breve sul letto ci furono, uno di fronte all’altro, due corpi perfettamente fusi, sensuali ed estranei uno all’altro. Quello che ora accadeva era proprio ciò che la ragazza per tutta la vita aveva maggiormente temuto ed evitato con angoscia: fare l’amore senza sentimenti e senza amore. Sapeva di aver superato il confine proibito, oltre il quale ormai si muoveva senza più alcuna riserva e con una partecipazione totale; c’era solo da qualche parte, lontano, in un angolo della sua coscienza, il terrore per non aver mai provato tale e tanto piacere come questa volta… al di là di quel confine.

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